Milo De Angelis, ‘il poeta residente’, arriva a Napoli

Per il quarto anno consecutivo la Federico II invita un poeta a risiedere dal 2 al 4 maggio in città per tenervi una serie di colloqui con studenti delle scuole del territorio e dell’Università. L’obiettivo: creare occasioni per l’ascolto e la lettura della poesia contemporanea. Il poeta parla di poesia ed è attraverso la poesia che l’opera comunica. È questo il doppio vincolo che irrompe nella voce del milanese Milo De Angelis, ospite nel pomeriggio del 2 maggio nella splendida cornice del Real Museo di Mineralogia presso la sede di Mezzocannone 8. Sin dalla sua raccolta d’esordio, Somiglianze, il poeta ha cercato di raccontare attraverso le vicende di un io lirico i sentimenti dell’uomo alla ricerca della propria identità e della memoria, fino alla recente pubblicazione della raccolta Tutte le poesie. 1969-2015 edita da Mondadori nella collana de ‘I poeti dello specchio’. Quarant’anni di ricerca ed esperienza poetica quelli vissuti da De Angelis per interrogarsi ancora su un unico quesito in sospeso: “qual è il senso della poesia oggi?”, domanda al poeta il prof. Giancarlo Alfano, docente di Letteratura Italiana. “La poesia è esperienza di conoscenza, il discorso poetico avanza per sovrapposizione di immagini, situazioni e personaggi che non lasciano scampo alla salvezza dell’individuo, perché scavano nei sotterranei, nei rifugi, in quei cortili segreti dell’anima a noi ignoti. Poesia vuol dire creare una forma di conoscenza, ma ciò che si conosce lo si comprende soltanto scrivendo”, risponde De Angelis, peraltro traduttore dal latino e dal greco. 
Nella sua produzione poetica, il sentimento di gioia e la cognizione del dolore, la perdita e lo smarrimento, il senso del tempo e del ritrovamento invadono la realtà urbana nel mentre in cui il quotidiano si fa largo nei versi. “Il mio rapporto con la città di Milano si situa nella soglia, sul confine tra la metropoli e le periferie degradate, tra la strada e la casa. Cerco di trovare lì le mie parole e attraverso la cronaca dello stato d’animo appartenere a un luogo, il verso, a metà tra la vita e l’opera”. Da allora a qui è un verso incisivo della poesia ‘Vedremo domenica’ che De Angelis legge al pubblico, perché “spiega il moto della poesia, che non sta mai nella cosa in sé, ma è sempre o prima o dopo qualcosa, mai nel qui ed ora dell’esperienza. Io scrivo nei silenzi dopo la battaglia o nella quiete prima della tempesta. Qualcun altro ha detto, invece, che il poeta è colui che sale sul filo delle grondaie, danza sul bordo dei pozzi, o ancora salta tra i pali dell’alta tensione, poiché scrivere è sempre un modo di colmare la distanza tra sé e gli altri per avvicinarsi a un io più profondo”. Se la poesia è dimora dello spirito, è utile indagare in che modo la più grande dimora, ossia la grande città, si misuri con la descrizione e la rappresentazione di se stessa in versi sul tragico dell’esistere.
“La poesia è uno spazio
privato”
Un luogo che, per esempio, ritorna costantemente nella sua poesia è il carcere, poiché De Angelis ha insegnato per circa vent’anni nella casa di reclusione di Opera, che ha ispirato una recente raccolta poetica intitolata Incontri e agguati (2015). “La poesia classica richiede il rispetto di alcune ‘regole’ metriche e architetture sonore, così la cella rappresenta un luogo di massima sorveglianza per i detenuti, quelle ‘anime guaste’ che attendono redenzione in un luogo solitario di chiusura. Il poeta vede nella poesia la sola via d’uscita. C’è chi sprofonda nella droga salvifica, chi ai miei tempi si univa alle file dei gruppi politici, o s’aggrappava alla fede religiosa. Io ho sempre visto nelle parole una svolta improvvisa, un faro in lontananza che mi spingeva a catturare altri luoghi, oppure scomparire per sempre nel buio, nell’oscurità semantica di un verso”, prosegue raccontando la gestazione della raccolta Millimetri (2013), giudicata dalla critica di un criptico indecifrabile, perciò visionario ed evocativo. Ma l’ossimoro in poesia, continua De Angelis, si usa con questa finalità, il chiaroscuro: “tendere ad oscurare un mondo quando tutto chiede di essere chiarito”. La ricerca poetica ha perciò indotto lo scrittore ad affrontare i temi della scomparsa, non altro che un precipitare nel vortice del tempo. “Ogni componimento non può essere al passo coi tempi, bensì sprofonda nel tempo che è così remoto da essere attuale, così finito da essere imminente, così trascorso da presentarsi a venire. Quel tempo è tragico perché diviso tra due opposti in cui non c’è speranza di conciliazione”. È così anche per l’amore: “il compagno è colui con cui dall’etimologia si sparte il pane, nutrimento per eccellenza della vita, ma se uno vive di poesia deve circondarsi di chi può essere compagno nell’animo poetico, altrimenti cala il gelo assoluto nei rapporti”, afferma il poeta prima di leggere una poesia ispirata alla Ballata del Carcere di Reading di Oscar Wilde in cui si recita “ogni uomo uccide ciò che ama”. “Con la poesia si è sempre in guerra nella camera di un cuore che lotta per incidere il segno sulla pagina e consegnarla ad un altrui sguardo. A volte ignorando quella voce interiore, non scavando dentro se stessi, si rischia proprio di uccidere la cosa più amata”. 
Numerose le domande rivolte all’ospite. “Si può dire che Lei sia un poeta nonostante la poesia?”, chiede una studentessa, appassionata lettrice. “Ebbene sì, perché la poesia è uno spazio privato, che si abita, non racconta ma vive e si fa vivere dal lettore, che deve però essere in grado di comprendere la lingua e non ‘sbagliare la traduzione’. La lingua dei poeti appartiene alla razza delle lingue distrutte, ma che poi risorgono sempre, miracolosamente”. 
Sabrina Sabatino
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