Rendere visibile l’invisibile: la mappa della povertà educativa a Napoli e provincia

“Rendere visibile ciò che è invisibile è fondamentale per comprendere il fenomeno della povertà educativa”: con queste parole la prof.ssa Cristina Davino, docente del Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche (Dises) dell’Università Federico II, ha aperto il 13 gennaio la presentazione dei risultati della ricerca ‘Barriere invisibili: la povertà educativa a Napoli e provincia’ nell’Aula Magna del Centro Congressi di via Partenope.

Il progetto, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR, nasce dalla collaborazione tra la Federico II e il Polo Ricerche di Save the Children, con il supporto del programma GRINS (Growing Resilient, INclusive and Sustainable). Si tratta della prima ricerca campionaria in Italia capace di restituire una fotografia così dettagliata delle disuguaglianze educative, analizzate non solo tra città e provincia, ma anche tra singole Municipalità e aree omogenee del territorio metropolitano.

Il 5% dei ragazzi vive una condizione di grave deprivazione economica e sociale

La ricerca ha coinvolto oltre 3.800 studenti e studentesse tra i 14 e i 19 anni, insieme a circa 300 giovani fuoriusciti dai percorsi scolastici, grazie alla partecipazione di più di 50 scuole e 25 enti del Terzo Settore e servizi sociali. Un elemento centrale del progetto è stato proprio l’ascolto diretto degli adolescenti.

“Abbiamo raggiunto un livello di granularità molto fine”, ha spiegato Davino, sottolineando come il valore aggiunto dell’indagine risieda nell’aver dato spazio alle esperienze e ai vissuti dei giovani. Un aspetto ribadito anche da Michela Lonardi, Research Specialist di Save the Children: “Questo lavoro è importante perché abbiamo dato voce ai ragazzi, compresi quelli che non sono più nel sistema scolastico”. Il questionario digitale anonimo ha indagato non solo le risorse materiali, ma anche quelle immateriali: il supporto familiare, le opportunità offerte dalla scuola e dal territorio, le possibilità di svago, la dimensione emotiva e il rapporto con il futuro, tra aspirazioni, aspettative e paure.

Dai dati emerge con forza come la povertà educativa sia un fenomeno multidimensionale, che va ben oltre la deprivazione economica. “Con barriere invisibili non ci riferiamo a barriere fisiche – ha chiarito Davino – ma ad una mancanza di opportunità e di stimoli che finisce per ostacolare i giovani”.

Secondo le stime della ricerca, il 5% degli studenti intervistati vive in una condizione di grave deprivazione economica e sociale: mancanza di riscaldamento, cibo insufficiente, beni essenziali come scarpe o materiali scolastici, ma anche impossibilità di socializzare. Le aree più colpite sono la Municipalità 8 (Chiaiano, Piscinola, Marianella, Scampia) e la Municipalità 6 (Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio), ma il fenomeno attraversa l’intero territorio metropolitano.

“L’analisi evidenzia una povertà di stimoli culturali provenienti dal contesto familiare. Sebbene l’85% degli studenti dichiari di avere accesso ai beni materiali necessari per lo studio, circa un terzo degli intervistati segnala una carenza di incoraggiamento verso attività culturali come musei, cinema, concerti o teatro.

La famiglia tende a sostenere maggiormente attività ricreative e sociali, lasciando scoperta la dimensione culturale”, ha spiegato la prof.ssa Rosaria Romano, docente del Dises, che ha illustrato nel dettaglio i risultati. “Sul fronte scolastico emergono carenze strutturali, compensate però da un crescente impegno sul piano dei servizi di supporto: corsi di potenziamento, attività culturali e, in alcuni casi, consulenza psicologica”, ha continuato.

L’isolamento digitale

Ancora più critico appare il ruolo del territorio. “Per molti ragazzi il contesto di vita è percepito come poco favorevole alla crescita, segnato da scarsità di spazi di socializzazione, degrado degli spazi pubblici e un basso senso di sicurezza, soprattutto tra le ragazze”, è quanto emerso.

