L’Ateneo apre le sue porte a studenti, istituzioni e cittadini e trasforma la sede istituzionale in un luogo di ascolto, memoria e consapevolezza. ‘Il coraggio delle donne. La vita al di là del cancro’ non è solo un evento, ma un gesto collettivo: un invito a guardare la malattia senza retorica e senza paura, attraverso la forza delle immagini e delle testimonianze.
A moderare l’incontro del 16 febbraio è la giornalista e scrittrice Claudia Conte, che guida il dialogo con equilibrio tra rigore istituzionale ed empatia. In sala e in collegamento intervengono il Rettore Gianfranco Nicoletti, il Ministro della Salute Orazio Schillaci (con un videomessaggio), il Capo della Polizia – Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Prefetto Vittorio Pisani, la dott.ssa Maria Rosaria Campitiello, capo del Dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute, e la dott.ssa Clementina Moschella, Direttore Centrale di Sanità della Polizia di Stato del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno.
Il senso dell’iniziativa è chiaro fin dall’apertura. “La malattia non spegne la luce delle persone”, afferma il Rettore Nicoletti. Poi spiega che l’evento nasce da un concorso fotografico interno alla comunità accademica: “un bando pensato non per cercare immagini perfette, ma per raccontare dignità, empatia, trasformazione. I numeri restituiscono il peso della realtà: in Campania ogni anno circa 17.000 donne ricevono una diagnosi oncologica. Ma c’è un dato che cambia prospettiva: oltre 180.000 donne nella regione vivono dopo quella diagnosi”.
È lì che si colloca il cuore dell’incontro: nella vita che continua. Nicoletti richiama anche il ruolo dell’università come presidio di cittadinanza attiva. “Non basta produrre ricerca e formazione, serve generare consapevolezza su ciò che attraversa le esistenze concrete. Da qui l’idea della fotografia come linguaggio silenzioso ma potentissimo, capace di farsi ‘carezza’ e ‘verità’, di dire che la rinascita è possibile senza indulgere nel pietismo”.
La diagnosi oncologica “un terremoto silenzioso”
Il Ministro Schillaci, nel suo videomessaggio, ribadisce: “la lotta al cancro ha compiuto progressi significativi, ma la svolta decisiva resta la prevenzione: stili di vita corretti, adesione agli screening, diagnosi precoce. Ridurre le disparità territoriali e garantire accesso equo alle cure non è solo un obiettivo sanitario, ma un impegno civile”. Guarire, sottolinea, “significa tornare a vivere con dignità, non soltanto terminare un ciclo di terapie”.
Successivamente, il Prefetto Pisani amplia lo sguardo al mondo del lavoro e alla responsabilità delle istituzioni. “La tutela della salute – afferma – deve diventare un dovere condiviso. Nella Polizia di Stato, dove oggi operano circa 18.000 donne, sono stati rafforzati i servizi di assistenza sanitaria, il supporto psicologico e i programmi di prevenzione. Perché prendersi cura delle persone significa anche garantire loro il diritto di continuare a servire la comunità con serenità”.
Nel cuore più scientifico dell’incontro, la dott.ssa Campitiello definisce la diagnosi oncologica un “terremoto silenzioso” che sconvolge priorità, relazioni, prospettive. Il compito delle istituzioni – continua Campitiello – è dare tempo: tempo per curarsi, per vivere, per guarire. La prevenzione, ribadisce, “è il miglior farmaco, perché permette di intercettare la malattia prima che diventi devastante. E accanto alla medicina resta imprescindibile il sostegno psicologico: la malattia non colpisce solo il corpo, ma identità, famiglia, lavoro”.
La dott.ssa Moschella porta l’esperienza del Servizio sanitario della Polizia di Stato, con particolare attenzione al tumore della mammella e alle campagne di prevenzione strutturate: “Centrale è anche il coinvolgimento degli uomini come veicolo di consapevolezza nelle famiglie. La prevenzione non può essere uno slogan, ma una pratica concreta e quotidiana”.
Le testimonianze
Poi il registro cambia. Le parole istituzionali cedono spazio alle voci di chi ha attraversato la malattia. Le testimonianze delle dott.sse Teresa Troiani ed Erika Martinelli, entrambe oncologhe e pazienti, e della dott.ssa Giuseppina Capasso trasformano l’aula in un luogo di condivisione profonda. Raccontano la paura, le cure, la trasformazione del corpo, la forza di tornare al lavoro senza essere ridotte a una diagnosi.
Raccontano la necessità di uno psicologo, di colleghi che non discriminano, di familiari che reggono il peso insieme. Commuove la lettera di una studentessa sopravvissuta alla leucemia, letta dalla collega Anna Raimondo: parole semplici e fortissime che ricordano come “una diagnosi non sia la fine di un progetto di vita”. Colpisce la testimonianza di Antonio Vozza, che racconta cosa significhi “vivere la malattia da fratello: perché il tumore non travolge mai una sola persona, ma interi nuclei familiari”.
Le cinque opere premiate
Il momento conclusivo è affidato alla mostra e alla premiazione delle opere vincitrici del concorso fotografico. Cinque opere emergono tra le tante candidature e aprono la visita alla mostra, composta anche da altri scatti selezionati: al quinto posto ‘Madre e figlia’ di Maria Fiorentino, racconto intimo di un legame che resiste; al quarto posto ‘Abbiamo vinto noi’ di Alberto Ramella, dove una figlia consola la madre; al terzo posto ‘Una luce nel buio’ di Eugenio Ruocco, simbolo della speranza che filtra anche nei momenti più oscuri; al secondo posto ‘Ogni sguardo un racconto di coraggio’ di Salvatore Lucibello, celebrazione della bellezza che non si spegne; infine al primo posto ‘Amor vincit omnia’ di Federica Adele Ambrosino, dove l’amore diventa sostegno, forza, promessa.
Non è una celebrazione della malattia. È una celebrazione della vita che resta, della luce che non si lascia spegnere. La Vanvitelli affida ai presenti un messaggio limpido: prevenzione, ricerca e cura sono strumenti concreti. Ma la comunità – quella che accoglie, sostiene, ascolta – è parte della terapia. Il coraggio vero non fa rumore. Si riconosce negli sguardi, nei silenzi condivisi, nelle mani che non si lasciano andare.
Elisabetta Del Prete
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Ateneapoli – n.3 – 2026 – Pagina 34







