Le celebrazioni per il ‘Giorno del Ricordo’ fanno tappa in Giappone con il prof. Diego Lazzarich

Tra il 1943 e il 1956 si è consumata una pagina della storia italiana a lungo rimasta ai margini del dibattito pubblico e politico: il massacro delle foibe e l’esodo forzato di circa 300.000 italiani (istriani, fiumani e dalmati), avvenuti durante e dopo la cessione dell’Italia alla Jugoslavia di territori della Venezia Giulia e della Dalmazia. Solo nel 2004 la Legge 92 ha istituito il 10 febbraio come ‘Giorno del Ricordo’ per la commemorazione.

E proprio in occasione della ricorrenza, il prof. Diego Lazzarich, ordinario di Storia del pensiero politico, è stato invitato il 20 febbraio, mentre andiamo in stampa, dall’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo per ‘Il lungo silenzio, la questione giuliano dalmata e il Giorno del Ricordo’, titolo dell’incontro il cui scopo è ripercorrere le fasi cruciali di quegli eventi e per provare a far luce sulle molteplici cause del lungo oblio toccato a quei fatti. E a proposito di quest’ultimo aspetto, per capirne di più, Ateneapoli ha sentito proprio il docente.

“Dopo il trattato di pace tra Italia e Jugoslavia del 1947 – spiega il professore, che è pure Direttore del Centro interuniversitario di ricerca partenopeo, del quale la questione giuliano-dalmata è il primo caso studio – le persone che vivevano in quei territori non vollero più restarci per una serie di motivi: paura, clima ostile. Per l’accoglienza, l’Italia allestì in tutto il Paese 109 campi profughi – solo a Napoli ce n’erano sette, dunque è una storia che non riguarda solo il Nord-est” – il padre dello stesso Lazzarich è un esule e, tra l’altro, nel capoluogo campano il luogo scelto per la deposizione della corona d’alloro è il Real Bosco, che ha ospitato per anni uno dei principali Centri Raccolta Profughi della città.

Sui fattori che per decenni hanno prodotto il silenzio sulla questione, ha spiegato: “Ce ne sono diversi. Innanzitutto nel Dopoguerra c’era la volontà di chiudere al più presto le pagine del fascismo e del conflitto mondiale. In secondo luogo, il Partito Comunista Italiano, il più grande tra quelli occidentali, provava un certa ostilità nei confronti di chi lasciava quei territori dove si stava realizzando il socialismo (la Jugoslavia socialista di Tito, ndr).

In più c’è un fattore di tipo internazionale: nel 1948 Tito ruppe con Stalin, un cambio di posizione che portò la Jugoslavia, un Paese socialista al centro dell’Europa, a voler essere indipendente dall’URSS – non dimentichiamo che siamo al tempo dei due blocchi che si contrappongono. Per questo motivo sono state evitate a lungo tensioni, incidenti diplomatici e si è tenuta la questione ai margini del dibattito politico e pubblico”.

L’emersione da questo lungo silenzio “è iniziata con la fine della Guerra Fredda e, soprattutto, con la Legge 92 del 2004: il Parlamento a maggioranza assoluta istituisce il Giorno del Ricordo, che rientra nelle cosiddette solennità civili”. Sullo svolgimento dell’incontro in Giappone, ha detto: “pur essendo lontano da noi, ci sono delle analogie”. Si tratta di un Paese che “ha patito effetti significativi durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Sulle macerie materiali e morali, in qualche modo, ha dovuto ricostruire una identità nazionale”.

Tra l’altro, sempre nell’arcipelago nipponico, precisamente a Kobe, Lazzarich, terrà un seminario sul concetto di gratitudine politica, in qualità di visiting professor. Nel frattempo, il docente ha ricevuto anche un riconoscimento significativo, vincendo la cattedra Fulbright Distinguished Lecturer alla Northwestern University, nell’Illinois, Stati Uniti, dove si recherà in primavera – “è una grande soddisfazione”, ha detto.

Terrà due corsi: “il primo si chiama ‘Le Voci della libertà’ e decostruirò le riflessioni di alcuni pensatori politici italiani tra il XIX e il XX secolo’; mentre l’altro si intitola ‘L’Italia in guerra, politica, musica e mobilitazione delle masse’, durante il quale utilizzerò alcuni brani musicali come fonte primaria, dall’Inno di Mameli alla Canzone del Piave fino a Bella Ciao”.
C.T.

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Ateneapoli – n.3 – 2026 – Pagina 41

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