Un dato che ha sorpreso le ricercatrici riguarda l’isolamento digitale: “Ci ha colpito – ha spiegato la prof.ssa Romano – l’uso intenso e spesso solitario dei dispositivi digitali, in particolare tra le ragazze”. Il 33% degli intervistati (quindi uno su tre) trascorre oltre cinque ore al giorno online, mentre il 55% resta connesso quotidianamente tra una e cinque ore.

Per quanto riguarda le figure di riferimento, dopo i genitori emergono soprattutto personaggi del mondo dello spettacolo e della comunicazione, a discapito di modelli legati all’impegno civico, culturale o professionale. Nella sezione dedicata alle emozioni e al futuro, i sentimenti più ricorrenti sono speranza, ansia, entusiasmo e paura. Solo il 5% associa il futuro alla felicità, mentre il 9,6% dichiara di non pensarci affatto.

Anche qui emerge una differenza di genere: i ragazzi mostrano in media una visione più fiduciosa, mentre le ragazze esprimono maggiore preoccupazione, pur risultando meno inclini a rimuovere del tutto il tema del futuro. Il quadro complessivo restituisce un dato chiave: “le aspirazioni sono alte, ma le aspettative concrete sono molto più basse”, sottolinea Romano. Un divario che spesso spinge i giovani a immaginare il proprio futuro lontano dall’Italia.

La mattinata si è conclusa con la presentazione dei progetti di sette scuole coinvolte nella ricerca: esperienze concrete di contrasto alla povertà educativa che hanno suscitato emozione e partecipazione tra il pubblico.

Concretamente hanno partecipato: l’ISIS Archimede di Ponticelli con il progetto “I Tesori di Napoli: Segui Parthenope”, il Liceo Don Lorenzo Milani con il progetto “Scenari di Crescita: Laboratori Teatrali per giovani talenti”, l’IS Galiani – da Vinci con il progetto “Superiamo le nostre barriere”, il Liceo Gian Battista Vico con “Vico-Scampia-Vico: oltre l’orientamento”, il Liceo Gandhi di Casoria con una performance live cantata e recitata del progetto “Vincere le barriere invisibili”, l’IIS Nitti di Portici con “Povertà educativa e comunicazione delle Scienze” e infine l’IIS Pacioli di Sant’Anastasia con “Disarmare le parole” i cui studenti hanno regalato a Save The Children una t-shirt simbolica riportante proprio il nome del progetto con un messaggio molto chiaro: “disarmiamo le parole ed eliminiamo quelle d’odio affinché mai più possa esserci povertà educativa”, ha affermato uno degli studenti del progetto.

Guardando avanti, l’obiettivo è trasformare i risultati in azione, ha dichiarato la prof.ssa Davino: “abbiamo in mente di iniziare un roadshow di seminari per diffondere i dati e, in prospettiva, la creazione di un osservatorio permanente per monitorare la situazione della povertà educativa”. Perché, come emerso con chiarezza, rendere visibile l’invisibile non è solo un esercizio di analisi, ma è il primo passo per restituire possibilità reali alle nuove generazioni.

“Questo è il progetto scientifico più emozionante che abbia mai seguito – ha confessato Davino in chiusura – anche perché vengo io stessa dalla provincia di Napoli e c’è molto da rendere visibile”. Si è poi rivolta ai ragazzi e alle ragazze presenti: “un’opportunità non deve essere un’illusione, ma qualcosa che aiuti davvero a costruire il futuro. Vi auguriamo di poter imparare ad essere come un cactus: forte, capace di adattarsi a qualsiasi momento e circostanza e capace di fiorire sempre”.

Ha poi invitato i presenti ad una foto collettiva con in sottofondo il brano di Roberto Vecchioni e Alfa “Sogna ragazzo sogna”, e ha concluso: “spero che le parole di questa canzone vi facciano riflettere e vi diano speranza”.
Annamaria Biancardi

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