L’intelligenza artificiale può davvero sostituire il professionista dello sport? Questa domanda non è più un esercizio teorico, ma il punto di rottura su cui si gioca il futuro del lavoro. Il 22 gennaio, presso il Dipartimento di Scienze Economiche, Giuridiche, Informatiche e Motorie (Disegim) a Nola, il dibattito è entrato nel vivo. Nell’ambito del corso di Organizzazione Aziendale, la prof.ssa Luisa Varriale ha interrotto la routine accademica per un confronto diretto sulle prospettive del settore sportivo.
Ospite del seminario il dott. Alessandro Severino, laureato proprio all’Università Parthenope, Chief Fitness Postural Lab, chiamato a discutere con gli studenti di Scienze Motorie un tema critico: il confine tra l’automazione digitale e la competenza umana. In un mercato che punta sempre più sull’integrazione tecnologica, l’incontro ha analizzato se l’intelligenza artificiale sia destinata a restare un supporto tecnico o se possa effettivamente superare l’essere umano nella gestione della salute e del movimento.
Severino non ha scelto la via della rassicurazione, ma quella della provocazione, dividendo immediatamente l’aula tra chi vede nell’AI un sostituto imbattibile e chi, con più o meno timidezza, difende il primato dell’uomo. Per tracciare la rotta del futuro, l’analisi è partita inevitabilmente dal passato, ricordando un’epoca, quella tra gli anni ’80 e i 2000, in cui il personal trainer (pt) operava in un contesto quasi esclusivamente empirico.
In quegli anni, come sottolineato dall’esperto Severino, il pt “era un mestiere che si basava sull’esperienza. C’era un approccio istintivo e si tendeva a ripetere quello che facevano gli altri”. Era il tempo dell’allenamento standardizzato, dove la figura del trainer coincideva spesso con quella dell’atleta che applicava su terzi la propria esperienza personale, ignorando che un protocollo efficace per uno non può essere universale.
Oggi il paradigma è ribaltato, ma la tecnologia porta con sé un paradosso: l’abbondanza di strumenti rischia di generare pigrizia intellettuale. Su questo punto, Severino ha alzato i toni, ponendo l’accento sulla dote che ritiene più drammaticamente in declino: la curiosità. “Vorrei che foste più curiosi!”, ha esclamato, quasi a voler scuotere l’apatia digitale dei presenti, “perché la curiosità ti porta a voler sapere di più e a diventare un professionista capace di dare al settore scientifico un importante contributo. Siete qui, ma perché siete qui? Cosa volete fare? Se è questo il lavoro che volete fare, approfittate di questo momento, ponete domande. Il tempo che stiamo spendendo adesso insieme è un tempo di crescita e non torna più indietro”.
Il monito è chiaro: in un mondo dove le risposte sono a portata di clic, è la capacità di porsi le domande giuste (la curiosità, appunto) l’unico vero vantaggio competitivo. Senza di essa, lo studente non è che un utente passivo di algoritmi altrui.
Il cuore del dibattito si è poi spostato sul ruolo dell’AI. Se da un lato gli algoritmi possono processare mole di dati inaccessibili alla memoria umana, correggendo errori e accelerando progressi che prima richiedevano anni, dall’altro manca loro quella dimensione umana che il dott. Severino ha definito fondamentale e, significativamente, “per ora” insostituibile.
L’intelligenza artificiale non possiede l’empatia, non sa guardare negli occhi un cliente per capirne lo stato emotivo o il limite psicologico, e puntuale è arrivata anche la testimonianza di uno studente alle prime armi, che ha raccontato come solo attraverso l’empatia del proprio mentore sia riuscito a comprendere come approcciarsi correttamente all’insegnamento motorio per i bambini. Il trainer moderno deve quindi evolvere in un ‘coach’, una figura di supporto capace di modulare il proprio approccio in base al carattere e all’età di chi ha di fronte. Eppure, l’osservazione critica resta: se il trainer non coltiva una preparazione superiore a quella di un software, l’utente medio preferirà app e smartwatch. In un mercato dove chiunque può scaricare un’applicazione e sentirsi un esperto, la formazione e il pensiero critico diventano gli unici baluardi contro l’alienazione professionale.
Su questo punto è intervenuto anche il dott. Giuseppe Laezza, anch’egli ex studente dell’Università Parthenope e socio del dott. Severino, esortando gli studenti a non subire passivamente la tecnologia: “bisogna avere un pensiero critico. L’AI è un grande aiuto, ma attiviamo sempre il cervello perché non dobbiamo prendere tutto per oro colato”. Questa necessità di un filtro critico è stata ribadita anche dalla prof.ssa Varriale, la quale ha sottolineato come la facilità nel reperire fonti oggi non esoneri dallo sforzo di apprenderle e validarle.
La ricerca accelerata dall’AI è un’opportunità, ma rischia di diventare un guscio vuoto se manca l’analisi della veridicità della fonte. L’incontro si è chiuso con un’ultima sferzante provocazione del Chief Severino rivolta ai futuri professionisti: “Cosa volete fare da grandi? I bodybuilder? Oggi avete tanti vantaggi, ma noto che la nuova generazione è meno curiosa. Dovete trovare qualcosa che vi appassioni e vi stimoli a studiare.
Solo attraverso lo studio farete la differenza. I clienti vi sceglieranno non per le informazioni che possono già trovare su un orologio, ma perché si fidano di voi e dei risultati che avete ottenuto studiando”. La sfida per i futuri personal trainer è dunque lanciata: superare l’intelligenza artificiale non con la forza muscolare, ma con l’insaziabile desiderio di capire il ‘perché’ delle cose.
Lucia Esposito
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