La medicina spaziale “un settore di nicchia in crescita”

Lo studio della reazione del corpo umano alle condizioni nello spazio è stato uno dei temi affrontati durante l’incontro dello scorso 20 marzo organizzato nell’ambito di UniStem all’Università Vanvitelli, che ha visto tra gli interventi anche quello della prof.ssa Giulia Ricci. La docente del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Ateneo ha illustrato agli studenti un ambito di ricerca ancora poco noto ma in crescita: la medicina spaziale.

Si tratta di “un ambito di ricerca con radici profonde”, legato allo studio dell’esposizione prolungata del corpo umano a condizioni estreme. Nello spazio, infatti, l’organismo è sottoposto a diversi fattori di stress, come la microgravità e le radiazioni. Queste condizioni agiscono spesso in modo silente sull’organismo, producendo effetti a livello cellulare. Tra i fenomeni osservati c’è il cosiddetto ‘space aging’, su cui molti studi concordano: è infatti emerso che nello spazio si registrano processi di invecchiamento accelerato.

Per studiare questi effetti, le Agenzie spaziali, anche quella italiana, hanno promosso bandi e programmi di ricerca basati su simulatori terrestri, in grado di riprodurre alcune condizioni dello spazio. L’obiettivo è valutare l’impatto su cellule e tessuti, ma anche sviluppare contromisure per gli astronauti: tecnologie di sensoristica, dispositivi indossabili e strumenti per il monitoraggio della salute.

Un aspetto rilevante riguarda anche il supporto medico da remoto: durante le missioni, infatti, gli astronauti, spesso con formazione ingegneristica, possono essere guidati a distanza nello svolgimento di procedure sanitarie. La ricerca si concentra principalmente sulla riduzione dell’impatto dei principali rischi dello spazio: microgravità, radiazioni ionizzanti, confinamento, distanza dalla Terra, ambienti ostili e chiusi. Tra le soluzioni possibili ci sono delle tecnologie di schermatura contro le radiazioni, strategie per garantire l’efficacia di farmaci e nutrienti in microgravità e sistemi per migliorare la vita in ambienti isolati.

Per quanto riguarda i progetti e le prospettive future, anche in Italia sono attivi diversi programmi. Tra questi, lo sviluppo di serre spaziali per l’autonomia alimentare degli astronauti nelle future missioni, come quelle studiate alla Federico II. Altri studi coinvolgono università come La Sapienza e la stessa Vanvitelli, impegnate nella simulazione degli effetti delle radiazioni cosmiche e della microgravità.

Si tratta tuttavia di un settore ancora di nicchia: “non esiste un percorso formativo specifico e ci si avvicina a questo ambito entrando in gruppi di ricerca biomedica. In questo scenario, anche l’Aeronautica Militare contribuisce alla formazione di figure ibride, a metà tra medicina e ingegneria”.
In conclusione, la medicina spaziale si conferma “un settore sempre più strategico, destinato a crescere pur restando accessibile a pochi in seguito alla preparazione acquisita in diversi ambiti, poiché risulta difficile generare un percorso identificativo per queste figure professionali”.
Daniela Francesca De Luca

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Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina da 34

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