Il prof. Nocera: “la politica internazionale governata dalle logiche del più forte”. Una riflessione sull’attacco di Trump al Venezuela

“Stiamo tornando a una stagione quasi ottocentesca, con la politica internazionale governata dalle logiche del più forte”. Si è espresso così il prof. Raffaele Nocera, Ordinario a L’Orientale di Storia e Istituzioni delle Americhe, sull’arresto di Nicolas Maduro, ex presidente del Venezuela, avvenuto lo scorso 3 gennaio a Caracas per volere di un altro presidente, quello degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha spinto fortemente per la cattura dell’ex delfino di Hugo Chavez attraverso l’operazione denominata ‘Absolute Resolve’.

Per provare a capire quanto sta accadendo e quali possano essere gli scenari globali da qui in avanti, Ateneapoli ha intervistato il docente, in qualità di esperto di America Latina.

Professore, che cos’è successo in Venezuela? “In base a quello che sappiamo, c’è stata un’operazione di polizia internazionale – per questo c’è il richiamo alla dottrina Monroe, se non già corollario Trump – tesa ad arrestare Nicolas Maduro. Dunque non un cambio di regime, come ipotizzato prima dell’intervento e a caldo, subito dopo, ma un cambio di leadership del gruppo di potere che governa il Venezuela almeno dall’uscita di scena di Hugo Chavez.

Un golpe avrebbe richiesto un intervento molto più massiccio e tempi lunghi, e questo non è il modus operandi dell’attuale amministrazione statunitense che invece ama operazioni lampo, più a uso e consumo dell’opinione pubblica statunitense”.

La cattura di Maduro è avvenuta in poche ore. Le tempistiche lasciano intendere che pezzi del governo venezuelano potrebbero essersi messi d’accordo con gli USA. “Non c’è dubbio. Al netto delle uccisioni, le cui informazioni sono in continuo aggiornamento, sicuramente c’è stato un accordo. Altrimenti non si spiegherebbe la mancata reazione dei militari, così come l’invito di Trump, a caldo, nei confronti della vicepresidente Delcy Rodriguez prima ancora di avere il beneplacito dei militari e l’investitura del Congresso.

Ripeto, non è un cambio di regime. In un certo senso Trump doveva giustificare il dispiegamento di forze, non si poteva continuare con attacchi mirati alle imbarcazioni di presunti narcotrafficanti o sul suolo venezuelano. Bisognava fare qualcosa di più. E l’arresto di Maduro è qualcosa di più”.

Il Venezuela “non si può considerare un narco Stato”

Gli USA accusavano da anni il delfino di Chavez di essere a capo del Cartel de los Soles, salvo poi fare marcia indietro negli ultimi giorni, negando tutto. Come valutare la posizione di Maduro? “Il Cartel de los Soles è una rete parastatale dove ci sono pezzi delle forze armate venezuelane, ma non è un cartello criminale. Infatti l’accusa è caduta.

Inoltre il Venezuela non è produttore di droghe. La cocaina viene prodotta e commercializzata in Colombia e nei paesi andini, mentre fentanyl, marijuana e altre droghe sintetiche in Messico. Il Venezuela è un’area di transito, non si può considerare un narco Stato”.

Che sistema politico è stato quello venezuelano finora? “Se usiamo la categoria di democrazia liberale, quello venezuelano non è un sistema politico del genere. Non lo è stato con Chavez, con Maduro, né lo sarà ora con la Rodriguez. Ma molti Paesi nel mondo non rientrano in questa categoria, noi siamo abituati a etichettare governi e stati secondo parametri nostri.

Per onestà intellettuale dovremmo applicare gli stessi ragionamenti anche a Paesi che consideriamo democratici: Israele e Stati Uniti sono oggi democrazie liberali? Ciò non toglie che in Venezuela è in atto da anni una crisi politico-istituzionale, economica, e una restrizione e violazione dei diritti umani. Le responsabilità sono ovviamente del governo, ma al tempo stesso l’opposizione, mai credibile e democratica, è sempre stata corresponsabile”.

Questa operazione è la pietra tombale del diritto internazionale? “Dovrebbero rispondere i giuristi, ma credo di sì. Dipende sempre dall’uso che ne fanno gli Stati. Se rispettano le norma del diritto internazionale, allora questo ha un senso, altrimenti non serve a nulla.

Stiamo tornando a una stagione quasi Ottocentesca, con la politica internazionale governata dalle logiche del più forte. Quella di Trump è stata un’azione basata proprio sull’uso della forza, che Macron ha definito coloniale e imperialista. Va contro le norme di diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, io ci aggiungo anche di alcuni articoli della Carta dell’Organizzazione degli Stati americani”.

“Siamo in un mondo multipolare spartito da poche grandi potenze”

Sta dicendo che è finita un’epoca e ne sta iniziando un’altra? “Il declino del diritto internazionale e degli organismi sovranazionali è precedente a Trump, ma lui oggi sembra l’esecutore materiale della fine di quell’ordine liberale ereditato nel post Guerra Fredda. Siamo in un mondo multipolare spartito da poche grandi potenze, sembra quasi una divisione a tavolino. Stati Uniti, Cina, in alcuni scacchieri la Russia.

L’amministrazione Trump ha delle priorità rispetto alle aree geopolitiche: le Americhe e l’Indopacifico, con l’Europa e in un certo senso anche il Medio Oriente in secondo piano. I grandi del globo si sono ritagliati aree di influenze prioritarie e su quelle intendono agire”.

Come valuta l’intenzione degli Stati Uniti di ‘guidare’ la transizione del Venezuela, controllare le esportazioni petrolifere e influenzare la ricostruzione politica ed economica? “Una transizione dall’esterno si realizza solo con accordi con pezzi del regime – lo stesso discorso vale per il fronte energetico – ma ad ogni modo le transizioni politiche sono lente, non avvengono in pochi mesi, inoltre l’opposizione non è stata minimamente coinvolta”.

Per quanto riguarda l’UE, la Spagna ha preso le distanze, mentre il governo italiano ritiene l’azione di Trump legittima difesa. Lei cosa pensa? “Meloni ha sposato una tesi che in gran parte lo stesso Trump ha smorzato. È una posizione acritica, passiva, di mero allineamento. In campo c’è la debolezza storica dell’UE, la difficoltà in questa congiuntura a pronunciarsi sui rapporti euro-statunitensi. Al contrario, da sempre la Spagna segue una linea diversa in politica estera nei confronti dell’America latina e in questo caso ha espresso una posizione condivisibile”.

Dopo le minacce di Trump a Cuba e Colombia, cosa può accadere su scala regionale? “Escludo una replica di quanto accaduto in Venezuela, non credo sia negli interessi degli Stati Uniti, che possono influenzare la politica locale attraverso le varie elezioni che avranno luogo in alcuni di questi paesi prossimamente”.
Claudio Tranchino

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Ateneapoli – n.1 – 2026 – Pagina 39

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