A Napoli il Congresso nazionale della Società di Flebologia. “La Flebologia ha assunto un ruolo di primo piano”

Secondo stime di società scientifiche di settore, in Italia circa 19 milioni di persone soffrono di malattia venosa cronica, una patologia che colpisce oltre la metà delle donne e tra il 10% e il 50% degli uomini. Numeri enormi che accendono i riflettori sulla Flebologia – dal 9 all’11 aprile avrà luogo al Centro Congressi della Federico II il XL Congresso nazionale della Società Italiana di Flebologia – un’area della medicina che sta conoscendo una grande crescita, grazie anche alla rivoluzione delle tecniche terapeutiche, soprattutto con l’avvento dell’ecocolordoppler.

A spiegare cosa sia questo nuovo orizzonte e perché sia necessario parlare sempre più di salute venosa, ci ha pensato il dott. Ignazio Verde, responsabile dal 2011 dell’ambulatorio di Flebologia Clinica e Specialistica alla Vanvitelli, docente incaricato dal 2015 del Corso di Perfezionamento Universitario in ‘Flebologia: clinica e terapia’ alla Federico II nonché, nello stesso Ateneo, dal 2019, docente incaricato per il Master Universitario di I livello in ‘Lesioni cutanee vascolari e neurodistrofiche degli arti inferiori nel paziente diabetico’.

“Questa branca – spiega Verde – si interessa prevalentemente di malattie venose di qualunque distretto del corpo. È di recente insorgenza, figlia sia della chirurgia generale che di quella vascolare, perché le patologie trattate, in particolare la malattia venosa cronica, sono sempre state a cavallo tra le due. In qualche modo, però, sia generale che vascolare davano meno importanza a questo tipo di interventi, lasciandoli per ultimi. Per questo, si è sentito il bisogno di unirsi in una confederazione di professionisti che si impegnassero prevalentemente nello studio delle malattie in questione, sia dal punto di vista clinico che chirurgico. Così è nata la Flebologia clinica e specialistica.

E racconta di uno specialista che, utilizzando ad ampio spettro tutte le tecniche attualmente a disposizione, arriva alla migliore diagnosi e alle cure più adeguate. Insomma, non si tratta più di una cenerentola: la Flebologia ha assunto un ruolo di primo piano”. Parte di questa crescita di appeal e importanza, la si deve anche all’utilizzo di nuove tecnologie: “la rivoluzione è iniziata soprattutto con il miglioramento delle diagnosi, avvenuto grazie all’ecocolordoppler, che ci ha consentito di studiare il distretto venoso non soltanto dal punto di vista esterno, con un’ispezione, ma anche dall’interno. Ha potenziato la nostra vista, aiutandoci a capire in modo ancora più preciso i distretti davvero ammalati.

Si è passati dall’operare a prescindere – sui libri di chirurgia sui quali ho studiato trent’anni fa veniva suggerito di asportare vena e safena se un ammalato aveva una vena alla gamba – oggi si agisce solo sulle vene francamente malate e si prova a recuperarle, evitando che il sangue ci vada, perché potrebbe causare problemi”. Dall’asportazione chirurgica, quindi, si è passati alla scleroterapia con schiuma: “è una tecnica che consente di chiudere il vaso, escludendolo dal circolo venoso senza asportarlo, fatto che la rende minimamente invasiva. Basta una semplice puntura per iniettare una schiuma, poi il paziente indossa una calza e può tornare subito alla vita di tutti i giorni”. E gli effetti del cambio di passo sono tutti nei numeri: se prima si arrivava all’intervento chirurgico nell’80% dei casi, con questi nuovi approcci “succede solo al 20% dei soggetti che presentano problemi”.

Sull’origine delle problematiche venose e le eventuali contromisure da poter prendere, il medico ha detto: “di base c’è una predisposizione, in certe persone le pareti delle vene risultano meno elastiche. Questo fenomeno è presente in tutto il corpo, ma si osserva prevalentemente nelle gambe. Ed è facile capire il perché: gli arti inferiori occupano la parte bassa del nostro corpo e, per questo, quando siamo in piedi, la gravità spinge i liquidi verso il basso. Dobbiamo immaginare la gamba come una bottiglia, dove la caviglia è il fondo.

Più stiamo in piedi, più la gamba si gonfia dalla caviglia in su, portando alla comparsa, nei soggetti predisposti, di vene e capillari, nonché stanchezza, dolore, prurito, lividi fino ad arrivare a dermatiti e a fenomeni infiammatori che a loro volta possono condurre a ulcere”.

Ragion per cui, “se la quotidianità che viviamo oggi tende a far allungare il tempo in cui ognuno di noi è in piedi più del dovuto”, il modo più efficace per evitare il gonfiore “è utilizzare la calza elastica, che esercita una compressione continua e compensa la nostra immobilità”. Verde chiude richiamando alla prevenzione: “se si verifica la comparsa di piccoli capillari non ci si deve trascurare, perché non si tratta solo di estetica ma del primo campanello di allarme che le gambe stanno soffrendo. Arrivando prima possibile, si scongiura l’intervento chirurgico”.

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Ateneapoli – n.5 – 2026 – Pagina 6

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