Parthenope. Presentazione del progetto H2Med. Ospite il dott. Carlo Cacciamani, già direttore dell’Agenzia ItaliaMeteo. Grandinate crescenti ed eventi estremi: quanto c’entra il cambiamento climatico?

Le grandinate improvvise con chicchi sempre più grandi e danni crescenti stanno assumendo un impatto sempre più significativo tra i fenomeni atmosferici estremi nel Mediterraneo. Una delle probabili cause: il cambiamento climatico, con il conseguente aumento delle temperature. In questo contesto si inserisce il progetto Hail Hazards in the Mediterranean (H2Med), presentato lo scorso 30 gennaio nell’Aula Magna della sede del Centro Direzionale dell’Università Parthenope.

Il progetto è stato coordinato dal CNR-ISAC di Bologna, in collaborazione con l’Ateneo napoletano e l’Università di Torino. Il Prorettore Giorgio Budillon, docente di Oceanografia, meteorologia e climatologia, ha aperto il seminario con una breve presentazione dell’Ateneo e menzionato l’app Meteo Uniparthenope, in via di miglioramento, dove è possibile seguire le previsioni del Centro Meteo di Ateneo. Il dott. Sante Laviola, del CNR-ISAC di Bologna, ha poi esposto nel dettaglio gli scopi, le metodologie e i risultati nel progetto H2Med che coordina.

La grandine “seppur relativamente raro, è un fenomeno oneroso per i danni che produce”. Secondo i dati forniti dall’Agenzia europea dell’ambiente, il fenomeno registra un trend in crescita dal 2010 al 2024. La fonte riporta anche gli Stati membri con più danni: al primo posto si trova la Germania, seguita dall’Italia e poi dalla Francia. La domanda scientifica che anima il progetto, spiega Laviola, è: “Quanto impattano le cause climatiche sugli eventi temporaleschi?”. Il primo passo è stato circoscrivere il dominio di studio che, in questo caso, è il Mediterraneo, in cui l’aumento della temperatura negli ultimi anni è stato decisamente significativo.

Dallo studio è emerso che la Pianura Padana e il Sud Italia sono le zone più colpite dai fenomeni grandinigeni. Inoltre, grazie allo studio, è stato possibile avere una mappatura costante delle precipitazioni grandinigene nel Mediterraneo, “un unicum ad oggi”, ha sottolineato Laviola. Il dott. Vincenzo Capozzi, meteorologo e ricercatore presso l’Università Parthenope, ha successivamente spiegato una delle ragioni per cui la grandine sembra essere frequente soprattutto nella Pianura Padana, ovvero la vicinanza di quest’ultima a una zona in cui due masse d’aria differenti si incontrano.

L’ambizioso obiettivo del progetto per il prof. Enrico Arnone, del Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino, sarebbe quello di “fare previsioni sul futuro degli eventi di grandine da qui a fine secolo”, tenendo conto delle “caratteristiche locali dei fenomeni grandinigeni”, ma allo stesso tempo “utilizzando dei modelli climatici ed estraendo da essi i parametri rilevanti, per seguire il cambiamento della loro distribuzione nel futuro”. Tenendo conto, in questi studi, anche dei dati relativi agli scenari climatici futuri (da quello più virtuoso a quello peggiore), “ci si aspetta da qui a fine secolo un aumento di grandine”, ha affermato il prof. Arnone.

Allerte meteo e previsioni

Il seminario si è concluso con l’intervento del dott. Carlo Cacciamani, già direttore dell’Agenzia ItaliaMeteo, con un’esposizione sulla “meteorologia italiana e la previsione degli eventi estremi”. Secondo il climatologo, “il cambiamento climatico incide su tre delle condizioni che aumentano il rischio di eventi avversi: l’hazard, ovvero la fonte della pericolosità dei fenomeni innescati; la vulnerabilità (del territorio); l’esposizione, ossia i sistemi di allerta utilizzati per ridurre l’esposto”.

Accanto agli aspetti scientifici e previsionali, una parte rilevante dell’intervento è stata dedicata al tema della comunicazione del rischio e all’evoluzione degli strumenti di previsione. Le allerte meteo “non coincidono con la previsione del tempo, ma riguardano la stima degli effetti e dei possibili impatti sul territorio. I livelli di allerta indicano quindi il rischio associato a un evento, non la semplice probabilità che esso si verifichi”, ha chiarito il dott. Cacciamani.

Sul piano della modellistica, è stato osservato che molti strumenti previsionali attuali derivano ancora da impianti sviluppati decenni fa: “oggi la risoluzione dei dati è molto più elevata, ma la microfisica dei modelli non è stata radicalmente trasformata”. La principale novità è rappresentata dall’impiego dell’intelligenza artificiale, che consente di individuare schemi e correlazioni a partire da grandi quantità di dati. Si tratta di un cambio di paradigma importante, che però “non può sostituire del tutto la comprensione fisica dei processi atmosferici, ma deve integrarsi con essa”.

La meteorologia contemporanea ha anche un impatto diretto sul sistema economico. Le previsioni sono utilizzate in ambito energetico, agricolo e finanziario, e la rapidità di elaborazione può costituire un vantaggio competitivo. In questa direzione si collocano anche le politiche europee sugli open data meteorologici e la creazione di infrastrutture dedicate, come l’Agenzia ItaliaMeteo, istituita nel 2017, affiancata dalla piattaforma nazionale MeteoHub, pensata per la condivisione dei dati meteorologici. Resta tuttavia un elemento strutturale di incertezza, poiché “l’atmosfera è un sistema caotico”, secondo Cacciamani.

Per questo diventa centrale il dialogo tra previsori e decisori locali, chiamati a trasformare le informazioni tecniche in scelte operative, come la chiusura preventiva delle scuole o l’attivazione delle misure di protezione civile. Il punto critico, emerso più volte durante l’intervento, riguarda la ricezione pubblica dei messaggi. “Anche le previsioni più accurate non vengono recepite nella maniera corretta dalle persone”, ha osservato il climatologo.

La comunicazione meteorologica tende oggi alla semplificazione, ma questo non sempre facilita la comprensione. L’obiettivo indicato, ha concluso, è quello di rafforzare “una comunicazione che non sia solo informativa ma anche formativa, capace di aumentare la consapevolezza e la capacità dei cittadini di proteggersi di fronte agli eventi estremi”.
Daniela Francesca De Luca

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