“La traduzione conserva una dimensione autoriale e creativa che non può essere in nessun modo sostituita dalla macchina”. È un ‘no’ categorico quello del prof. Giuseppe De Riso all’idea di lasciare alle tecniche di apprendimento automatico dell’IA il passaggio da una lingua all’altra “dei capolavori della letteratura o di testi che abbiano una dimensione artistica”.
Il tocco umano va preservato e protetto. Ma senza demonizzare a prescindere la tecnologia. Tutto al contrario. Da questa presa di posizione nasce il Laboratorio sperimentale di Digital Humanities (6 crediti formativi) per gli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Europee e Americane. L’iniziativa prevede 36 ore di attività pratica, basata su un modello orizzontale “tra pari”, sottolinea il docente che insegna Analisi del testo e traduzione letteraria inglese, “di condivisione tra studenti, e tra gli studenti e me. Nell’incontro preliminare del 25 marzo chiederò loro quali sono le aspirazioni, gli interessi, le lacune da colmare, così da plasmare il percorso sulle esigenze di ognuno”.
A ben vedere quella dei traduttori è una della professioni minacciate dall’intelligenza artificiale: “diversi editori a livello europeo hanno ammesso candidamente di voler effettuare questa sostituzione, con tutte le puntualizzazioni del caso (il consenso degli autori, per esempio). Sulla base anche delle ricerche e degli studi effettuati, io non sono affatto d’accordo.
E per poter rivendicare questo, bisogna fare in modo che gli studenti capiscano che la traduzione deve avvenire sulla base di competenze linguistiche (grammatica, sintassi), ma soprattutto specialistiche, letterarie. Una volta maturato questo tipo di professionalità, loro potranno difendere il proprio lavoro e rivendicare l’unicità delle conoscenze raggiunte”.
Il percorso che seguirà De Riso durante i vari appuntamenti parte da un assunto metodologico: “non si può parlare di utilizzo intelligente e responsabile dell’IA se la si sgancia dal discorso sul cloud computing – l’offerta di servizi di calcolo, tra cui server, risorse di archiviazione, database, rete, software, analisi, ndr – Perciò fornirò ai ragazzi una visione che coniughi le due cose, perché l’una non può esistere senza l’altra, per me. Se accade, aumenta il rischio che gli studenti utilizzino l’IA come motore di ricerca o, peggio ancora, per far svolgere dei lavori al proprio posto, con i danni che possiamo immaginare.
Invece, bisogna abituarli al fatto che l’IA si basa su processi di training e prompt chaining; concatenando prompt si possono trarre vantaggi dalle capacità predittive e di connessione tra gli elementi. E questo laboratorio vuole mettere i ragazzi nelle condizioni di guardare a questi strumenti per creare la propria cornice di lavoro e, quindi, utilizzare l’IA a quel punto per apprendimento, scrittura e traduzione letteraria”.
Saranno moltissime le attività e le esercitazioni pratiche, tramite l’assegnazione di task da svolgere anche individualmente. “Dare troppe informazioni di tipo tecnico può travolgere lo studente, dunque fare pratica tra un incontro e l’altro consentirà di fissare i concetti e vagliare poi assieme i risultati ottenuti”.
Interessante che la spinta per la nascita del laboratorio, in parte, sarebbe arrivata dagli stessi studenti: “abbiamo constatato che il livello di alfabetizzazione informatica dei ragazzi è sorprendentemente basso per quanto riguarda l’utilizzo del pc ai fini dell’organizzazione dello studio, della ricerca, dell’apprendimento e della scrittura.
E proprio per questo sono stati loro a chiederci una guida. Dunque, perché rimandare e delegare a terzi questo compito? Possiamo occuparcene noi dando una forma mentis per affrontare il mondo del lavoro che verrà”. In una formula: “fare con, non farsi fare da. Questo vogliamo insegnare”.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.5 – 2026 – Pagina 37







