Il team della Federico II rappresenterà, dal 23 al 27 marzo, l’unica Università italiana in gara a Trier, in Germania, per la XIX Roman Law Moot Court Competition. Non si tratta di un esame e neanche di una semplice gara accademica. È un’aula di tribunale ricostruita come se si fosse nell’antica Roma, ma con l’inglese come lingua ufficiale e giudici provenienti da tutta Europa.
Oxford, Cambridge, Tübingen, Liège, Vienna, Atene, Trier: alcune tra le più prestigiose istituzioni giuridiche europee. Tra queste, Napoli, con la sua squadra federiciana composta da 4 studenti del secondo anno: Chiara Bellofiore, Daniela Zaffiro, Alessandro Volpe e Biagio Mastrogiacomo.
La competizione simula un processo di diritto romano. Ma sarebbe riduttivo definirla così. È, piuttosto, un laboratorio ‘professionale’: studio del caso, ricerca diretta sulle fonti, costruzione della strategia difensiva, memorie scritte e arringhe orali davanti a un collegio di docenti-giudici. Il tutto in inglese giuridico.
A guidare la squadra c’è la prof.ssa Carla Masi, che da anni segue il progetto e ne conosce bene il valore formativo.
“È un tipo di esperienza didattica molto diffusa nei Paesi anglosassoni, dove hanno iniziato molto prima di noi – racconta – Sono stati proprio loro a coinvolgerci. La gara è organizzata come un torneo sportivo, con gironi, semifinali e finale. Noi professori facciamo i giudici, ma ovviamente non possiamo giudicare la nostra squadra. L’atmosfera è competitiva, ma soprattutto altamente formativa”.
La Federico II ha già ospitato l’evento a Napoli in passato e la prof.ssa Masi la ricorda come “un’esperienza fantastica, Napoli offre tanto e questi processi, pur basati sul diritto romano, spesso sono modellati su casi moderni, talvolta anche con risvolti creativi o divertenti. Però la sostanza resta: trovare le argomentazioni giuste per difendere una parte”. Ed è proprio questo il cuore della sfida: non ripetere nozioni, ma ragionare come giuristi.
Tra le qualità ricercate negli studenti che formano la squadra vi sono: “ottima conoscenza dell’inglese, prontezza di reazione alle domande dei giudici, capacità di argomentare sotto pressione e anche un comportamento adeguato in aula: saper parlare, muoversi, vestirsi come in una vera corte. E naturalmente una solida preparazione giuridica”, sottolinea la docente.
“È richiesta precisione giuridica e scaltrezza nell’argomentare, e credo che queste abilità saranno utili nell’ambito lavorativo futuro”, riflette Chiara Bellofiore, una delle partecipanti.
La preparazione – che dura mesi – è articolata in seminari, studio intensivo del caso, divisione dei ruoli (due studenti difendono l’attore mentre gli altri due il convenuto) e continue simulazioni. Un vero e proprio allenamento. “Gli studenti che hanno partecipato gli anni scorsi mi stanno aiutando molto: trasmettono esperienza e consigli ai ragazzi di quest’anno”, racconta Masi.
Ovviamente, anche per gli studenti selezionati la Moot Court è molto più di un’attività extracurricolare. È una prova di maturità, una sfida, come ad esempio racconta ancora Chiara: “essere scelta ha rappresentato il riconoscimento di sacrifici, ma anche un trampolino verso nuove opportunità.
Inoltre è un’esperienza che ti mette davanti a te stessa: precisione giuridica e scaltrezza argomentativa devono andare di pari passo. Ogni giorno ti spinge a pretendere di più da te”. L’aspetto che più l’ha colpita è la dimensione collettiva del lavoro: “Le linee difensive non nascono mai da una sola persona. Basta un’intuizione di un collega per aprire una strada che nessuno aveva visto.
Siamo molto uniti e questa è la nostra forza”. E poi c’è il peso simbolico della squadra di appartenenza: “Rappresentare l’Italia, la culla del diritto romano, è una responsabilità enorme. Vuol dire portare con sé un patrimonio culturale che il mondo ci riconosce”. Per Daniela Zaffiro, altra partecipante, la competizione è “un’occasione unica e irripetibile”. Non solo dal punto di vista accademico, ma personale. “Mi permette di confrontarmi con professori e studenti di università prestigiose e, allo stesso tempo, di migliorare le mie capacità di studio, di ricerca, di public speaking. Si deve imparare a essere persuasiva, convincente, a sostenere interessi che non sono i tuoi.
È un allenamento completo”, dice la studentessa. Il caso da discutere è ambientato nella Treviri del VI secolo d.C., ma la difficoltà è tutta contemporanea: scritti difensivi, arringhe, domande incalzanti dei giudici. “Scrivere e parlare in inglese giuridico è una sfida enorme, ma anche la parte più stimolante. Ti costringe a capire davvero quello che stai dicendo, ad andare al nocciolo della questione”.
Per Daniela la parola chiave è fiducia: “Una squadra funziona solo se c’è lealtà, rispetto e collaborazione. Altrimenti non si va lontano”. Biagio Mastrogiacomo parla di un vero cambio di mentalità rispetto allo studio tradizionale: “all’università impariamo prima la norma e poi la applichiamo, qui succede il contrario. Ci troviamo davanti a una controversia concreta e dobbiamo scavare nelle fonti per costruire la soluzione. È molto più dinamico, quasi investigativo. Intellettualmente elettrizzante”.
Oltre alle competenze tecniche, “sento di star acquisendo qualcosa di più: gestione dello stress, lavoro di squadra, capacità di parlare in pubblico. Tutte cose che le lezioni frontali non sempre riescono a darti”, dice. Infine, Alessandro Volpe, quarto dei partecipanti, che ha scoperto la selezione quasi per caso, leggendo un post sui social, ha capito subito “che era un’opportunità da non perdere, finalmente potevo trasformare lo studio in qualcosa di concreto”, il che risulta essere il motore di tutti i partecipanti.
Per Volpe la Moot è anche una sfida personale: “ho sempre avuto timore di parlare in pubblico, qui non ci si può nascondere: devi esporti, convincere, difendere una tesi in inglese. È il modo migliore per uscire dalla comfort zone”. Il confronto con Atenei come Oxford e Cambridge non lo intimorisce, anzi: “probabilmente saranno più abituati a questo tipo di simulazioni e giocheranno in casa con la lingua, ma impegno e determinazione possono fare la differenza, e poi il dialogo con studenti di tutta Europa sarà una crescita enorme, non solo professionale ma umana”.
Alla fine, ciò che unisce le loro voci è la stessa idea: il diritto non come teoria astratta, ma come pratica viva, come parola che persuade, come ragionamento che prende forma davanti a un giudice, e questa competizione viene vista come vera occasione di crescita.
La prof.ssa Masi ricorda, in conclusione, l’obiettivo di un’esperienza come questa: “formare giuristi capaci di pensare, reagire e argomentare. Professionisti veri, prima ancora che studenti”.
Annamaria Biancardi
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Ateneapoli – n.2 – 2026 – Pagina 16







