“Proviamo a riappropriarci del calcio popolare. In Italia, alla luce dei problemi che tutto il movimento sta vivendo, si può insistere sul settore giovanile. Dovremmo lavorare sull’uso dello spazio pubblico nelle città e come questo venga vissuto dalle nuove generazioni”.
Recuperare una dimensione persa nel calcio industria: “la pratica quotidiana – il giocare – nei luoghi, possibilmente pubblici”. Questa è la riflessione emersa lo scorso 5 marzo, quando ha avuto luogo ‘Geografia dello sport’, a Palazzo Giusso, un incontro nato nell’ambito delle attività del Dottorato in Studi internazionali che ha visto protagonista il prof. Massimiliano Farris del Dipartimento di Geografia dell’Università del Cile, accompagnato nell’occasione dal prof. Fabio Amato. Il docente ha raccontato ad Ateneapoli in cosa è consistito l’incontro, che ha offerto ai partecipanti uno sguardo originale sul fenomeno calcistico, analizzandolo attraverso categorie tipiche della geografia sociale.
Nel corso dell’iniziativa, Farris, lungo la scia di John Bale, uno dei massimi esponenti del settore, ha proposto di andare oltre il “cartographic fetishism”, ovvero una lettura dello sport limitata alla dimensione cartografica. L’obiettivo – e la peculiarità dell’approccio di Farris stesso – è stato invece interpretarlo come un sistema complesso di relazioni sociali, economiche e culturali che si sviluppano su diverse scale. E le scale geografiche sono la chiave metodologica. Dal corpo, inteso come primo territorio in cui si manifestano dinamiche di potere e identità, fino al campo di gioco e allo stadio, spazi che rappresentano luoghi di socialità, conflitto e appartenenza.
Fino ad arrivare alla scala urbana e quella globale, che mostrano come lo sport sia profondamente intrecciato con processi economici e politici più ampi. “L’idea generale è riprendere le considerazioni di Bale, che cerca di contestualizzare lo studio dello sport, oltre quello che lui definisce il feticismo cartografico. Cioè: non solo mappare luoghi e fenomeni sociali o la distribuzione spaziale di determinati progetti legati all’attività sportiva, ma puntare anche a una lettura delle complesse relazioni sociali che sussistono nello sport, attraverso le categorie della geografia culturale, sociale, economica e politica. Il calcio, in tal senso, essendo sport di massa, proiettato su scala globale, ha una serie di elementi che stimolano ricerca e studio.
Tuttavia, malgrado questa importanza, gli studi sono ancora di nicchia”. La prospettiva geografica assunta da Farris permette di analizzare questioni contemporanee come il ruolo del corpo nel calcio femminile o nelle rivendicazioni delle comunità LGBT+, evidenziando come il calcio possa diventare un terreno di confronto e di trasformazione sociale. “È innanzitutto sul corpo che ogni sportivo basa la propria attività e il calcio è un mondo fortemente maschilista in cui certi corpi hanno bisogno di posizionarsi”, spiega il docente.
Ma non solo, perché nell’allargamento della scala, oltre il corpo, ci sono i campi di gioco e gli stadi, così come le metropoli: “i grandi eventi calcistici come le competizioni continentali, i Mondiali, determinano anche trasformazioni urbane e territoriali associate alla costruzione degli stadi”. L’oggetto architettonico non racchiude solo lo spettacolo sportivo ma genera la nascita di una serie di spazi collaterali come “centri commerciali, luoghi turistici” e tutto questo “influisce sul sistema urbano nel suo complesso”.
Allo stesso tempo, il calcio è sempre più influenzato dalle dinamiche della politica internazionale, perché è uno strumento di visibilità, condizionamento e soft power. Qui si arriva all’ultimo grado della scala, quella globale, che porta dritti al primo ‘Premio per la Pace’ che la Fifa ha conferito al Presidente USA Donald Trump a dicembre scorso: “è la manifestazione di come il calcio sia sempre più industria e, come tale, più condizionato dalla politica. Ma non è certo il primo episodio: penso alla qualificazione del Cile nel 1974, ai mondiali del 1978 in Argentina, durante la dittatura, all’esclusione della Russia dalla competizione del 2022 in Qatar.
Così come oggi si sta discutendo della possibilità di disputare un Mondiale in uno Stato che ha aggredito prima il Venezuela e poi l’Iran”. Il riferimento naturalmente è agli Stati Uniti, dove si giocheranno diverse partite, altre invece in Messico e Canada. Ecco quindi come il calcio mostra una complessità stratificata che va ben oltre l’agonismo in campo o il tifo sugli spalti. Si tratta di un fenomeno di massa che, letto attraverso certe lenti, è capace di raccontare i rapporti tra territori, identità e globalizzazione.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.5 – 2026 – Pagina 37








