Macoresi, un progetto Vanvitelli – Medici con l’Africa Cuamm. Formazione, prevenzione e ricerca contro la fistola ostetrica in Tanzania

Un progetto che unisce formazione medica, assistenza clinica e intervento sociale per contrastare una delle complicanze più invalidanti della gravidanza nei Paesi in via di sviluppo: la fistola ostetrica. È questo l’obiettivo del progetto Macoresi – Maternità Consapevole, Responsabile e Sicura, promosso dall’Università Vanvitelli in collaborazione con l’ONG Medici con l’Africa Cuamm. “Il tutto nasce dalla volontà di fare qualcosa che non fosse soltanto assistenziale, ma anche di training e di didattica, qualcosa che potesse lasciare competenze sul territorio” spiega il prof. Pasquale De Franciscis, Ordinario di Ginecologia ed Ostetricia presso il Dipartimento della Donna, del Bambino e di Chirurgia Generale e Specialistica, direttore scientifico del progetto.

“La fistola ostetrica è una patologia che provoca sintomi molto invalidanti e spesso porta all’emarginazione sociale delle donne che ne soffrono – sottolinea De Franciscis – Per questo la prevenzione è l’obiettivo principale, attraverso un’adeguata assistenza al parto”.

Il progetto si articola in tre linee di intervento principali: clinico-assistenziale, comunitaria e istituzionale. La prima riguarda la formazione del personale sanitario locale, con corsi rivolti a ginecologi, ostetriche e operatori sanitari, con particolare attenzione al riconoscimento dei travagli a rischio di fistola ostetrica. Parallelamente si lavora per rafforzare la rete sanitaria territoriale, creando luoghi in cui le donne possano ricevere una prima assistenza quando non riescono a raggiungere l’ospedale. Il progetto prevede la ristrutturazione di quattro centri esistenti e la realizzazione di tre nuovi.

Inoltre, presso l’ospedale di Tosamaganga in Tanzania verrà istituito entro il prossimo anno un ambulatorio per la diagnosi della fistola ostetrica, mentre nel terzo anno è prevista l’attivazione di un centro per la riparazione chirurgica della fistola. La seconda linea di azione riguarda il coinvolgimento della comunità locale, attraverso attività di sensibilizzazione e programmi di inclusione sociale per le donne colpite dalla patologia.

Tra le iniziative previste c’è anche un progetto pilota di microeconomia che coinvolgerà venti donne in percorsi di supporto. Il terzo pilastro del progetto riguarda la ricerca scientifica. In Tanzania, infatti, non esiste attualmente un database dedicato alla fistola ostetrica. “Il nostro obiettivo è creare una banca dati, l’abbiamo già iniziata, per raccogliere tutti i dati nella regione di Iringa e portare avanti ricerche cliniche”, spiega De Franciscis.

Durante la prima missione, che si è svolta dal 12 al 28 febbraio, sono stati utilizzati strumenti innovativi per la didattica. “Dopo la prima giornata di didattica frontale i sanitari locali ci hanno chiesto di rendere le lezioni più interattive. Abbiamo cambiato impostazione e lavorato molto con domande e risposte. Sono stati molto più coinvolti ed entusiasti quando abbiamo mostrato il simulatore, i visori 3D e la realtà immersiva applicata agli scenari clinici”, racconta il professore.

La missione ha messo in luce anche alcune criticità del sistema sanitario locale. “La difficoltà più grande è rappresentata dai contenitori vuoti. Le strutture spesso esistono, ma sono vuote, non ci sono medici né tecnologie”.
Per il prossimo anno sono previste due nuove missioni: una per monitorare i progressi e avviare l’ambulatorio diagnostico, e una seconda in occasione del Fistola Day, la giornata mondiale dedicata alla lotta contro questa patologia, che si celebra a maggio in Tanzania.

Secondo De Franciscis, esperienze di cooperazione sanitaria come questa rappresentano anche una grande opportunità formativa per i giovani medici italiani. “Fare un’esperienza in un Paese in via di sviluppo cambia la prospettiva anche nel modo di assistere in Italia – afferma – Ci si abitua a lavorare in contesti dove non si ha nulla e bisogna prendere decisioni sulla base di quello che si ha a disposizione”.

Un’esperienza “che fa crescere molto”

A supportare queste attività sono stati selezionati due giovani medici, la dott.ssa Eleonora Braca e il dott. Gaetano Riemma, vincitori di un incarico professionale per il progetto. “La fistola ostetrica è un problema prevenibile – racconta Braca – Mi piaceva l’idea di poter andare in Tanzania e partecipare a un progetto che mirasse alla prevenzione di questa patologia, facendo qualcosa di davvero utile non solo dal punto di vista medico, ma anche da quello sociale”.

L’esperienza sul campo per la dott.ssa Braca è stata anche un importante momento di confronto con il personale sanitario locale. “All’inizio mi sembrava strano, da italiana, andare in Africa a parlare dei problemi degli africani – ammette – Per questo il supporto dei professionisti locali è stato fondamentale: hanno portato la loro testimonianza diretta riguardo a come vivono questa problematica su vari fronti”. Anche il dott. Riemma ha contribuito concentrandosi sulla ricerca e sull’analisi dei dati raccolti sul campo.

“La mia passione per la ricerca e soprattutto per l’impatto che può avere sulla salute pubblica è stata lo stimolo principale – spiega – In particolare, quando si tratta di problematiche che possono stigmatizzare le donne e che rappresentano condizioni estremamente dannose non solo dal punto di vista sanitario, ma anche sociale”. Riemma, pur non avendo partecipato dal vivo alla prima missione, ha seguito da vicino la dimensione progettuale e scientifica dell’iniziativa.

“Mi sto occupando, in partnership con le autorità locali della Muhas University, della valutazione dei primi dati osservazionali relativi all’impatto della fistola ostetrica sulla qualità della vita delle donne e dal punto di vista sociale – racconta – Successivamente analizzeremo anche come gli interventi del progetto possano modificarne gli effetti, non solo dal punto di vista pratico, ma anche qualitativo: vogliamo capire se e come gli operatori sanitari ne beneficeranno e se le donne potranno percepire cambiamenti anche nella loro vita sociale”.

“Occuparsi di un problema poco noto nel nostro Paese, dove esiste un’assistenza ostetrica strutturata, è estremamente arricchente dal punto di vista culturale ed etico – sottolinea Riemma – Aiuta a scoprire dinamiche che spesso, chiusi nei nostri ospedali ricchi di tecnologie di ultimissima generazione, ignoriamo del tutto. In un certo senso è un vero e proprio back to basics”. Oltre all’aspetto professionale, l’esperienza ha lasciato un segno profondo anche dal punto di vista umano.

“Le persone mi hanno colpito moltissimo – racconta la dott.ssa Braca – La loro capacità di essere sempre sorridenti e positive”. E a chi sta pensando di intraprendere un percorso simile, il suo consiglio è semplice: “Bisogna superare quelli che pensiamo siano ostacoli, come il contatto con un mondo così diverso dal nostro. È un’esperienza che apre la mente e che fa crescere molto, sia professionalmente che personalmente”.
Angelica Cioffo

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Ateneapoli – n.5 – 2026 – Pagina 32

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