Cosa c’entrano numeri, bilanci e modelli organizzativi con una terapia genica sperimentata in laboratorio tra una provetta e un paio di guanti? Molto, di questi tempi. Da anni, nel piano di studio di Biotecnologie per la Salute, al terzo anno, è previsto l’insegnamento di Economia aziendale.
Allo scienziato, in questo caso al biotecnologo, è sempre più richiesto di dialogare con imprese e istituzioni sanitarie, partecipare a progetti di innovazione, contribuire a startup e spin-off per il trasferimento tecnologico. Quindi è evidente che l’inserimento di questo insegnamento è una scelta formativa e strategica. Per entrare nel merito dei contenuti del corso e dell’intersezione tra questa disciplina e le biotecnologie per la salute, Ateneapoli ha intervistato la titolare della cattedra, la prof.ssa Claudia Salvatore, Ordinaria di Economia aziendale al Dipartimento di Sanità pubblica e Coordinatrice della Magistrale in Scienze delle professioni sanitarie per la prevenzione.
“L’Economia aziendale è una scienza trasversale che, applicata alle biotecnologie per la salute, unisce le competenze tecnico-scientifiche con quelle di controllo contabile e gestionale”, ha detto. Poi ha proseguito chiarendo innanzitutto in cosa consista la disciplina che insegna: “studia il sistema azienda in tutte le sue sfaccettature – aziende private, pubbliche, di produzione per il mercato volte al profitto, no profit, di erogazione dei servizi sanitari – in stretta relazione con l’ambiente esterno (il mercato ne è uno).
Parliamo di una disciplina che si occupa degli aspetti gestionali di qualsiasi tipo di azienda: cosa c’è all’interno, come si svolge il processo investimenti-realizzi, quali sono i costi da sostenere per acquistare dei fattori produttivi, quali i ricavi, le fonti di finanziamento, gli investimenti. Quindi si occupa della operatività che supporta il processo decisionale e studia pure come misurare la performance e come determinare gli accadimenti aziendali”.
Nell’intersezione con le biotecnologie per la salute, Salvatore si sofferma su quanto possano incidere delle basi di economia aziendale nel percorso formativo e sul metodo che adotta durante le lezioni: “considerando che un giorno potrebbero trovarsi a lavorare in centri di ricerca, Cnr, Asl, aziende farmaceutiche, l’obiettivo è fornire agli studenti una cassetta degli attrezzi: studiamo innanzitutto le aziende private, poi eseguiamo molte esercitazioni attraverso l’uso di documenti contabili, gestionali, organizzativi, di bilanci delle aziende sanitarie pubbliche”.
Non solo, perché sempre all’interno della prospettiva professionale, un insegnamento del genere si potrebbe rivelare utile “per realizzare un progetto di ricerca, che richiede competenze gestionali, la conoscenza di concetti come costi, ricavi, reddito, capitale, bilancio di esercizio”. In generale, secondo la docente, è richiesto “un atteggiamento multidisciplinare”, che si basa sulla “produzione di modelli, il risparmio di risorse per essere efficaci, il brevettare e la bioetica”.
Infine, in vista del prossimo anno accademico, Salvatore annuncia un cambio di denominazione del corso, che si intitolerà Economia ed etica aziendali nelle Biotecnologie. E l’ultima battuta è proprio sulla scelta di includere il termine ‘etica’, un riferimento a una formazione alla responsabilità, affinché lo scienziato non sia solo produttore di innovazione, ma anche cosciente dell’impatto sociale e del fatto che il profitto non può essere l’unico criterio decisionale quando si parla di salute: “i comportamenti devono essere etici e responsabili, soprattutto se si ha a che fare con la produzione di un farmaco, per esempio”.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.4 – 2026 – Pagina 19







