Storia medievale: mille anni concentrati in quindici lezioni da due ore “sono una follia”

“Un esame che pretende di coprire mille anni di storia in quindici lezioni da due ore è semplicemente impossibile”. Parte da qui il prof. Francesco Senatore, docente di Storia medievale, per riflettere sull’impostazione dell’esame alla Triennale in Lettere moderne. Una sproporzione che mette in crisi non solo l’organizzazione del corso, ma l’idea stessa di didattica universitaria. Il nodo non è solo cosa si insegna, ma quando e come.

“Il sistema dei crediti stabilisce un equilibrio tra ore di lezione e studio individuale. Ma trenta ore concentrate in sei settimane – per un esame di 6 crediti – che noi chiamiamo ‘semestre’, sono una follia”. In questo schema, la frequenza perde senso: “Lo studente viene a lezione, ascolta, prende appunti e poi a casa ricomincia tutto da capo. Così non impara in classe. E, se non si impara in classe, la spiegazione non serve a niente”.

Da qui nasce un’impostazione didattica, che Senatore definisce senza esitazioni un esperimento. Il primo principio: la trasparenza. “Io dico subito agli studenti tutto quello che faremo e tutto quello su cui li interrogherò. A scuola questo si chiama patto formativo”. Ma la trasparenza, avverte, funziona solo se è reciproca: “Io vi spiego tutto quello che dovete studiare. Voi però dovete studiare. Altrimenti seguire non ha senso”.

Il secondo principio è la riduzione drastica del programma. Non per semplificare, ma per rendere possibile l’apprendimento: “O fai una cosa generica, che spesso è peggio della scuola, oppure capiscono solo gli studenti più bravi”. È una dinamica che Senatore osserva da anni: “Abbiamo studenti straordinari, ma la massa non riesce a stare dietro. E allora il docente si trova davanti a un bivio: abbassare il livello e spiegare banalità, oppure mantenere un livello alto e parlare a pochi”. La sua scelta è netta: “Io rinuncio a fare l’enciclopedia”. I programmi da quattrocento o cinquecento pagine, spiega, “sono solo una riproposizione dei manuali scolastici. Funzionano solo in apparenza”.

Dizionari e atlanti sono essenziali

Il corso che inizierà a marzo si concentra invece su un numero limitato di fonti, 12 selezionate, per affrontare i nodi centrali della storia medievale con un’analisi approfondita dei testi, non con una narrazione riassuntiva. Il candidato deve dimostrare dunque di “saper analizzare e contestualizzare le fonti”. Spesso in latino, i testi sono commentati in italiano, ma lasciati visibili nella loro lingua originale. Dizionari, atlanti e strumenti di consultazione sono dunque essenziali. Ad esempio: “Se non sai dov’è Gerusalemme o cosa significa un termine in latino, lo devi cercare. Fa parte del lavoro”.

Il modello, per Senatore, è quello della letteratura o della filosofia: “Un professore di letteratura non racconta la vita di Manzoni, ma legge Manzoni. Non racconta Hegel, ma lo legge. Non tutto, ovviamente”. Il vero obiettivo è proprio il metodo: “Si studiano poche cose in maniera accurata, come fanno i ricercatori”. Un esempio: “Le crociate non sono nel mio programma. Ma, se un giorno le leggi, le capisci, perché hai imparato come si lavora su una fonte”. Per Senatore, questa è la differenza tra studio quantitativo e studio qualitativo.
Anche l’uso dei materiali didattici segue questa logica.

“Il PowerPoint non è un tesoro – avverte – Serve per commentare i testi e mostrare schemi, cartine, parole chiave. Fotografare le slide distrae”. L’idea è che lo studio avvenga durante il corso, non mesi dopo, recuperando appunti presi in fretta: “A distanza anche di una settimana, se non hai studiato, non ci capisci più niente”.

I limiti di questa impostazione, Senatore non li nasconde: “Non funziona sempre. Anzi, funziona male”. I risultati si polarizzano: “O capiscono davvero, oppure non capiscono nulla”. Ma anche questo, sostiene, è un dato strutturale: “Chi ce la fa, però, è superiore a chi si è riletto per la centesima volta la storia raccontata nei manuali”. E il problema, aggiunge, non riguarda solo gli studenti: “È colpa di tutti. Anche dei docenti. Anche dell’istituzione”.

Il discorso si allarga inevitabilmente al sistema universitario nel suo complesso. “Se gli studenti venissero tutti a lezione, non avremmo dove metterli”. Un’università pensata per grandi numeri, senza strutture adeguate, rende impraticabile una didattica fondata sulla partecipazione continua: “L’università è per tutti, non solo per quelli bravissimi. Ma non siamo attrezzati”.

Meglio allora scegliere, lasciando cadere l’illusione della completezza. Perché, come conclude Senatore, “le nozioni si dimenticano, ma una prassi procedurale solida e i concetti fondamentali della disciplina restano. E permettono sempre di tornare alle conoscenze, soprattutto a chi domani insegnerà storia”.
Giovanna Forino

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Ateneapoli – n.3 – 2026 – Pagina 22

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