Chimica e archeologia, un’alleanza strategica per indagare sul passato

Chimici ed archeologi sempre più sono alleati per indagare sul passato e scoprirne particolari e dettagli. La chimica e le indagini di laboratorio permettono infatti di formulare ipotesi attendibili sul contenuto di un vaso o di un piatto, sul materiale che costituiva un certo oggetto e su molto altro.

È il mestiere del prof. Andrea Carpentieri, docente di Biochimica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche. “Mi occupo – spiega – di individuare i marcatori per identificare la matrice organica ancora presente in un oggetto proveniente dagli scavi, in un reperto archeologico. Per capire, insomma, con buoni margini di probabilità se lì dentro c’era latte o vino o olio o qualcos’altro. Sono informazioni molto utili agli archeologi e agli storici per ricostruire la quotidianità di un popolo, le rotte commerciali di una certa epoca, la struttura economica e sociale di una popolazione.

Noi chimici estraiamo le molecole, le identifichiamo. Uniamo i puntini e cerchiamo di capire quale matrice organica risulti. Si tratta di ricostruire un puzzle che può essere veramente molto complicato, perché facciamo riferimento ad oggetti che sono rimasti sepolti per millenni”. Un lavoro di pazienza, di precisione, di competenza e di ottimismo che talora gratifica con risultati veramente straordinari.

“La miscela naturale – racconta il prof. Carpentieri – a volte ha una resistenza pazzesca. Le resine vinacee che si utilizzavano per impermeabilizzare i vasi conservano ancora il profumo del vino. Tempo fa avevo tra le mani un reperto che proveniva da un relitto di epoca fenicia rinvenuto nelle profondità marine intorno all’isola del Giglio.

Quel vaso era rimasto 2500 anni sott’acqua. Identificai la resina vinacea, poi annusai l’odore del vino e le analisi di laboratorio confermarono che erano ancora presenti le componenti della bevanda”. Nel corso degli anni il docente si è cimentato con reperti provenienti dagli scavi di Pompei, di Ercolano, di Pyrgi – un’antica città portuale abitata dagli Etruschi alle pendici dei monti della Tolfa – e di diversi altri siti. Sempre con la medesima missione: recuperare attraverso l’analisi biochimica scintille di passato.

Sulla scia di questa attività terrà un corso per alcuni allievi del dottorato in Archeologia dell’Università La Sapienza di Roma, che si svolgerà nella sede federiciana di Monte Sant’Angelo dal 24 al 28 novembre.

“È la seconda edizione – dice – La prima andò molto bene. Il corso è finanziato per gli allievi dalle borse di studio dell’Accademia dei Lincei, che copriranno le spese di vitto ed alloggio a Napoli. Sette dottorandi porteranno qui reperti come vasellame e piatti e io insegnerò loro ad estrarre ed identificare i residui organici, per risalire al contenuto di quegli oggetti antichi. Interverranno al corso anche il chimico Marco Morelli, gli archeologi Alessandro Naso, Manuela Bonadies e (da remoto) Caroline Cheung, che insegna alla Princeton University e svolge ricerche nell’ambito della storia antica e dell’archeologia nel contesto del Mediterraneo”.

La Federico II propone un corso in Chimica dei beni culturali, ma non ha uno specifico Corso di Laurea sul tema, nonostante la prossimità a siti come Ercolano, Pompei, l’antica Stabia, Oplonti e la presenza sul territorio di riferimento dell’Ateneo di una straordinaria varietà di reperti di epoche antiche.

“La chimica al servizio dei beni culturali è una realtà destinata ad acquisire sempre maggiore peso. Consiglio agli iscritti a Chimica interessati a questo ambito di rimettersi in discussione dal punto di vista culturale, di studiare le civiltà del passato, di informarsi su come si prende un reperto archeologico e funziona uno scavo”, conclude il prof. Carpentieri.
Fabrizio Geremicca

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Ateneapoli – n.17 – 2025 – Pagina 13

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