Referendum confermativo sulla giustizia. Le ragioni del ‘no’ e quelle del ‘sì’

Sì o no? Il referendum confermativo del 22 e 23 marzo chiamerà milioni di cittadini a esprimersi sulla riforma costituzionale, che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un tema cruciale che, pur essendo specialistico e pregno di tecnicismi, può avere un impatto concreto sull’equilibrio dei poteri. Per questo, al fine di informare e fornire strumenti critici concreti, soprattutto agli studenti delle scuole, il Dipartimento di Giurisprudenza ha reputato opportuno organizzare un dibattito in vista del voto, lo scorso 19 gennaio.

L’evento è nato su idea della prof.ssa Giovanna De Minico e del prof. Salvatore Boccagna, grazie anche al sostegno della Commissione Orientamento e Tutorato coordinata dalla prof.ssa Valeria Marzocco. Nell’occasione, universitari, docenti e liceali – i veri destinatari – hanno riempito l’aula Coviello e assistito a un dibattito molto intenso e serrato, che ha toccato diversi picchi di tensione dialettica, frutto di interventi sempre pertinenti, comunque proposti con un linguaggio accessibile, per chiarire i nodi centrali della riforma.

Quattro domande agli ospiti

Da un lato, i quattro ospiti a favore del sì – Giuseppe Amarelli, professore di Diritto penale, Francesco Paolo Sisto, Senatore e Vice Ministro della Giustizia, Vincenzo Maiello, professore di Diritto penale, e Giacomo Rocchi, Presidente I Sezione penale della Corte di Cassazione, Comitato ‘Si riforma’ – hanno puntato sulla necessità della terzietà dei giudici così come dell’eliminazione del correntismo nel Consiglio Superiore della Magistratura. Dall’altro, gli altrettanti sostenitori del no – Massimo Villone, professore emerito di Diritto costituzionale, la già citata De Minico, docente di Diritto costituzionale e pubblico, Salvatore Boccagna, docente di Diritto processuale civile, e Francesco Maria Vicino, Sostituto Procuratore al Tribunale di Nola e Comitato ‘Giusto Dire NO’ – hanno messo in guardia, in alcuni casi con preoccupazione, dai possibili effetti della riforma sull’equilibrio tra poteri, suggerendo che l’esecutivo potrebbe invadere il campo del giudiziario, assoggettandolo.


A fare gli onori di casa ci ha pensato la prof.ssa Carla Masi, Direttrice del Dipartimento Giurisprudenza. “L’università – ha esordito – è uno spazio di dialogo in cui le idee si confrontano e talvolta si mettono in discussione. I punti della riforma su cui discutere sono diversi, ben venga il dibattito con relatori di altissimo livello”. Poi il monito: “esercitare il pensiero critico” e “interrogarsi sul fondamento dello Stato di diritto, sull’equilibrio dei poteri e sulla libertà dei cittadini”. Ai giovani: “per voi oggi un primo passo importante, speriamo, di un percorso di formazione come studenti e cittadini consapevoli”.

Ha moderato il giornalista Davide Varì, Direttore de Il Dubbio, che ha interpellato un esponente del “sì” e uno del “no” su ogni domanda – ne ha poste quattro in totale – offrendo poi una controreplica a chi ha risposto per primo. Inoltre, prima dell’inizio del dibattito, la ricercatrice di Diritto costituzionale e pubblico Maria Francesca De Tullio ha preso la parola per un intervento del tutto neutrale in cui ha illustrato in breve i passaggi fondamentali della riforma, provando a semplificare per la platea.

E ha spiegato che se il primo punto è “la separazione delle carriere”, la diretta conseguenza è “lo sdoppiamento del CSM (l’organo di autogoverno della magistratura) in uno per i giudici e uno per i pm, e la creazione di una cosiddetta Alta Corte, cui spetterebbero le funzioni disciplinari”. E uno dei passaggi più controversi riguarda le modalità di selezione dei componenti sia laici che togati: dall’elezione si passerebbe al sorteggio.

La riforma e la Costituzione

Posto questo, al prof. Villone – ragioni del no – è toccato rispondere alla prima domanda del moderatore – la riforma crea o no una sorta di super pubblico ministero, indebolendo il CSM, oppure sgancia il giudice dalla soggezione al pm? “Innanzitutto – ha esordito il docente Emerito – la riforma tocca il cuore della Costituzione. Menomale che c’è Nordio, perché ha dichiarato che l’opposizione non dovrebbe protestare, visto che avrà la sua convenienza quando governerà.

