Gli ultimi schiavi, uomini di cui l’Africa si vergogna. È così che vengono definiti i malati di mente nel video sull’opera di misericordia di Grègoire Ahongbonon, proiettato il 19 dicembre al Policlinico della Federico II. Nell’aula principale dell’Edificio 5, docenti, medici, politici, ma soprattutto studenti del primo anno di Medicina, hanno conosciuto la storia di un uomo che in zone come Costa d’Avorio, Benin e Burkina Faso ha letteralmente liberato dalle catene centinaia di persone emarginate da una società che confonde facilmente i disturbi psichici con la stregoneria. La proiezione del filmato è stata organizzata dal professore di Chirurgia generale della Federico II Enrico Di Salvo il quale, dopo i saluti e i ringraziamenti di apertura, ha lasciato la parola a due membri dell’Associazione Sorridi Konou Konou Africa Onlus, di cui il docente è Presidente. Lo specializzando Tito Claudio Nappi ha raccontato in maniera molto coinvolgente tre principi umanitari della medicina in Africa. Stando alle sue parole, chi opera in situazioni tanto difficili deve essere in grado di distinguere ciò che è accettabile da quello che non lo è, di “pensare fuori dalla scatola” affinché l’intervento medico non venga subìto dal paziente ma tenga conto dei suoi bisogni e, infine, di pensare sempre alle vittime anche quando ci si può sentire strumentalizzati dall’enorme flusso di denaro che ruota intorno alla medicina umanitaria. Si è invece soffermata sugli obiettivi raggiunti dall’Associazione Antonietta Perrone, dottoranda di ricerca in Tecnologie biomediche, un settore importante perché “fino a quando permangono le condizioni di povertà, non resta che tentare un miglioramento nell’organizzazione dei presidi sanitari”. A questo punto a parlare sono state le immagini molto forti del video che hanno mostrato Grègoire intento nella sua opera di liberazione di uomini incatenati ridotti a scheletri. E quindi rompere i ferri rudimentali avvolti intorno alle caviglie, lavare i corpi spossati dalla lunga prigionia, trasferire il paziente in un centro che offre le cure di psichiatri e medicine. A seguire, in religioso silenzio, moltissimi studenti la cui partecipazione non ha meravigliato il prof. Di Salvo: “Un giorno facevo lezione di Chirurgia Generale del sesto anno e sentivo gli applausi che riceveva il professore di Statistica Umberto Giani che è amatissimo dalle matricole e col quale ho un rapporto di grande amicizia. Allora sono andato nell’aula, dove c’erano quattrocento studenti del primo anno, e ho parlato della proiezione del video, invitandoli ad intervenire. La settimana prima di questo incontro ho raccontato loro quello che facciamo in Africa. I ragazzi si sono appassionati, per questo oggi erano così tanti”. Ed è soprattutto agli aspiranti medici che si cerca di trasmettere un messaggio: “il progetto pedagogico è che questa professione non significa solo cura dei paesi ricchi, ma anche di quelli meno fortunati. Se i ragazzi si allenano a questa mentalità, non diventeranno mercanti. Se li facciamo crescere dal primo anno con il principio della solidarietà saranno dei medici migliori”. Alle missioni, però, si partecipa dopo la laurea, da specializzandi:“lo studente deve frequentare i corsi, deve studiare e sostenere gli esami per stare in regola, cercando di capire cosa vuole fare da grande”. Nel frattempo, gli anni di studio possono essere sfruttati per capire se si ha la stoffa per la medicina umanitaria che richiede dei prerequisiti assoluti. Primo tra tutti “il desiderarlo veramente. Poi bisogna avere chiaro che si va in questi posti per cinque motivi: capire la povertà vera, testimoniare a chi è lì che non ci siamo dimenticati di loro, imparare da loro, insegnare e… fare, ricordando che l’importante non è dare il pesce, ma gli strumenti per pescare”. Molto forte è il legame tra l’Associazione Sorridi Africa e la Federico II: “per me che faccio il professore universitario da tanti anni, è una grande soddisfazione che la sede ufficiale giuridica della nostra Onlus sia nel Dipartimento di Sanità pubblica, e questo lo devo anche alla sensibilità del Direttore di Dipartimento Maria Triassi. Abbiamo anche una convenzione tra l’Università Federico II e quella di Abomey-Calavi che si occupa di scambio docenti e discenti”. L’università, quindi, può aiutare a prendere parte a un progetto che, a nove mesi dalla sua nascita, ha raggiunto risultati importanti: “il bilancio va ben oltre le aspettative. L’Associazione conta centocinquanta soci fondatori. Abbiamo già svolto una missione prevalentemente chirurgica, appena conclusa. La prossima, che parte il 31 gennaio, sarà soprattutto oculistica. Abbiamo inviato in Africa un container con una tonnellata di materiale sanitario, strumentazioni importanti e con sette tonnellate di alimenti. Ci siamo occupati anche dell’attività formativa con seminari all’università di Abomey-Calavi. È stato avviato il discorso di un network con altre associazioni Onlus per dei progetti insieme da cofinanziare. Ci siamo dotati di un sito, www.sorridiafrica.org, curato e aggiornato dall’architetto Serpico. Abbiamo incrementato l’attività di adozione a distanza”. L’obiettivo è crescere sempre più. “Ho un grande sogno: che nel giro di tre anni l’Associazione possa trasformarsi in una Organizzazione Non Governativa”, conclude il prof. Di Salvo.
Ciro Baldini
Ciro Baldini







