La ricerca che si fa impresa. Rethain del Dicea si aggiudica il Premio Nazionale per l’Innovazione

Senza mai tradire la propria missione di centri dedicati allo studio e alla ricerca, gli atenei italiani si confermano sempre di più come arene d’eccellenza in cui l’innovazione evade dai laboratori per misurarsi sui più ambiti palcoscenici della competizione nazionale.

È in questo scenario di sana sfida intellettuale e visione pragmatica che il team Rethain – composto dai professori ordinari Francesco Pirozzi e Giovanni Esposito, dai professori associati Stefano Papirio e Silvio Matassa, insieme all’assegnista di ricerca l’ingegnere Carlo Moscariello – ha conquistato la prestigiosa ‘Coppa dei Campioni’ al Premio Nazionale per l’Innovazione (PNI), tenutosi presso l’Università degli Studi di Ferrara.

Tutti i membri appartengono al Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale (DICEA) della Federico II, a testimonianza di una sinergia dipartimentale d’eccellenza. Il riconoscimento non rappresenta un semplice traguardo accademico, ma il superamento di una selezione rigorosa che, come spiega il prof. Pirozzi, si articola in un percorso a tappe: una prima fase regionale (StartCup), caratterizzata da una competizione trasversale tra tutte le categorie, seguita da una fase nazionale dove la sfida si sposta su specifiche aree tematiche.

“Noi abbiamo vinto prima la competizione nella nostra area di appartenenza che è quella green (Cleantech & Energy) e poi anche la competizione finale tra le quattro startup vincitrici delle diverse aree”, chiarisce il prof. Pirozzi, Direttore del Dicea, che evidenzia come il primato sia il risultato di una somma di vittorie parziali che attestano la solidità del progetto su più livelli.

“Questa è la ventitreesima edizione e prima di questo momento non avevamo mai vinto; è la prima volta che portiamo la Coppa dei Campioni a casa”, sottolinea poi con orgoglio la portata storica di questo traguardo. Una dichiarazione che sposta immediatamente l’asse del discorso dal valore del singolo brevetto al prestigio dell’intero Ateneo federiciano, capace di imporsi per la prima volta in una competizione così longeva.

Il fulcro di questo successo risiede nell’aver saputo intercettare una criticità nevralgica della transizione energetica: la gestione del digestato prodotto dagli impianti a biogas. Il CEO prof. Papirio non ha dubbi: “sicuramente l’innovazione nella proposta è stata molto importante: ci occupiamo della gestione e dello smaltimento del sottoprodotto principale degli impianti a biogas, il digestato, che è caratterizzato da elevati tenori di azoto e non può essere liberato così in quanto tale in ambiente”. I

l commento del docente mette a nudo un paradosso tecnologico: la produzione di energia rinnovabile rischiava di generare, per effetto collaterale, un nuovo e grave problema ambientale. Rethain ha saputo trasformare questo limite in un asset strategico. Il digestato, infatti, rappresenta oggi un costo gestionale enorme per le aziende, stimato nell’ordine di 400.000 euro annui per ogni singolo digestore, un peso economico che spesso ne mina la sostenibilità sul lungo periodo.

Ed è proprio qui che interviene la visione del team: trasformare un onere in una risorsa attraverso un processo biologico brevettato. Anche il prof. Matassa chiarisce la portata pratica dell’innovazione: “Intercettiamo questo flusso di scarto che attualmente viene ridistribuito sui campi con forti limitazioni normative legate alle emissioni di contaminanti nel suolo e in falda; lo trasformiamo in qualcosa che può innanzitutto limitare i costi dell’impianto e poi generare nuovi ricavi”.

Questa analisi evidenzia la capacità di Rethain di agire non solo sul piano ecologico, ma sulla sopravvivenza economica degli impianti rinnovabili, rendendoli meno dipendenti dagli incentivi pubblici grazie alla creazione di bio-prodotti ricchi di proteine, utilizzabili come fertilizzanti microbici o biostimolanti.

Un aspetto determinante di questa esperienza è la fluidità con cui il gruppo di ricerca ha saputo integrare competenze scientifiche e imprenditoriali, un binomio spesso difficile da conciliare. Ma il prof. Papirio descrive questo percorso come una vera e propria ‘consecutio’ temporale: partendo dalla ricerca di base con bottigliette e reattori tra il 2019 e il 2020, il gruppo è approdato alla definizione di un modello di business tangibile.

“Abbiamo lavorato molto in quest’anno per sviluppare un modello di business concreto che ci ha permesso di arrivare alla determinazione di alcuni costi e parametri economici particolarmente importanti”, sottolinea il docente, evidenziando come la qualità della ricerca debba necessariamente sposarsi con una traduzione pragmatica in termini di redditività per convincere giurie nazionali e investitori, come la società Farming Future SRL.

Ora, con un premio di 25.000 euro, l’obiettivo è la costituzione di uno spin-off universitario che porti il nome della Federico II direttamente sul mercato globale. Il prof. Matassa guarda già al futuro: “Il prossimo passo è sicuramente quello di costituirci come startup e lo faremo nei prossimi mesi; l’idea è di scalare questa tecnologia e portarla a un livello di maturità prossimo al mercato entro due anni”. Questa tabella di marcia serrata trasforma il ricercatore in un imprenditore consapevole, pronto a misurarsi con le sfide industriali.

Oltre al valore economico, resta un messaggio fondamentale per le nuove generazioni di studenti e ricercatori. Il prof. Papirio, nel suo ruolo di orientatore, osserva: “Spesso gli studenti notano uno sfilacciamento tra l’innovazione dei laboratori e il mondo dell’imprenditoria; quello che mi sento di dire è che bisogna crederci perché è un qualcosa di fattibile”.

Questa esortazione chiude il cerchio di un’esperienza che va oltre la pura tecnologia. Dunque, si percepisce che il valore di questo successo si riassume nella capacità di trovare una gratificazione d’eccellenza che superi i confini della pubblicazione scientifica per approdare all’impatto sociale. Come conclude il prof. Pirozzi, la vittoria è speciale proprio perché “è un riconoscimento un po’ diverso rispetto ai risultati che normalmente conseguiamo, come vincere un finanziamento o pubblicare su riviste altisonanti; è la dimostrazione che è possibile trovare gratificazione anche a livello del mercato a partire dalla ricerca universitaria”.
Lucia Esposito

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