‘Come mai qui non c’è un CubeSat? Voi assolutamente potete farlo’. A volte basta una domanda, posta nel momento giusto dalla persona giusta, per innescare un cambiamento. È quanto accaduto quando Roger Hunter, Program Manager della NASA, ospite a Ingegneria, ha lanciato quella che sembrava una semplice provocazione. In realtà, era una sfida.
Da quel momento prende forma Ignis – Infrared Geological Eductional Project – un progetto ambizioso, interamente guidato da studenti, che oggi punta a portare nello spazio il primo CubeSat federiciano. “Da quella domanda si è accesa in noi la voglia di metterci in gioco – racconta Maria Mattiello, studentessa all’ultimo anno della Magistrale in Ingegneria Aerospaziale e cofondatrice di Ignis, parola di ispirazione latina, il team che nasce un paio di anni fa proprio da lei e da un piccolo gruppo di colleghi, con il supporto costante del prof. Raffaele Savino, academic supervisor del progetto. Un sostegno che, come sottolinea Maria, va ben oltre il ruolo formale: “Il professore si fida degli studenti.
Ed è grazie a questa fiducia che ci ha spinti a partecipare a conferenze internazionali, come l’International Astronautical Conference (IAC 2024), dove abbiamo presentato un paper sul nostro lavoro”. La fiducia accademica diventa così un vero moltiplicatore di opportunità. Il team partecipa anche a un training dell’Agenzia Spaziale Europea dedicato allo sviluppo di progetti satellitari universitari, un’esperienza che mette subito in luce quanto la costruzione di un satellite non sia solo una sfida tecnologica, ma anche economica e organizzativa.
“Le difficoltà non sono solo ingegneristiche – racconta la studentessa – c’è tutto il tema dei costi”. Una criticità affrontata attraverso la scelta di un CubeSat standardizzato, di circa 10×30 centimetri. “Bisogna immaginarlo come un insieme di cubi da 10 centimetri per lato: tre cubi formano un CubeSat”.
Una rivoluzione silenziosa, se si pensa che fino a pochi anni fa i satelliti erano prerogativa esclusiva di governi e grandi enti, con dimensioni anche di decine e decine di metri. “Oggi poter maneggiare un satellite con le proprie mani è fondamentale per noi studenti. Quello che impari a lezione lo applichi subito a un progetto reale. Inizi a parlare davvero la ‘lingua’ del settore”.
Una competenza che non passa inosservata: durante una conferenza a Roma, lo scorso dicembre, anche un responsabile di Leonardo ha mostrato interesse per il lavoro del team. Ignis però non è un’eccezione nel panorama nazionale, ma una realtà che nasce con l’obiettivo di colmare un vuoto locale. “Progetti simili esistono già in altri Dipartimenti italiani – chiarisce la team leader – Noi vogliamo che esistano anche per gli studenti federiciani”.
Il progetto è portato avanti su base volontaria, ed è qui che emerge uno dei nodi più delicati: come sostenere nel tempo un’iniziativa così complessa? La risposta è lucida e priva di retorica: “Serve una collaborazione reale tra università, aziende ed enti pubblici che credano davvero nei nostri progetti. È vero, siamo volontari, ma quello che facciamo può avere un impatto concreto sul territorio”.
Un satellite per monitorare i Campi Flegrei
Ed è proprio il territorio a dare un significato ulteriore al lavoro svolto nei laboratori. Il satellite sarà progettato per monitorare i Campi Flegrei attraverso una camera termica, con l’obiettivo di raccogliere dati sulla temperatura superficiale in modo più frequente e affidabile. Una collaborazione scientifica supportata dall’INGV, che rafforza il legame tra formazione, ricerca e prevenzione. “Il sogno è individuare anomalie, capire dove aumentano le temperature e costruire una raccolta dati utile per chi vive lì”, spiega la studentessa. Ma il bello di questo progetto è anche il tema dell’inclusione.
Il team è aperto a studenti di tutti i Corsi di Ingegneria, perché – come sottolinea Mattiello – un progetto di questo tipo vive della diversità delle competenze: “Il nostro obiettivo è creare know-how e trasmetterlo alle nuove generazioni”. Una visione fondamentale, soprattutto ora che alcuni dei fondatori stanno terminando il loro percorso universitario.
Il passaggio generazionale rappresenta una delle sfide più complesse: “Non vogliamo che il sapere acquisito e il lavoro svolto vada perduto. Serve qualcuno che raccolga il testimone, con impegno e continuità”. Tra le esperienze più significative e formative, spicca senza dubbio la settimana trascorsa presso l’Agenzia Spaziale Italiana: “È stato uno dei momenti più forti del progetto. Avevamo il badge, lavoravamo tutto il giorno fianco a fianco con i professionisti del settore, pranzavamo in mensa con loro. Per una settimana non eravamo ‘studenti in visita’: ci siamo sentiti parte di qualcosa di più grande”.
Un’esperienza immersiva che ha contribuito concretamente a migliorare il design del satellite e, soprattutto, ha rafforzato la consapevolezza del valore e della credibilità del progetto. Oggi Ignis conta circa 60 membri, un numero che racconta una crescita rapida ma anche una grande responsabilità.
“Dare fiducia a 60 studenti è motivo di orgoglio”, osserva la cofondatrice, riconoscendo ancora una volta il ruolo centrale del prof. Savino, vero punto di riferimento del gruppo. E alla domanda ‘una volta in orbita, quale sarà il futuro del satellite?’, Maria non ha dubbi: “forse cambierà il nome, ma non cambierà il lavoro che svolgiamo all’interno dell’università”, chiarisce prontamente. L’obiettivo è costruire una struttura solida e duratura, capace di resistere al naturale ricambio generazionale che attraversa ogni progetto universitario.
Le selezioni per i nuovi membri si aprono periodicamente e vengono comunicate attraverso i canali social dell’associazione, in particolare Instagram, dove è possibile candidarsi e affrontare un colloquio conoscitivo con il team. Ignis, però, non è solo un’opportunità formativa. È un banco di prova. Qui si impara a lavorare in squadra, a gestire responsabilità reali, a confrontarsi con i limiti del tempo, delle risorse e delle competenze.
È il luogo in cui lo studio smette di essere astratto e diventa pratica, decisione, errore e crescita. Ed è forse questo il valore più grande: dimostrare che anche da un’aula universitaria, con pochi mezzi ma idee chiare, può nascere qualcosa capace di dialogare con le grandi agenzie spaziali e, allo stesso tempo, di restituire valore al territorio.
Perché Ignis non è solo un satellite. È una dichiarazione di intenti: quella di una generazione di studenti che non aspetta di essere pronta per il futuro, ma prova a costruirlo, un modulo alla volta, partendo da Napoli e guardando dritto allo spazio.
Lucia Esposito
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