Dunque la riforma conviene a chi ha potere? La stessa Meloni nella conferenza di fine anno ha detto che bisogna remare tutti nella stessa direzione, governo e magistrati. Ma da quando questi ultimi devono andare nella stessa direzione di chi comanda? I magistrati stanno lì per difendere i diritti, non per remare con chi comanda. La vera domanda da porsi è se la riforma indebolisce il magistrato in rapporto al potere politico. Questa riforma distrugge gli equilibri costituzionali.

Per questo voterò no”. Per la contro risposta – ragioni del sì – è stato chiamato in causa Amarelli. E ha detto: “Questa non è una riforma contro la Costituzione, contro la sinistra, e non è berlusconiana; non mette in discussione l’articolo 104 sull’indipendenza della magistratura, né l’articolo 112 sull’obbligatorietà dell’azione penale. La riforma rafforza la terzietà del giudice, inoltre non c’è nulla di sovversivo nella separazione del CSM, ma è una conseguenza obbligata.

Anzi, separare le carriere sarebbe molto utile: garantirebbe una maggiore specializzazione dei due organi di autogoverno (i due nuovi CSM), così come una migliore formazione di giudici e pm, e aiuterebbe a ridurre il peso delle correnti”. All’orizzonte, nessun rischio di un super pubblico ministero: “il nuovo CSM (quello dei pm) sarebbe un organo di autogoverno non politico che assicurerebbe l’indipendenza del magistrato requirente, e lo conferma il fatto che lo presiederebbe il Presidente della Repubblica, figura super partes”.

CSM e sorteggio

A questo punto si è arrivati a uno dei nodi più intricati: il sorteggio. È stato chiesto a Maiello – fronte del sì – se questa modalità svaluterebbe il CSM o lo metterebbe al riparo dalle correnti.

“Il sorteggio – ha spiegato – serve per venire incontro all’esigenza di liberare l’organo non di autogoverno, ma che io definisco di governo autonomo della magistratura. Purtroppo il CSM ha dato di sé pessima prova, emulando modalità di esercizio e occupazione di potere della politica; da decenni si registra uno strapotere oligarchico e familistico delle correnti.

Nella magistratura c’è la consapevolezza che senza l’iscrizione a correnti non si fa carriera. Con la riforma si dà spazio al merito come criterio di valutazione nella progressione del percorso”. La replica non si è fatta attendere, con il prof. Boccagna – per il no – che ha subito toccato il nervo scoperto: “non esiste organo, pubblico o privato, investito di compiti di una qualche serietà, i cui componenti sono scelti a sorte. È la parte meno difendibile della riforma. Ripugna al buon senso. Si dice di voler combattere il correntismo, che ha toccato il culmine nel caso Palamara.

Un fatto gravissimo. Ma con lui, all’epoca, oltre ai magistrati c’erano anche i politici, insomma parliamo di un fenomeno speculare. Valesse lo stesso discorso, dovremmo abolire dunque anche le elezioni. Mi fa male il dito, mi taglio la mano, così non avrò più dolore. Inoltre, i togati sarebbero estratti a sorte tra tutti i magistrati, i laici invece da un elenco approvato dal Parlamento – dunque scelti dalla politica. Insomma, aumenterà il peso della componente laica su quella togata negli organi di autogoverno”.

L’Alta Corte

A proposito dei possibili nuovi organi introdotti dalla riforma, si è discusso molto anche sulla cosiddetta Alta Corte. A esprimersi per primo è stato il dott. Vicino, Sostituto Procuratore al Tribunale di Nola e Comitato ‘Giusto Dire NO’. E non ha scelto la diplomazia per prendere posizione: “l’Alta Corte sarebbe assolutamente inutile e pericolosa. Il tanto odiato CSM si scopre essere l’organismo più severo del continente per provvedimenti disciplinari: ne adotta il triplo della Spagna, il quintuplo della Francia.

Che sia un’eccellenza lo dice Fabio Pinelli, Vicepresidente del CSM, che è in quota Lega nord. L’Alta Corte, inoltre, sarebbe pericolosa perché la politica vigilerebbe e potrebbe minacciare per orientare le indagini e i processi. L’indipendenza così verrebbe polverizzata, considerando anche che il Presidente dell’Alta Corte sarebbe un membro politico, zero possibilità per i togati.

