Il segreto della ‘cottura lenta’: quando l’eredità storica diventa motore di innovazione

Nell’era della produttività e dei traguardi da raggiungere ad ogni costo, la vera innovazione richiede spesso il coraggio di fermarsi, riflettere e ripartire verso nuove mete. Dietro ogni grande visione esiste sempre un metodo rigoroso, una capacità analitica che non soffoca la passione, ma le fornisce la struttura necessaria per trasformarsi in un progetto capace di evolvere nel tempo.

Sosteneva, a tal riguardo, Steve Jobs che “non è possibile unire i puntini guardando avanti ma solo all’indietro”, affermando la necessità, dunque, di ‘riconnettersi’ con il proprio passato per tracciare una nuova rotta verso il futuro. E a volte è proprio riportando lo sguardo sulle nostre radici che è possibile cogliere una nuova ‘scintilla’: non un impulso irrazionale ma una ‘illuminazione metodica’ che ci apre a nuove e stimolanti prospettive e direzioni da intraprendere.

È quanto accaduto ad Amelia Cuomo, CEO di Pasta Cuomo e vincitrice di importanti premi quali GammaDonna, CEO for Life Award e Leader by Example: dopo un decennio tra KPMG ed EY, ha sentito il richiamo delle proprie origini e ha scelto di reinvestire il proprio bagaglio manageriale trasformandolo in una ‘semola di grano duro’ necessaria per restituire un futuro radioso ad una tradizione centenaria rimasta troppo a lungo in sospeso.

Dalle Big Four della consulenza alla rinascita dell’azienda storica di famiglia fino alla recente proposta di riconoscimento del titolo di “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”… Potrebbe raccontare le tappe più significative della sua storia?
“Una tappa centrale della mia formazione professionale è stata in KPMG e EY. Lì ho lavorato su progetti complessi confrontandomi quotidianamente con contesti ad alta responsabilità decisionale. Ho sviluppato un approccio fortemente analitico, strutturato e orientato ai risultati, imparando a leggere le organizzazioni come sistemi vivi e interconnessi.

È stata una palestra di rigore, metodo e disciplina del pensiero. Parallelamente, però, cresceva in me una consapevolezza più profonda: quelle competenze non potevano restare fini a se stesse. Sentivo il bisogno di metterle al servizio di qualcosa che avesse un’identità, una storia, un impatto che andasse oltre il progetto e il perimetro temporale. Quando ho deciso di lasciare la consulenza, non è stato un passo indietro, ma un salto di responsabilità. Ho scelto di riportare in vita un’azienda storica di famiglia fondata nel 1820, assumendomi il compito di trasformarla in un progetto contemporaneo, solido e sostenibile, capace di dialogare con il presente senza perdere la propria anima. Quel passaggio ha segnato l’inizio della mia vera avventura imprenditoriale”.

Qual è stata la ‘scintilla’ che l’ha spinta a raccogliere l’eredità dell’azienda di famiglia?
“La scintilla è nata da un momento di rottura profonda, di quelli che costringono a rivedere le priorità e ad interrogarsi sul significato reale del tempo che ci è dato. Dopo la morte per tumore di Antonia, una mia cara amica, ho compreso con estrema chiarezza che non basta costruire carriere solide se ciò che facciamo non ha un senso che vada oltre noi stessi. Di fronte alla fragilità della vita, ciò che resta è il valore che siamo riusciti a generare.

In quel momento ho capito che non potevo continuare a rimandare la domanda più importante: a cosa voglio dedicare davvero le mie competenze, la mia energia, il mio tempo? La consulenza direzionale mi aveva dato moltissimo: metodo, visione, responsabilità. Ma sentivo che era arrivato il momento di trasformare quell’esperienza in qualcosa di più profondo, capace di lasciare un segno concreto e duraturo. Il richiamo delle radici non è stato nostalgia, ma direzione. Riportare in vita la tradizione di famiglia ferma da settant’anni è diventato il modo per dare continuità a una storia che meritava di essere portata nel futuro”.

Il successo del progetto imprenditoriale è suggellato da prestigiosi riconoscimenti. Tuttavia il percorso di ripresa dell’identità storica non è stato privo di insidie…
“Il passaggio più complesso è stato quello dal controllare al creare. La consulenza abitua a governare sistemi esistenti, a ottimizzare, misurare, correggere. L’impresa, invece, chiede di generare, assumersi il rischio dell’imperfezione e prendere decisioni che non hanno ancora uno storico su cui appoggiarsi. È un cambio di paradigma profondo, che non riguarda le competenze, ma l’identità.

Ho compreso che è molto più sostenibile guidare qualcosa che ti rispecchia davvero, piuttosto che costruire un modello artificiale, distante da ciò che sei. Tentare di inventare un’identità diversa da quella autentica, per inseguire trend o aspettative di mercato, porta spesso a una frattura interna che prima o poi emerge. Nel rilancio di Pasta Cuomo la sfida è stata proprio questa: resistere alla tentazione di ‘modernizzare’ snaturando. In un mercato saturo e dominato da grandi player, la pressione a conformarsi è fortissima. Ho scelto di partire da ciò che il brand era realmente: una storia artigianale autentica, un legame profondo con il territorio, una cultura produttiva che non poteva essere imitata. Da lì ho costruito un vantaggio competitivo non basato sulla scala, ma sulla differenza”.

Oggi Pasta Cuomo è molto più di un nome storico: è un modello di offerta dove formazione, cultura, turismo e food convergono in un’unica identità territoriale capace di generare valore ben oltre il semplice prodotto.
“Il mio percorso mi ha permesso di guardare all’impresa non solo come a un produttore di pasta, ma come a un sistema complesso capace di generare valore a più livelli. Ho imparato a leggere le dinamiche di mercato, a progettare strategie sostenibili e ad interpretare il potenziale dei brand oltre il prodotto.

La logica che ha guidato la costruzione del modello Pasta Cuomo è quella della diversificazione coerente. La pasta resta il primo touchpoint, ma non l’unica fonte di valore. Attorno ad essa ruotano asset intangibili altrettanto cruciali: cultura industriale, identità territoriale, esperienza, conoscenza. Museo d’impresa, turismo industriale, formazione e iniziative culturali non sono attività accessorie: sono leve strategiche che rafforzano il brand, aumentano la resilienza del business e generano un impatto positivo sul territorio”.

Cosa direbbe ai tanti ragazzi che stanno cercando la propria scintilla? Come si impara a distinguere la fretta di arrivare dalla determinazione di costruire qualcosa di valore?
“L’esperienza mi insegna che il vero valore nasce dalla pazienza, dalla profondità e dalla coerenza, non dalla fretta di arrivare. La storia della mia famiglia e della nostra pasta è fatta di una ‘cottura lenta’ durata generazioni: ogni passo, ogni scelta è stata pensata per costruire qualcosa che durasse nel tempo, non per ottenere risultati immediati.

Ai giovani direi: studiate, esplorate, coltivate la curiosità e il coraggio. Studiare vi rende liberi, perché vi dà gli strumenti per capire il mondo, per dialogare con settori diversi e per trasformare la conoscenza in opportunità concrete. La differenza tra fretta e determinazione sta nel saper costruire passo dopo passo, con metodo e consapevolezza, senza rinunciare alla propria visione. Essere determinati significa non fermarsi di fronte alle difficoltà, imparare continuamente, adattarsi senza perdere la propria identità. La fretta, invece, rischia di far perdere di vista ciò che davvero conta: creare valore duraturo, per se stessi, per gli altri e per il territorio”.
Luca Genovese

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