Dove finisce il suono della natura e dove comincia la musica? È attorno a questa domanda che si è sviluppato Lazzaro Project #1, la lezione-concerto ospitata il 10 marzo nell’Aula A3 del Dipartimento di Studi Umanistici (Via Marina 33). Un incontro a metà tra seminario, performance e laboratorio, promosso dalla cattedra di Etnomusicologia della prof.ssa Simona Frasca e rivolto agli studenti della Magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo.
L’iniziativa ha rappresentato il primo appuntamento di un ciclo di eventi ancora in via di definizione. Nel gruppo di lavoro – ha spiegato la docente – collaborano “artisti, compositori, ingegneri del suono, scienziati e ornitologi”. L’obiettivo è costruire un percorso di ricerca che intrecci saperi diversi e che guardi anche al territorio. Frasca: “Intendiamo sviluppare un discorso interdisciplinare che riguardi la nostra città, concentrandoci su luoghi in cui il rapporto tra uomo e natura è particolarmente intenso”.
Al centro del primo incontro, il paesaggio sonoro e la relazione tra esseri umani e ambiente. Non una lezione frontale, ma un’esperienza costruita sull’ascolto. “Racconteremo alcune cose ma soprattutto ascolteremo materiali molto diversi tra loro. L’idea è che questo appuntamento sia anche una performance”, ha anticipato la docente in veste di moderatrice. Il progetto si inserisce nel filone della cosiddetta ‘urgent musicology’, una prospettiva sviluppata nella seconda metà del Novecento che mette in relazione la ricerca musicologica con la perdita di patrimoni culturali e ambientali.
“La disciplina si è trovata a confrontarsi con un problema che riguarda anche l’ambiente: la scomparsa di culture, comunità e patrimoni musicali”. Un fenomeno che dialoga inevitabilmente con una delle grandi emergenze del presente: l’estinzione delle specie e la trasformazione dei paesaggi sonori naturali.
La lezione è stata costruita come un percorso in due tempi. Da una parte il “mondo com’era”, immaginato come una dimensione di convivenza più equilibrata tra uomo e natura; dall’altra il mondo contemporaneo, in cui la modernità ha imposto nuove domande sulla tutela non solo dell’ambiente, ma anche dei suoni che lo abitano. Ad aprire il viaggio il pianista Ciro Longobardi, interprete di riferimento del repertorio contemporaneo e studioso dell’opera di Olivier Messiaen, di cui sta registrando l’integrale pianistica. Il musicista ha guidato gli studenti in una riflessione sul modo in cui la musica ha rappresentato il canto degli uccelli.
“Nella musica più antica il canto degli uccelli viene spesso imitato – ha spiegato – Si tratta di una riproduzione onomatopeica inserita in un linguaggio musicale già esistente, con un carattere spesso bucolico o romantico”. Con Messiaen, però, la prospettiva cambia radicalmente: “Il compositore trascrive direttamente sul campo il canto degli uccelli e lo utilizza come materiale musicale autonomo. Non lo adatta alla musica tradizionale, ma lo assume come base per una scrittura d’avanguardia”.
Messiaen era inoltre dotato di una particolare sensibilità sinestetica: “Quando ascoltava un accordo vedeva immediatamente dei colori”. Nel suo trattato teorico ha associato infatti scale e armonie a precise tonalità cromatiche. Nella sua visione spirituale, influenzata dal pensiero di Tommaso d’Aquino, la natura diventa una via per avvicinarsi al divino: “Per Messiaen gli uccelli sono i più grandi musicisti della natura”. Durante l’incontro sono stati ascoltati alcuni brani del Catalogue d’oiseaux (Catalogo degli uccelli), dedicati a specie come il chiurlo maggiore, la tottavilla e l’usignolo, nei quali il pianoforte ha tentato di restituire la complessità dei richiami naturali. Dalla musica alla scienza il passo è stato breve.
Il secondo intervento è stato affidato all’ornitologo Rosario Balestrieri, ricercatore della Stazione Zoologica Anton Dohrn e noto divulgatore scientifico. Il suo contributo ha approfondito le caratteristiche biologiche delle specie citate da Messiaen, soffermandosi su fenomeni come la mimesi vocale, i “dialetti” degli uccelli e le trasformazioni dei paesaggi sonori. Particolare attenzione è stata dedicata all’impatto delle attività umane sull’ambiente: “L’inquinamento acustico e i cambiamenti ambientali stanno modificando il comportamento delle specie e contribuendo alla loro scomparsa”.
Oggi, ha ricordato il ricercatore, “il tasso di estinzione è aumentato fino a 35 volte rispetto al passato”. Eppure, il suo intervento si è chiuso con una prospettiva meno cupa. “Attraverso l’ascolto e la riproduzione dei suoni naturali è possibile mantenere viva la memoria di specie scomparse”. Da qui il riferimento alle cosiddette “specie Lazzaro”, animali creduti estinti e poi riscoperti dopo decenni o persino secoli: “Un’immagine che dà il titolo al progetto e suggerisce una possibilità: che ciò che sembra perduto possa, in qualche modo, tornare”.
La seconda parte dell’incontro ha lasciato spazio alla sperimentazione sonora con la performance dei compositori Andrea Laudante, Paolo Montella e Francesco Sant’Agata, attivi nel campo della musica elettroacustica e dell’improvvisazione radicale. Il loro obiettivo è stato ricreare o reinterpretare, attraverso il suono, il canto di varie specie. Il lavoro dei tre musicisti parte spesso dall’ascolto dei suoni della natura, rielaborati però attraverso dispositivi elettronici e tecniche di sintesi digitale.
Il risultato si avvicina alla cosiddetta musica acusmatica, pensata per essere diffusa attraverso gli altoparlanti piuttosto che eseguita con strumenti tradizionali. Nel loro caso però si parla piuttosto di una pratica “post-acusmatica”, in cui l’elettronica si intreccia con la dimensione performativa. “Le composizioni nascono spesso da processi improvvisativi, senza uno schema prefissato: i suoni si trasformano durante l’esecuzione e danno vita a una sorta di dialogo sonoro tra i performer”, ha spiegato Laudante.
La lezione-concerto si è conclusa così: con un’esperienza immersiva che ha stupito e affascinato gli astanti. Un esperimento che ha provato a mostrare, nelle parole di Frasca, come “anche attraverso il suono sia possibile ascoltare il cambiamento del mondo”.
Giovanna Forino
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