Valentina D’Atri, biotecnologa del farmaco: da una Triennale travagliata al post-doc a Bordeaux

Laurea Triennale in cinque anni con una media del 24.4. Laurea Specialistica in un anno e una sessione con una media del 28.8. Partire con fatica, cadere più volte, rialzarsi e cominciare a correre, traguardo dopo traguardo. È la storia di Valentina D’Atri, una biotecnologa che, nonostante le difficoltà iniziali, si è fatta onore tra i banchi della Federico II. Ora è in Francia, dove è impegnata in un post dottorato. Tutto comincia alle superiori, quando la scelta del Corso di studi sembra per lei cosa semplice: “all’epoca ero indecisa tra CTF e Biotecnologie ma, in seguito a dei corsi di orientamento organizzati dalla Federico II, optai in maniera definitiva verso quest’ultimo”. È iniziato così un lungo percorso conclusosi sei anni e mezzo dopo: “ho conseguito la Laurea Triennale in Biotecnologie per la Salute nel marzo del 2008 e la Specialistica in Biotecnologie del Farmaco nell’ottobre del 2009”. Il suo è stato un cammino agrodolce, come confermano i suoi ricordi: “la Triennale è stata abbastanza travagliata e tutti i miei ricordi meno belli sono legati a quel periodo. Ho ripetuto due volte il secondo anno, sostenuto più di una volta diversi esami e impiegato un po’ di tempo ad acquisire un metodo di studio che mi permettesse di affrontare con serenità la mole di studio richiesta. I ricordi belli invece sono tutti legati alla Specialistica”. In quel periodo, sottolinea, “mi sono accostata in maniera più pratica alla spettroscopia di Risonanza Magnetica Nucleare, ho cominciato a vivere il laboratorio e ho stretto amicizie veramente belle e che tuttora coltivo”. Il ricordo più bello in assoluto risale al settembre 2009: “In due settimane diedi i miei ultimi tre esami firmando tre trenta. Realizzai che avevo chiuso quel percorso di studio in un anno e una sessione, fu un bel momento”. Poi la discussione del lavoro di tesi focalizzato “sulla sintesi di poli-spirochetali ad attività antitumorale e la loro caratterizzazione strutturale tramite spettroscopia di Risonanza Magnetica Nucleare. È stato un bel progetto che mi ha dato la possibilità di diventare indipendente nell’interpretazione degli spettri NMR e ha gettato basi solide per le collaborazioni scientifiche che si sono susseguite dopo la tesi”. Collaborazioni che hanno portato la dottoressa D’Atri a varcare le Alpi: “al mondo del lavoro mi ci sono affacciata nella maniera più classica, inviando il curriculum e partecipando a concorsi. Devo però ammettere che il mio percorso lavorativo è stato fortunato e potrebbe essere descritto come un susseguirsi di avvenimenti a catena. Subito dopo la Specialistica, ho conseguito il Dottorato in Biotecnologie Industriali e Molecolari, sempre presso la Federico II, e una settimana prima della discussione della tesi di Dottorato sono stata contattata per il Post dottorato in Francia. Adesso mi occupo di modellistica molecolare e spettrometria di massa, vivo a Bordeaux e lavoro per l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale che è il corrispettivo francese del nostro Istituto Nazionale della Sanità. Credo che quello che abbia giocato a mio favore sia stato costruirmi un curriculum abbastanza forte durante gli anni del Dottorato di ricerca e, forse, anche la mia disponibilità a trasferirmi senza problemi per perseverare sulla mia strada”. Non parla di scelte professionali, ma di scelte di vita: “ho scelto di seguire la strada della ricerca scientifica e di cercare di farne la mia carriera lavorativa, ma non sempre è così semplice scegliere e soprattutto non sempre si hanno alternative valide da vagliare. Quello che però può aiutare veramente tanto è l’avere degli obiettivi chiari da raggiungere e non perdersi mai d’animo”. 
La preparazione
della Federico II
consente vita facile
all’estero
Nella consapevolezza che l’università napoletana prepara bene i suoi studenti: “la vita all’estero, per chi ha studiato a Napoli, è semplice. La preparazione che dà la Federico II permette di integrarsi facilmente in qualsiasi ambito lavorativo e una buona conoscenza delle lingue permette di inserirsi agevolmente in ambito sociale. L’università mi ha dato molto, dalle nozioni di base alla pratica sperimentale. Fuori dalle mura accademiche ho imparato a relazionarmi con gli altri, a essere propositiva e a non sentirmi vincolata a nessun luogo ma solo ai miei obiettivi. Questo mi ha aiutata molto nel momento in cui ho deciso di lasciare l’Italia”. Il consiglio agli studenti: “non fermarsi mai. Essere costanti nello studio, non demoralizzarsi se a volte i risultati ottenuti non corrispondono alle aspettative e partecipare attivamente alla vita universitaria. Inoltre, cosa più importante, vivere il laboratorio a 360 gradi perché è durante il tirocinio che avviene la vera formazione”. Per quanto riguarda il metodo di studio, occorre lavorare “sulla qualità e non sulla quantità. Un’ora di studio fatta in piena concentrazione, senza distrazioni, magari tenendo anche telefono e computer spenti, a mio avviso vale quanto quattro ore spese a studiare facendo ottocentomila pause per controllare le notifiche di Facebook, per rispondere ai messaggi di WhatsApp, per prendere il caffè o per parlare al telefono”. Qualsiasi sia la strada che si sceglie, un elemento non deve mai mancare, la passione: “il mio obiettivo principale è continuare ad entusiasmarmi facendo ricerca. Quando finirò questa esperienza, deciderò se impegnarmi per un altro Post-Doc o se provare la carriera di ricercatrice. Fare ricerca nel mio Paese è una delle mie priorità, spero vivamente di riuscire ad avere questa possibilità, ma allo stesso tempo non mi dispiacerebbe trasferirmi in un altro paese e acquisire nuove conoscenze e capacità”.
Ciro Baldini
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