Esiste un filo invisibile che collega la profondità degli studi umanistici al rigore dei percorsi manageriali: è la capacità di gestire la complessità! Passare dalle discipline umanistiche alla direzione strategica non significa cambiare strada, ma cambiare scala, trasformando la ‘lettura’ delle relazioni umane nella ‘scrittura’ di sistemi economici complessi. Un approccio sistemico che riecheggia nelle parole di Leonardo da Vinci – “sviluppa i tuoi sensi, impara a vedere, renditi conto che ogni cosa è connessa con tutte le altre” – e che trova la sua massima espressione nella capacità di saper scorgere un ‘disegno d’insieme’ laddove altri vedono solo frammenti isolati.
È in questa consapevolezza della ‘connessione universale’ che può nascere la ‘scintilla’ che ci mette in contatto con le nostre vocazioni più profonde e illumina il nostro percorso, indicandoci la direzione nel mondo del lavoro. È quanto accaduto a Giuliana Gargano, Marketing & Communication Director di Progecta, che ha saputo alimentare la propria luce interiore attraverso lo studio e la resilienza, dimostrando come la formazione umanistica possa diventare la bussola più affidabile per governare la complessità e restare, con successo, protagonisti nel proprio territorio.
Il suo nome è legato al successo di brand come BMT e Pharmexpo ed è riconosciuta come una delle figure più autorevoli del marketing fieristico nel Mezzogiorno. Guardando ai traguardi raggiunti, se dovessimo riavvolgere il nastro della sua carriera, quali sono state le tappe fondamentali che hanno trasformato una giovane laureata in Lettere nella manager di successo di oggi?
“La laurea in Lettere ha rappresentato la prima decisiva tappa, in quanto mi ha fornito una solida base umanistica rivelatasi fondamentale per il mio lavoro: l’indirizzo che scelsi era ‘Comunicazione di massa’ e la tesi, discussa nel 1997 presso la cattedra di Psicologia della comunicazione, si intitolava ‘Internet: nuove identità e relazioni sociali nella rete delle reti’, un tema allora particolarmente innovativo. I risvolti furono subito positivi: ad appena 23 anni mi trasferii a Roma per frequentare il Master in Marketing e Comunicazione di Impresa alla Luiss.
Un percorso che mi ha portato ad entrare nell’ufficio comunicazione di Confindustria Roma. Poi un giorno, ad una fiera, l’incontro con l’Amministratore di Progecta mi ha aperto le porte di un mondo che, da lì a qualche mese, sarebbe diventato il mio ‘destino professionale’. All’inizio mi sono occupata di marketing, comunicazione, eventi e ufficio stampa, con un approccio sempre attento all’evoluzione dei mercati, ma, anno dopo anno, sono aumentate le mie responsabilità, il team e le manifestazioni da gestire. Dopo la BMT, oggi tra le più prestigiose fiere internazionali del settore, ho seguito la nascita e il lancio di GUSTUS e ARKEDA. Il successo di queste manifestazioni è stato per me una conferma importante: ciò che era nato come passione si è trasformato in una vocazione! Oggi so che la mia ‘scintilla’ è la capacità di riconoscere le idee giuste, coltivarle nel tempo e trasformarle in progetti concreti”.
Durante questi 25 anni ha avuto modo di attraversare diverse fasi aziendali e navigare attraverso momenti d’ombra. Qual è stata la sfida più difficile che ha messo alla prova la sua resistenza manageriale?
“La mia crescita è profondamente legata a quella di Progecta, un’azienda prestigiosa e solida, amministrata da un imprenditore visionario e responsabile. In questi anni ho avuto la possibilità di lavorare con ampia autonomia e fiducia, anche nei momenti più complessi, potendo contare su una squadra coesa e su una governance capace di affrontare le difficoltà. La sfida più dura è stata senza dubbio la pandemia e la sospensione delle attività fieristiche: un lungo periodo di incertezze durante il quale ho capito che ci sarebbero stati cambiamenti irreversibili. Durante quei mesi mi sono dedicata allo studio: digitalizzazione, marketing, automazione dei processi e strumenti di misurazione delle performance.
Al rientro in azienda ho applicato concretamente quanto appreso e contribuito a migliorare il business: processi più efficienti, maggiore integrazione tra marketing e vendite, dati misurabili e utilizzabili. Quella fase, nata in un momento di grande difficoltà, si è trasformata in una delle ‘scintille’ più significative del mio percorso: mi ha insegnato che la vera forza manageriale non è attendere che le cose tornino come prima, ma prepararsi a farle funzionare meglio”.
In quale momento è scattata la ‘scintilla’ che le ha fatto capire che il settore fieristico non sarebbe stato solo un’esperienza di passaggio ma il suo destino professionale?
“La ‘scintilla’ è scattata quando ho compreso che una fiera non è un evento isolato, ma un sistema complesso fatto di imprese, territori, professionisti, operatori, filiere, relazioni, contenuti e visioni. Ho iniziato a vedere le fiere come vere e proprie leve strategiche per l’economia e per il Made in Italy: i principali comparti, dal food & beverage all’edilizia e arredo, dalla moda alla tecnologia e alla manifattura, utilizzano le manifestazioni fieristiche per entrare e rafforzarsi sui mercati internazionali.
La crescita del settore dimostra che le fiere, quando progettate con visione, generano valore reale per le imprese, per i professionisti e per i territori. L’aggiornamento, la formazione e il networking che si sviluppano nei giorni di fiera sono difficilmente replicabili in qualsiasi altro contesto. È in questo passaggio che ho capito che il mio lavoro non si limita all’organizzazione di eventi, ma alla costruzione di sistemi capaci di avere un impatto concreto e duraturo sulle persone e sui territori”.
Guardando indietro negli anni, c’è un progetto che non è andato come sperava ma che si è rivelato fondamentale per la sua crescita? Quale lezione ne ha tratto?
“Nel marketing e nella progettazione fieristica la sperimentazione è parte integrante del lavoro, e non tutti i progetti funzionano come previsto. Mi è capitato di investire tempo ed energie in iniziative che non hanno prodotto i risultati attesi. In quei casi per me è fondamentale analizzare in profondità: le premesse, i dati, il contesto, le strategie adottate, le tempistiche e anche gli imprevisti. Non accade spesso ma resta comunque un’opportunità da cogliere per avere feedback preziosi ed acquisire esperienza per il futuro. Ed è da lì che nascono le evoluzioni più solide”.
Lei ha deciso di rimanere e ha costruito valore al Sud. Che consiglio darebbe a un giovane talento che è tentato di spegnere la propria ‘luce’ qui per cercare fortuna altrove?
“Dopo il Master e i primi anni di lavoro a Roma, ho scelto di tornare a Napoli perché sentivo di voler costruire nel luogo a cui appartenevo. Negli anni si sono aperte opportunità anche in altre città e all’estero, ma qui ho individuato il mio spazio e l’ho arricchito negli anni. Ho fatto sacrifici, lavorato senza sosta, senza orari e giorni festivi mantenendo concentrazione massima e dedizione assoluta. Ho studiato, mi sono aggiornata, ho approfondito, ho insistito. Il mio consiglio è di fare sempre un’esperienza internazionale: Erasmus, lavoro all’estero, Specializzazioni, Master.
La visione internazionale e la conoscenza delle lingue restano un vantaggio competitivo fondamentale. A chi ha terminato gli studi ed è in cerca della propria strada, consiglio di guardare con attenzione anche alle opportunità che esistono qui: Napoli è una città con molte complessità, ma proprio per questo offre margini enormi per chi ha competenze solide e idee chiare”.
Luca Genovese
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