“Ho terminato il dottorato di ricerca alla fine di febbraio. Era un dottorato senza borsa, che prevedeva solo la possibilità di accedere ad un fondo di 1500 euro all’anno per gli spostamenti legati alla ricerca. Pur di non rinunciare a quella opportunità e per garantirmi un minimo di entrate, durante il dottorato ho insegnato a scuola.
Ora che è terminato sono di nuovo una cultrice della materia con prospettive e futuro incerti”. Racconta la sua vita da precaria universitaria Bianca Carotenuto, 34 anni, che ha conseguito alla Federico II la Laurea Triennale in Filosofia nel 2016 e la Magistrale nel 2018, quando ha discusso la tesi in Teoria e storia della storiografia sul tema del demoniaco nella storia. È intervenuta il 5 marzo all’assemblea contro la precarizzazione dell’università pubblica e per la tutela della ricerca che si è svolta nell’Aula Biblioteca Guarino, presso la sede centrale dell’Ateneo, promossa dal gruppo di lavoro ‘Università e Democrazia’ che è coordinato dai professori Alberto Lucarelli e Rosario Patalano.
“L’assemblea ha richiamato l’attenzione – informano gli organizzatori – su una crisi nazionale ormai imminente: tra riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario e conclusione dei finanziamenti PNRR, migliaia di lavoratrici e lavoratori precari della ricerca rischiano di uscire dal sistema universitario, con effetti diretti sulla continuità dei progetti scientifici, sulla qualità della didattica e sulla tenuta complessiva degli atenei pubblici. La Federico II è un bene comune del Mezzogiorno e un bastione di democrazia: patrimonio pubblico di sapere, ricerca e formazione che sostiene mobilità sociale, sviluppo del territorio e diritto allo studio, ma oggi reso fragile da tagli, precarizzazione e logiche a progetto che ne minano continuità e libertà”.
I partecipanti all’incontro hanno chiesto che siano adottate “politiche strutturali di reclutamento e stabilizzazione, trasparenza nell’uso delle risorse e tutela della funzione pubblica dell’università”. Nell’attesa e nella speranza che accada, sono migliaia in tutta Italia le persone come Carotenuto, le quali si trovano ad un bivio e devono valutare se vale la pena crederci ancora o è il caso di abbandonare il sogno di svolgere ricerca all’università per impegnarsi a tempo pieno nella ricerca di un lavoro che dia i soldi per fare la spesa, affittare una casa e magari progettare di mettere su famiglia.
“In Italia – ha raccontato lei a margine dell’incontro – almeno un terzo tra i dottorandi, gli assegnisti di ricerca e i ricercatori che erano stati reclutati grazie ai fondi del Pnrr saranno espulsi dall’Università. Resteranno fuori nonostante abbiano svolto negli anni più recenti un ruolo fondamentale anche nella didattica.
Con il venir meno delle risorse del Pnrr si è creato un effetto imbuto”. Soluzioni? “Si deve pensare ad incrementare il fondo di finanziamento ordinario destinato agli atenei, affinché sia possibile stabilizzare i precari. I quali, lo ribadisco, sono indispensabili al funzionamento delle Università. Oggi una parte molto significativa della didattica è svolta da docenti a contratto i quali, per un corso di un semestre, guadagnano complessivamente circa 1500 euro. Non al mese, tengo a precisare, ma per tutti i sei mesi”.
Lei, che è tra i coordinatori dell’Adi, l’associazione che si propone per statuto di tutelare i diritti dei dottorandi, degli assegnisti di ricerca e dei giovani ricercatori, spera che alla fine la sua tenacia sarà premiata. “Sto però anche prendendo in considerazione – confessa – l’idea di andare via dall’Italia”.
Fabrizio Geremicca
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Ateneapoli – n.5 – 2026 – Pagina 3







