Inseguire il proprio destino: la forza della determinazione tra metodo e identità

A volte il senso profondo di una carriera di successo non consiste nella rincorsa a ruoli di responsabilità e incarichi di prestigio ma nel ‘ricongiungersi’ con il proprio destino mantenendo fede ad una promessa silenziosa fatta a se stessi decine di anni prima. Arriva un momento, infatti, in cui lo sviluppo del proprio percorso professionale incontra il richiamo viscerale delle proprie radici e le scelte di carriera si traducono in un atto di fedeltà al proprio passato.

La ‘scintilla’ non rappresenta una folgorazione improvvisa ma una scelta consapevole alimentata nel tempo e che si manifesta nella coerenza di chi sa trasformare un sogno d’infanzia in una missione di vita. È la storia di Emidio Mansi, manager di lungo corso con una carriera solida e brillante iniziata all’interno di multinazionali dei prodotti di largo consumo del calibro di Henkel e Bolton e da oltre 25 anni alla guida delle strategie di marketing e sviluppo commerciale di Pasta Garofalo, eccellenza territoriale che ha contribuito a trasformare in un’icona globale grazie a un perfetto equilibrio tra rigore metodologico e visione innovativa.

Ogni carriera può essere paragonata ad un viaggio fatto di rotte tracciate a tavolino sui banchi dell’università ed eventi inattesi capaci di trasformare un progetto in un destino. Guardando alla sua storia professionale quali sono stati i principali momenti di svolta in cui ha sentito accendersi la ‘scintilla’ e quale ‘luce’ ha guidato le sue scelte più coraggiose?
“Non saprei se ho avuto ‘folgorazioni, scintille e luci’ ma al momento della laurea per me era molto chiaro che dovevo iniziare a lavorare in una multinazionale, preferibilmente della detergenza, per poter imparare il mestiere del largo consumo, al massimo livello possibile.

In questo percorso il primo momento importante è stato il Master dove ho capito che la competenza di marketing in questo settore non poteva che passare da una conoscenza approfondita delle dinamiche della distribuzione e quindi era necessario iniziare dalle vendite. All’interno dei vari passaggi professionali, all’interno della stessa azienda o nei cambi di aziende, i momenti chiave sono spesso fortuiti. Quello che conta è la capacità di saper cogliere a proprio favore questi momenti quando sono positivi o di saperli superare quando sono sfavorevoli”.

Dopo circa dieci anni vissuti tra schemi organizzativi e processi codificati delle grandi multinazionali, nel 2001 è arrivata la scelta di tornare a ‘casa’. Cosa ha visto tra le ‘trafile’ di quel pastificio di Gragnano che non aveva trovato nei ‘manuali’ delle Big Corp? È stata una scelta di testa o ha dato ascolto al suo istinto?
“È un caso incredibile. Mi chiamo Emidio per mio nonno materno Emidio Di Nola, importante imprenditore pastaio gragnanese. Quando il pastificio chiuse nel 1979 ero piccolo e giurai a me stesso che avrei imparato a ricreare un pastificio come il suo. Ho scelto gli studi ed il settore per questo e, quando mi si è presentata l’opportunità, farlo partendo da zero, a Gragnano, con un imprenditore illuminato, non c’era altra possibilità che accettare.

Non avevo nessuna intenzione di lasciare Milano dove avevo sempre lavorato ma quando mi è stata proposta la guida della creazione e del lancio di un marchio di pasta di Gragnano era un sogno che si realizzava. Non è stato né testa né istinto, è stato il destino!”.

Venticinque anni in un’azienda rappresentano oggi un traguardo di straordinaria continuità, specialmente in un mercato che è cambiato radicalmente. Guardando indietro, quale è stata la sfida più ambiziosa che ha dovuto affrontare in Pasta Garofalo?
“Quando è partito il rilancio di Garofalo nel 2002 il mercato della pasta era totalmente immobile da anni e il segmento premium era meno del 15%, oggi è oltre il 45% ed il mercato è profondamente dinamico e competitivo. Essere stati ‘scintilla’ e attori protagonisti di questa evoluzione comporta che ogni momento ha avuto ostacoli e ogni scelta è stata ambiziosa e coraggiosa.

Molti pensano che per me il momento di massimo orgoglio sia stato quello del lancio dove tutto in Garofalo era innovazione, ma in verità la parte più intrigante, dal punto di vista professionale, è stata guidare le scelte sul ciclo di vita del prodotto mantenendolo sempre vivo e mai calante. In particolare il passaggio dall’essere un brand nuovo ad essere un brand familiare è stato forse il più difficile. Siamo stati innovativi in ambiti sperimentali: dal posizionamento al pack del lancio, ad essere i primi in Italia a fare branded entertainment, ad essere gli sperimentatori del web 2.0, eccetera. Ma riuscire a restare innovativi nel territorio del mainstream è stato per me più complicato e quindi il successo è stato maggiormente soddisfacente”.

Torniamo per un istante ai corridoi della Federico II. Spesso l’università è il luogo dove si costruiscono le fondamenta, ma è anche il terreno dove iniziano a germogliare le prime vere passioni. Durante i suoi anni di studio, c’è stato un momento, un incontro o magari una lezione specifica in cui ha sentito che il Marketing non era solo un capitolo di un manuale, ma la strada che voleva percorrere?

“Ho iniziato Economia e Commercio con la chiarissima idea di poter diventare un uomo di marketing: ho sempre cercato di trovare in tutto quello che studiavo un motivo che me lo rendesse utile nel raggiungere il mio obiettivo e questo mi ha aiutato moltissimo sia nello studio e conseguentemente nei risultati universitari. Devo dire che non sempre questo ‘metodo’ funzionava perché capitava che non riuscissi a trovare degli agganci con ciò che mi interessava prioritariamente, ma con il senno di poi, facendo per tanti anni questo mestiere, devo ammettere di aver fatto un buon lavoro a prendere tutti i pezzi che mi sono serviti poi.

Il vero talento di chi fa marketing non è la creatività come molti pensano, ma la curiosità, la capacità di saper trovare spunti utili in ambiti anche molto diversi da quelli in cui si opera e di avere un metodo per poterli usare. Questo è il principale suggerimento che mi sento di dare sempre a chi si avvicina a questo mestiere: l’idea è sopravvalutata, chi fa strategie di marketing non è quello che ha le idee ma chi ha gli strumenti ed un metodo per arrivare a comprendere lo scenario e il perimetro in cui la scelta va fatta, solo in quel momento si sceglie l’idea migliore e quella in cui investire”.

Immagini per un attimo di poter tornare indietro nel tempo e incrociare lo sguardo di quel giovane Emidio appena laureato che usciva dalla Federico II. Quale consiglio gli darebbe per aiutarlo a riconoscere il proprio posto nel mondo?
“Se dovessi dare qualche consiglio ad un neolaureato di oggi, non farei riferimento a me nel 1991 perché i tempi sono profondamente cambiati. A chi si laurea oggi suggerisco di sapere l’inglese perfettamente (minimo C2), di cercare subito qualunque tipo di lavoro possibilmente nelle vendite (anche in un negozio) per arricchire il bagaglio delle esperienze, di essere curioso verso tutto, possibilmente viaggiando per conoscere culture diverse, perché un mondo così globalizzato è una fonte di ispirazione enorme per capire gli scenari evolutivi”.
Luca Genovese

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