Antimafia sociale, tecnologia e democrazia: leggere le contraddizioni del presente

Giunto alla sesta edizione, il Laboratorio di Antimafia Sociale diretto dal prof. Leandro Limoccia si propone come uno spazio critico di analisi delle contraddizioni sociali e politiche del nostro tempo, mettendo in dialogo sociologia, diritto, studi sulla criminalità organizzata e riflessione sulle trasformazioni tecnologiche. Si svolgerà dal 23 febbraio al 18 maggio (4 crediti per gli studenti che lo frequenteranno) presso il Dipartimento di Economia, Management, Istituzioni. Parteciperanno docenti della Federico II, delle Università del Molise e di Urbino e della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale.

Al centro del percorso una ridefinizione radicale del concetto di sicurezza “che non può essere ridotto alle rivendicazioni securitarie e all’ordine pubblico – spiega il docente – La sicurezza è un concetto poliedrico, che riguarda tanto i forti quanto i deboli e coincide con la libertà di vivere senza paura”. In questa prospettiva, entrano in gioco temi come giustizia riparativa, democrazia, guerra, algoritmi e intelligenza artificiale. “Oggi non siamo più solo governati da regole democratiche, ma sempre più da algoritmi che rischiano di prenderne il posto – osserva il docente – Ci troviamo davanti a una metamorfosi tecnocratica radicale che mette in discussione le basi stesse delle democrazie occidentali”.

Il cuore del problema è lo spostamento del potere: “Siamo passati da uno Stato dotato di un potere tradizionale a una situazione in cui il potere tecnologico – pensiamo alla Silicon Valley – diventa una potenza politica separata dalle istituzioni”. Ne deriva una crescente dipendenza degli Stati dalle piattaforme digitali: “Lo Stato cede autonomia, mentre poteri tecnologici e poteri istituzionali si intrecciano in modo opaco”. Questo scenario incide profondamente anche sulle mafie, che oggi assumono forme nuove.

“Le organizzazioni criminali stanno diventando sempre più reticolari – sottolinea il prof. Limoccia – La virtualizzazione dell’economia, le criptovalute e le strategie cripto-finanziarie stanno rimodellando le mafie, che si muovono come attori pienamente integrati nella società digitale”. In questo contesto, “ogni relazione sociale mediata dagli algoritmi e dalla connettività permanente rischia di trasformarsi in una forma di cospirazione”.

Il docente richiama l’attenzione sul conflitto tra chi calcola e chi viene calcolato: “I giganti tecnologici non sono solo attori economici, ma anche ideologici. Gli algoritmi non sono neutrali: il problema non è solo l’etica, ma chi costruisce i dataset e chi pone limiti ai poteri coperti”. Per questo, “i dati devono essere considerati beni comuni: un potere tecnologico capace di incidere su vita, morte, acqua ed economia non può restare privato”.

Un altro nodo cruciale è la corruzione, analizzata come fenomeno multidimensionale e sempre più intrecciato alle mafie. “Non sempre c’è mafia nei rapporti corruttivi, ma oggi assistiamo a una trasformazione in cui la corruzione si fa mafia e la mafia si fa corruzione”. Le conseguenze sono sistemiche: “Più corruzione significa meno efficienza della burocrazia, meno fiducia nelle istituzioni, meno investimenti in innovazione e ricerca, più fuga di cervelli”. La perdita di fiducia rappresenta, secondo il docente, uno degli effetti più devastanti.

“La corruzione è pericolosa perché semina sfiducia, e la sfiducia produce inimicizia”. In questo vuoto, “i nemici diventano i migranti, i poveri, mentre le vere responsabilità – mafie e corruzione – scompaiono dallo sguardo pubblico”. Da qui l’importanza di un’antimafia sociale fondata su cittadinanza attiva, cultura civica e partecipazione. “Non basta indignarsi: bisogna coinvolgersi, capire quali sono le buone pratiche e dove esercitare concretamente la cittadinanza responsabile”, ribadisce il prof. Limoccia.

In questa direzione si inserisce anche la visita didattica al presidio Libera Portici e sede del collegamento contro le camorre G. Franciosi, un bene confiscato alla camorra, esperienza formativa centrale del percorso: “La camorra non è solo criminalità, ma anche antimafia sociale: cooperative, scuole, università, cultura e lavoro che restituiscono dignità e futuro”.

Infine, il programma dedica attenzione alle soft skills e alla capacità adattiva, anche in relazione alla criminalità organizzata. “Le mafie cambiano rapidamente: comprendere la loro adattabilità significa capire meglio anche le trasformazioni sociali in cui siamo immersi”. L’obiettivo è chiaro: “Costruire strumenti critici per leggere il presente e immaginare contropoteri capaci di difendere democrazia, diritti e giustizia sociale”.
Eleonora Mele

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Ateneapoli – n.2 – 2026 – Pagina 18

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