Il Mar Morto, l’immenso lago salato che si trova in una depressione tra Israele, Giordania e Cisgiordania, si sta progressivamente prosciugando.
L’intensità dell’evaporazione dell’acqua, incrementata dalle temperature sempre più calde e dalla rarefazione delle piogge, unita con interventi dell’uomo molto impattanti, tra i quali la deviazione del corso delle acque del fiume Giordano e di altri affluenti e le estrazioni minerarie, hanno fatto sì che dagli anni Sessanta del ventesimo secolo ad oggi il livello del Mar Morto sia sceso di circa un metro all’anno. Il fenomeno è ben noto, se ne sono occupati più volte anche giornali e televisioni. Un nuovo studio scientifico pubblicato sulla rivista Journal of Hazardous Materials rivela adesso che le celebri acque ipersaline del Mar Morto, note per la loro straordinaria galleggiabilità, sono oggi circondate da vere e proprie fasce di rifiuti plastici.
Il rapido arretramento del lago ha infatti creato terrazze costiere che funzionano come ‘anelli ambientali’, accumulando nel tempo bottiglie, sacchetti e altri rifiuti. Sono stati individuati una ventina di anelli. Dal 2000 in poi l’apporto di plastica è cresciuto drasticamente: alcune terrazze contengono già centinaia di chili di di plastica e se non ci sarà una drastica inversione di rotta il futuro appare drammatico. Si potrebbe arrivare infatti fino ad oltre una tonnellata entro il 2030.
Lo studio, che si è svolto tra il 2022 e il 2023, ha coinvolto anche il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (Distar) e in particolare il prof. Alessio Langella e il ricercatore Francesco Izzo. Hanno lavorato con ricercatori e docenti dell’Ateneo del Sannio e di altre Università. “Insegno Mineralogia – dice Langella – e la mia parte nel progetto era quella di capire se ci sono interazioni tra i minerali e le microplastiche che si accumulano nel Mar Morto. Non sono andato lì, ma ho analizzato i materiali che sono stati prelevati da altri ricercatori i quali hanno partecipato al progetto. Ho verificato con una serie di analisi strumentali e di laboratorio che l’interazione con le microplastiche c’è e che alcuni minerali hanno un’attitudine maggiore di altri ad inglobarle”.
Le plastiche che formano gli anelli all’interno del lago salato provengono per lo più dai torrenti e dai fiumi che in esso si immettono. “Sono corsi d’acqua – spiega il docente – che restano in secca per gran parte dell’anno. S’ingrossano con le piogge, non di rado violente, e trascinano nel Mar Morto tutti i rifiuti abbandonati sul territorio che essi attraversano. Nel lago restano in superficie, non si depositano sui fondali. Galleggiano in conseguenza dell’elevata salinità di quelle acque”.
Il sole intenso e le temperature estreme “accelerano la degradazione dei polimeri. Si generano decine di migliaia di microplastiche per chilogrammo di sedimento. Questo è un aspetto del problema particolarmente grave perché le microplastiche penetrano nella catena alimentare e nell’ecosistema. Le ingeriscono i pesci e gli uccelli, contaminano un po’ tutto. Uomo compreso, perché attraverso la catena alimentare ce le ritroviamo nel piatto quando consumiamo prodotti animali o vegetali che le contengono”.
La speranza, conclude il prof. Langella, è che “questo studio, insieme a tanti altri che hanno riguardato quel territorio tanto bello quanto minacciato, possa contribuire ad apportare elementi di conoscenza utili a stimolare interventi senza i quali il Mar Morto continuerà a perdere acqua e sarà sempre più inquinato e malato”. L’instabilità politica di quei territori e l’aspra conflittualità che li caratterizzano, peraltro, non aiutano ad adottare interventi che, per essere efficaci, necessitano della cooperazione di diversi Stati.
Fabrizio Geremicca
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