In più, la scelta di quale magistrato portare davanti alla Corte sarà in capo al Ministro, verosimilmente. Tutto questo evocherebbe ciò che succedeva durante il regime fascista”. Altrettanto poco diplomatica è stata la replica del dott. Rocchi, Presidente I Sezione penale della Corte di Cassazione, Comitato ‘Si riforma’, che parlando del suo dirimpettaio ha detto “il collega racconta storie”.

E ha aggiunto: “la Costituzione già presta attenzione alle sanzioni, perché noi prendiamo decisioni pesanti, si può incappare in eccesso di potere e sbagli. Non vedo nessun rischio nell’Alta Corte: il magistrato cui viene contestata un’azione si potrà difendere, non chiamando il consigliere del CSM, ma avendo davanti un giudice finalmente autorevole. Inoltre c’è una garanzia: i componenti della Corte non possono essere rinnovati, quindi non si deve rendere conto a nessuno. L’Alta Corte serve a dare dignità al procedimento disciplinare”.

Assoggettamento della magistratura alla politica?

Gli ultimi due interventi sono stati prima del Viceministro Sisto, poi della prof.ssa De Minico, per il ‘no’. Alla domanda – ovvero il tema più politico di tutta la riforma: “c’è un rischio di assoggettamento reale della magistratura alla politica?” – il vice di Nordio naturalmente ha risposto di no: “questa è una riforma straordinaria per il Paese. Il giudice deve essere diverso da chi accusa, è semplicissimo. La riforma è netta, chiara. Questa distanza è una garanzia fondamentale.

Anche sul sorteggio e sul CSM ho ascoltato amnesie assolute. Non si tratta solo di Palamara, l’intera categoria ha fatto male il suo dovere, noi ridaremo trasparenza al Consiglio Superiore della Magistratura. Vogliamo i giudici migliori, non quelli correntizi. Oggi la magistratura controlla il consenso della politica, ma i giudici devono applicarle le leggi, non scriverle.

Diversi magistrati, negli angolini, sono venuti da me a chiedermi di andare avanti per liberarsi dalle correnti. L’occasione è irripetibile, proviamo a eliminare i privilegi. Che noi vogliamo mettere la politica sulla magistratura è un falso ideologico che va rispedito al mittente”.

Infine, è toccato alla prof.ssa De Minico che ha replicato a Sisto: “Il diritto non è solo quello scritto, ma anche quello che si evince dall’interpretazione, soprattutto se si tratta di norme costituzionali, che non vanno lette una separata dall’altra. È vero che l’articolo 104 della Costituzione sancisce l’autonomia della magistratura, ma quale riforma ammetterebbe il contrario esplicitamente? Nemmeno l’Iran lo fa, ma comunque ha una magistratura al servizio del potere politico.

Le indicazioni che arrivano ci raccontano di una posizione ancillare che la magistratura assumerebbe. Si inizia a scivolare verso l’esecutivo, e non si tratta di una rivoluzione che avviene dalla sera alla mattina, ma step by step, fino ad arrivare alla sottomissione della magistratura alla politica. La riforma chiede al giudice di domani di essere molto più coraggioso di quanto lo sia oggi. Il giudice non deve essere coraggioso, ma avere un sistema che lo difende e gli garantisce autonomia.

Se il giudice è sotto la spada dell’azione disciplinare, che può essere orientata dalla politica e resa persecutoria, difenderà i diritti altrui o il proprio posto? Alfredo Rocco (giurista e Ministro della Giustizia durante il regime fascista) disse: il potere assoluto, quello politico, e tutti gli altri, sottoposti. A voi la scelta: volete giudici che cercano di stare al centro senza farsi tirare la giacchetta o giudici ancillari del potere politico?”.

Al termine del lungo dibattito, ha avuto luogo un altro giro di botta e risposta per ribadire concetti e posizioni. Successivamente, in chiusura definitiva dell’evento, si è dato spazio alle tantissime domande degli studenti, che si sono dimostrati consapevoli, attenti e partecipativi.
Claudio Tranchino

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Ateneapoli – n.1 – 2026 – Pagina 18-19

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