Sulle orme dei famosi guerrieri giapponesi: i samurai tra letteratura e storia

Onore assoluto, disciplina ferrea, maestria nella spada, autocontrollo emotivo, accettazione della morte fino all’harakiri come gesto estremo di coerenza. Ecco il perfetto identikit del samurai, con tanto di katana e armatura a definirne il fascino estetico.

Una figura leggendaria che nell’immaginario collettivo rappresenta una vera e propria filosofia di vita. E se tutto questo – o almeno una buona parte – fosse nient’altro che mito? In questo consisterà ‘Samurai tra letteratura e storia’, un ciclo di seminari iniziato il 2 marzo: decostruire l’immagine del guerriero giapponese spogliandola dall’idealizzazione prodotta da nazionalismo, cinema, letteratura, per restituirgli una dimensione storica.

Ad occuparsene sarà la prof.ssa Roberta Strippoli, docente di Letteratura giapponese medievale che comprende quelle opere che si potrebbero definire di ‘epica’, come la ‘Storia dei Taira’, del XIII secolo, mai tradotto in italiano, che sarà proprio il punto di partenza della decostruzione.

“L’opera, che narra la storia di due casati militari che si fanno la guerra e si contendono il potere in Giappone, ha fornito quei modelli di guerrieri che sono stati poi ripresi da molta letteratura successiva e anche da produzioni moderne e contemporanee”, esordisce la docente. Che prosegue: “i guerrieri sono immaginati in modo molto positivo, quasi romanticizzato: fedeltà e onore assoluti, assenza di dubbi; un tipo di mascolinità che risponde più alle aspettative moderne che a quelle del Giappone antico.

Allo stesso tempo permangono tracce di realismo: i samurai tradiscono il proprio signore, cambiano campo in base alla convenienza, scappano quando la situazione non è delle migliori”.

Ed ecco che qualcosa inizia a cambiare per sempre le sorti del samurai nell’immaginario collettivo nel periodo Tokugawa (1600 – 1868): “In questa fase i guerrieri sono la classe che detiene il potere, nonostante la presenza dell’Imperatore e l’assenza di guerre. Per giustificare quindi la propria posizione ai vertici della società giapponese, i samurai stessi si reinventano come figure dalla statura epica: esseri superiori, pronti a tagliarsi il ventre per il proprio signore e per l’onore.

È questa l’immagine che si conserva nei secoli successivi e che arriva fino a noi, filtrata da film, anime e videogiochi”. Un breve periodo di oblio arriva all’inizio dell’era Meiji, che si apre nel 1868. Il Giappone si modernizza e, inizialmente, prende le distanze dalla figura del guerriero, percepita come il simbolo di un passato antiquato e sgradevole “poi, però, se ne scopre la funzione unificante, capace di rappresentare il Paese in modo positivo.

Il Giappone moderno ricomincia così a utilizzare la figura idealizzata del samurai, almeno fino alla Seconda guerra mondiale, dipingendo i soldati come eredi diretti di quei guerrieri”. Durante i seminari, la docente proporrà diversi saggi e testi letterari che parlano del samurai. L’ultima fase che verrà analizzata riguarda la “rappresentazione e l’appropriazione del mito del samurai in Europa e Nordamerica”.

La docente spiega: “questa figura potrebbe aver avuto così tanta fortuna perché radicata in un passato lontano e per questo molto malleabile”. D’altra parte la mitizzazione occidentale del samurai potrebbe rientrare in un fenomeno più generale che pure la docente affronterà, l’orientalism: “idea sviluppata tra gli anni Settanta e Ottanta da Edward Said, intellettuale di origine palestinese che insegnava alla Columbia Universityi.

Said ha mostrato come in Europa e negli USA si sia costruita l’idea di un insieme indistinto di Paesi dell’Asia e dell’Africa, riuniti sotto l’etichetta generica di ‘Oriente’, una categoria che in realtà non ha alcun senso storico o culturale. L’orientalismo è figlio del colonialismo: molte delle aree di cui si parla sono state ex colonie, e questa narrazione ha contribuito a ridurre e semplificare la storia di quei Paesi, considerata meno rilevante o meno ‘centrale’ rispetto a quella europea”.

Infine agli studenti verrà chiesto di individuare un film o un cartone animato in cui compaia la figura del samurai e di “provare a decostruirla, cercando di capire quale operazione culturale sia stata condotta su questa immagine: quali tratti sono stati enfatizzati, quali omessi, e in che modo la rappresentazione risponda più a uno sguardo occidentale contemporaneo che alla complessità storica del Giappone”, conclude Strippoli.

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Ateneapoli – n.4 – 2026 – Pagina 38

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