Alla BRAU un ciclo di seminari su Gaza e il cinema

Alla BRAU, la Biblioteca di Area Umanistica federiciana, è in svolgimento il ciclo di seminari ‘Ri-mediare la realtà. Gaza: immagini dal vero’, promosso da Petraio – Collettivo Cinematografico. Un percorso di approfondimento che mette al centro il rapporto tra immagini, conflitto e rappresentazione, interrogando il ruolo del cinema e dei linguaggi visuali nella costruzione della memoria e nella lettura critica del presente.

L’iniziativa ha preso vita “nell’autunno del 2025 dall’intuizione e dalla perseveranza di giovani studiose e studiosi di critica cinematografica con l’obiettivo di creare uno spazio inedito di approfondimento nella geografia degli eventi culturali napoletani”, raccontano i membri del Collettivo Giulia Di Biase e Chiara Martirani, studentesse del Corso di Laurea Magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, e Luca Florio, docente di discipline letterarie nell’istruzione secondaria di primo grado. Il fine ultimo del progetto è quello di “valorizzare uno sguardo empatico su ciò che di reale ha l’irreale visivo che ci circonda, lavorando allo sviluppo di rassegne cinematografiche, seminari ed eventi culturali”.

Il nome del Collettivo, Petraio, è quello “di un quartiere napoletano generato da un fenomeno naturale marcatamente visivo; non ha la consistenza vulcanica del tufo, perché nulla ha a che fare con l’emersione da un mondo di sotto, ma si associa, per opposizione, all’elemento dell’acqua alluvionale, che non lava, ma deposita ciottoli”.

Il ciclo di seminari alla BRAU – che ha l’obiettivo “di indagare, attraverso gli strumenti teorici dei Visual e Cultural Studies, la memoria fertile delle vite palestinesi devastate dal conflitto e dall’occupazione militare” – è stato realizzato grazie al supporto e alla guida del prof. Massimiliano Gaudiosi, docente di Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali, rappresenta per ‘Petraio’ sia un punto di partenza che di arrivo: “di partenza, perché, in maniera inedita, un team di studenti ed ex studenti con la loro sola passione è riuscito ad invitare ricercatori e docenti di critica cinematografica e cultura visuale da tutta Italia in spazi accademici per confrontarsi con una platea di giovani su un tema di estrema attualità; di arrivo, perché, proprio quando l’attenzione mediatica internazionale sulla Palestina sembra star scemando, è stato possibile coniugare la riflessione teorica alla responsabilità politica in un intenso momento di condivisione intellettuale”.

Il primo appuntamento dei tre in programma, tutti dedicati all’analisi teorica e culturale delle immagini provenienti dalla realtà palestinese si è svolto il 12 febbraio (l’ultimo è in calendario per il 26 febbraio) nella Sala convegni della Biblioteca. Nell’intervento “Rovesciare la dominazione visuale: la macchina da presa come arma e come scudo nella pratica documentaria palestinese”, relatore Samuel Antichi, ricercatore presso l’Università della Calabria, sono emerse diverse questioni, tra cui quella del valore delle immagini come strumenti di testimonianza dei crimini e, allo stesso tempo, come dispositivi di costruzione di una memoria collettiva.

È stata discussa anche la loro ambivalenza sul piano giudiziario: i materiali video possono costituire tracce fondamentali, ma non sempre risultano sufficienti come prova senza processi di analisi e ricostruzione tecnica.

Tra gli esempi discussi durante il dibattito, sono state citate anche le analisi condotte su bombardamenti nella zona di Rafah, dove, attraverso la comparazione tra immagini sul campo, riprese aeree e modellizzazioni ricostruttive in 3D – inclusa l’osservazione della nuvola di fumo generata dall’impatto della bomba – è stato mostrato come il lavoro tecnico sulle immagini possa contribuire a rimettere in discussione la giustificazione dell’uso della forza israeliana e a qualificare giuridicamente gli eventi. L’immagine, in questo senso, non è solo documento, ma campo di interpretazione, verifica e contestazione. Secondo il ricercatore si tratta di “immagini che lasciano una traccia”.

Un altro passaggio rilevante ha riguardato la distinzione tra documentario e reportage di guerra. Il documentario contemporaneo “riflette criticamente sulle immagini e cerca di semantizzarle”, anche attraverso “l’utilizzo della finzione, l’animazione e forme ibride”.

Nell’intervento di Anton Giulio Mancino, “L’ora del crepuscolo. Le spie cinematografiche del malessere”, critico cinematografico e professore all’Università di Macerata, è stato ampiamente discusso anche il ruolo dello spettatore, in riferimento a una certa categoria critico-simbolica, che comprende anche il cinema geopolitico e di spionaggio degli anni ’80 del secolo scorso. È stata proposta una riflessione su diversi modelli di rappresentazione cinematografica del conflitto e della violenza: il modello empatico, che punta al coinvolgimento emotivo (secondo il critico, ne sarebbe un esempio il film La voce di Hind Rajab); il cinema che accusa lo spettatore e sfonda la quarta parete; infine le forme di cinema che mettono in crisi chi guarda e ne rallentano la risposta emotiva. Proprio su quest’ultimo caso ha insistito Mancino, descrivendolo come “la via rosiana, napoletana, illuministica”.

Si tratta di tutti quei “film che problematizzano, non scorrono, per cui lo spettatore non ha il tempo di reagire emotivamente”; un caso emblematico citato dal critico è La tamburina. Nel dibattito finale è stata rilanciata l’idea di una responsabilità individuale e situata: “far bene nei nostri centimetri quadrati”, come ha spiegato Mancino, insieme al riferimento al cinema di Francesco Rosi come esempio di cinema-pensiero capace di interrogare la dimensione sociale.
Daniela Francesca De Luca

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Ateneapoli – n.3 – 2026 – Pagina 25

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