“Molte professioni possono farsi con il cervello e non con il cuore, ma l’avvocato no”.
Per Antonio Parisi, avvocato amministrativista, il significato più profondo del suo mestiere sta tutto in queste parole che Piero Calamandrei, padre costituente, ha scritto nell’Elogio dei giudici scritto da un avvocato. Un libricino che “chiunque scelga di iscriversi a Giurisprudenza e fare l’avvocato deve necessariamente leggere” – suggerisce agli aspiranti difensori presenti – perché questo lavoro, tra il bianco e nero dei Codici e delle sentenze, del torto e della ragione, della vittoria o della sconfitta nasconde mille sfumature: quelle delle emozioni del cliente che ti chiede aiuto.
“Spesso dobbiamo essere spesso anche psicologi – rivela – dobbiamo saper ascoltare e cercare di tradurre con gli strumenti del diritto i bisogni, le esigenze e le ansie dei nostri assistiti per portare all’attenzione del giudice la loro richiesta di giustizia”, spiega.
Un compito tutt’altro che semplice (e magari bastasse schioccare le dita per far comparire sulle spalle la tanto desiderata toga). Una voce nella testa ti dice che non ce la farai. È solo un sussurro, ma sommata a quella degli altri ragazzi fa un rumore assordante. Subito l’avv. Parisi le richiama tutte al silenzio: “Di geni al mondo ce ne sono molto pochi e quei pochi non credo facciano gli avvocati”, ironizza, “è con la preparazione, la fatica e il lavoro quotidiano che si va avanti”.
Né conta essere ‘figli di’, rassicura rispondendo ad un ragazzo che gli chiede se è importante avere già uno studio di famiglia: “Chi viene da te come cliente lo fa perché sei bravo e perché gli risolvi il problema, difficilmente perché si ricorda di tuo papà che faceva l’avvocato – afferma – Poteva valere trent’anni fa, oggi no: bisogna conquistarsi tutto da solo e si parte sempre da zero. Bisogna avere fame di crescere e di affermarsi, ma sempre nella massima correttezza”.
Quel “terribile” 21 in Costituzionale
E se qualche batosta lungo il percorso, magari un primo esame andato male, dovesse risvegliare quella voce che vuole auto-sabotarvi, non cadete nella tentazione di arrendervi: le soddisfazioni arriveranno, anche se con qualche anno di attesa, com’è stato per Parisi dopo quel “terribile” 21 in Diritto Costituzionale. “Per me che facevo politica come consigliere comunale ed ero appassionato ai temi della Costituzione fu un vero affronto – racconta – ma è uno di quegli esami che non puoi rifiutare, perché poi rischi di impantanarti”.
Quindi che si fa? “Sono andato avanti, sono migliorato, ho preso un bel 30 e lode in Diritto amministrativo”, rivela. Poi, alla fine, il grande riscatto: “vent’anni dopo incontrai come avversario davanti al TAR il professore che mi aveva dato quel voto”, ricorda. Gli raccontò ridendo di quel brutto voto che gli aveva dato al primo anno, grande macchia sulla sua carriera. La risposta? “Il 21 che ti abbiamo dato dimostra quanto non capiamo niente all’università”.
Se poi sceglierete questo mestiere, il vostro nome sarà impresso nello stesso albo in cui sono apparsi veri e propri pilastri delle lotte per la giustizia sociale: Nelson Mandela e Mahatma Ghandi sono solo alcuni dei citati dall’avv. Parisi, ma non da meno sono stati alcuni italiani come Fulvio Croce: “In un momento in cui tanti erano intimoriti dalle minacce terroristiche, lui decise di difendere d’ufficio tutti i brigatisti affinché anche loro avessero un giusto processo, per non derogare allo stato di diritto”, ricorda Parisi, portando ai ragazzi l’esempio di un avvocato ucciso perché aveva scelto di adempiere fino in fondo il suo mandato.
L’uso e l’abuso dell’IA
Una professione che va protetta ma, soprattutto, “difesa dalla volgarizzazione e della generalizzazione che la tecnologia ha creato”, invita l’avvocato, riferendosi alla partita aperta con l’Intelligenza Artificiale e con quelli che pensano possa sostituirsi al lavoro di chi ha studiato anni e anni per esercitare la professione. Ma, attenzione, non è tutto da demonizzare: “anch’io la uso”, ammette francamente, “è uno strumento di supporto che può aiutare molto, ma deve sempre essere soggetta a verifica critica.
Se ci velocizza nella stesura di un atto va bene, ma se deve togliere l’anima al nostro atto e diventa una modalità sostitutiva del nostro cervello è un disastro, soprattutto per i nostri clienti”, ammonisce. E poi, “una buona risposta dell’IA presuppone che venga posta la domanda corretta – osserva – Quindi è sempre e comunque necessario ascoltare le esigenze del cliente e inquadrarle dal punto di vista giuridico. Solo allora si potrà passare al supporto tecnologico”.
E tra corse in udienza, le trasferte a Roma per andare al Consiglio di Stato, i clienti che arrivano in studio con la sentenza in una mano e i responsi di Google nell’altra, le consulenze e la stesura degli atti, la routine dell’avvocato ha un che di adrenalinico, al limite del frenetico. Magari, soprattutto all’inizio, verrebbe da chiudersi in studio e fare le nottate sulle carte e invece no: “Bisogna sapersi organizzare e salvaguardare le proprie esigenze di vita – consiglia l’avv. Parisi – Cerco sempre di non fare mai troppo tardi a lavoro. La concentrazione è importante e stare tutta una giornata allo studio rischia poi di essere controproducente. Alle 19.30 si sta a casa. Se si arriva più tardi, è solo perché si è fatto un doppio a tennis”, conclude sorridendo.
Giulia Cioffi
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