In un tempo di grandi incertezze geopolitiche può esserci ancora spazio per ricerca, formazione e scambio di conoscenze. Con lo spirito di una cooperazione tra pari. Questo fa Science Hubs for Advanced Research & Education with Africa (S.H.A.R.E. Africa), un progetto che vuole rafforzare la collaborazione tra università e centri di ricerca italiani e africani. Al centro c’è l’idea di creare hub scientifici congiunti, percorsi formativi innovativi e attività condivise. Con uno sguardo particolare a Tunisia ed Etiopia (e al Corno d’Africa). È la diplomazia scientifica che ha un obiettivo preciso: consolidare i legami tra Europa e Africa, rivolgendosi in particolare a giovani accademici africani.
A promuovere il progetto è la Fondazione IHEA, rete che riunisce sei Atenei italiani (Federico II, La Sapienza di Roma, Università di Firenze, Alma Mater di Bologna, Politecnico di Milano e Università di Padova) e che lavora sulla cooperazione accademica con l’Africa – sono coinvolte 50 istituzioni africane. “L’obiettivo di fondo – ha dichiarato ad Ateneapoli il dott. Raniero Chelli, S.H.A.R.E. Africa Project Manager IHEA Foundation – è stimolare la cooperazione tra università italiane e istituzioni africane, varando una serie di iniziative, in particolare attraverso sei percorsi di alta formazione, i Blended Executive Programmes (BEP), concordati e costruiti con i Paesi destinatari, dedicati a temi che vanno dai beni culturali al business sostenibile, dall’agricoltura di precisione alla gestione dell’acqua, fino alla pianificazione energetica e alla salute globale”.
Ci sono diversi elementi peculiari a caratterizzare questo progetto: “innanzitutto c’è stato un processo partecipativo di stretta collaborazione con le autorità tunisine ed etiopi – parlo di Ministeri, enti di ricerca – Non si tratta di un qualcosa di calato dall’alto, ma di una co-creazione”.
Inoltre, sono state bandite anche 12 borse di studio per dottorandi africani che “hanno l’opportunità di venire a studiare nelle sei università coinvolte nel partenariato, per sei mesi”.
Se il 23 aprile, a Roma, avrà luogo una grande conferenza che chiuderà idealmente S.H.A.R.E. Africa, iniziato a ottobre, un ulteriore obiettivo è, in ottica sostenibilità, “far sì che questi ragazzi diventino ambasciatori della cooperazione nei propri Paesi e mantengano vivi i contatti”. Anche per questo, sono stati realizzati dei MOOC, affidati e realizzati con Federica Web Learning, “pensati per prorogare l’accesso ai contenuti e accompagnare il lavoro sviluppato nei diversi programmi”.
Ad ogni modo, si parla di un finanziamento complessivo di oltre 1,8 milioni di euro (bando Mur che rientra nel programma di Formazione transnazionale di ambito Pnrr), pensato per dare continuità a ricerca, didattica e scambio scientifico tra le due sponde del Mediterraneo e oltre. È dentro questa architettura, fatta di formazione, mobilità e ricerca condivisa, che hanno preso forma i singoli percorsi affidati ai docenti dei vari Atenei coinvolti.
Risorse idriche, il Bep della Federico II
Tra i programmi attivati c’è quello dedicato all’acqua, del quale se n’è occupato il prof. Salvatore Manfreda, docente del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale (Dicea) della Federico II, che ha coordinato il Blended Executive Programme ‘Tecnologie innovative per una gestione sostenibile delle risorse idriche’. Si è svolto all’Enit di Tunisi a ottobre 2025, con un focus su monitoraggio idrologico, modellazione, governance dell’acqua e project work.
I moduli specialistici hanno offerto competenze tecniche avanzate per rafforzare la gestione delle risorse idriche in un contesto segnato da cambiamento climatico e vulnerabilità ambientale. “Siamo molto soddisfatti del gruppo di accademici selezionati – racconta Manfreda – Tanta qualità, motivazione e attenzione”. E sono stati 25 in tutto, provenienti da tutto il Nord Africa, impegnati in un mese di formazione con tanto di progetto finale.
“Abbiamo costruito un ampio spettro di iniziative, rafforzato legami con partner nordafricani. Come Federico II riteniamo di dover giocare un ruolo importante in queste iniziative come faro scientifico nei paesi del Mediterraneo”. Sulle attività tecniche svolte: “ho provato a svolgere un corso veramente innovativo e competitivo a livello globale. La prima challenge è stata identificare docenti eccellenti che potessero dare un contributo sulle risorse idriche. Siamo partiti dagli strumenti più innovativi di monitoraggio, passando per le tecniche satellitari, tradizionali, modellistica, analisi di immagini ottiche. Ci siamo soffermati sui problemi globali di gestione e carenza delle risorse idriche, sulla loro ottimizzazione e su tutte le questioni politico-economiche associate a questa risorsa”.
Detto altrimenti, l’impatto di queste competenze tecniche su alcune aree dell’Africa dovrebbe portare a una serie di benefici: “il primo elemento che a loro serve è sicuramente comprendere il numero di strumentazioni low cost che esistono e sono disponibili per attuare attività di monitoraggio a basso costo o, addirittura, per ottenere informazioni idrologiche in modo gratuito, accedendo a fonti dati che Europa e USA mettono a disposizione; così come strumenti di calcolo che abbiamo trasferito loro”.
I rapporti non termineranno affatto con questo progetto: “in Africa ci sono tante aree molto competitive, una è proprio l’Enit, per esempio. Infatti sono già nate interazioni e accordi bilaterali per ospitare loro studenti, personalmente ne riceverò uno il prossimo mese. Potrebbero nascere anche progetti finanziati nei prossimi anni sulla base di sei proposte che sono emerse. Inoltre, in qualche anno, vorremmo trasformare questo BEP in un Master congiunto tra noi e Tunisi”.
Valorizzazione dei prodotti alimentari tipici, il focus dell’Alma Mater
Altro esempio è il programma dell’Alma Mater di Bologna, centrato invece su ‘Agricoltura di precisione e alimentazione sostenibile’, organizzato con l’università tunisina El Manar, con un focus specifico sui contesti nordafricani e su casi studio come olio d’oliva, agrumi e grano. Si è svolto tra ottobre e dicembre 2025 in forma ibrida – in parte online, in parte in presenza nella città di Hammamet – e a coordinarlo è stato il prof. Enrico Valli del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari.
Il tutto per un impegno complessivo di 500 ore durante le quali i partecipanti hanno acquisito strumenti concreti per analizzare e affrontare le complessità dei sistemi agroalimentari contemporanei. Ad Ateneapoli, il docente ha spiegato innanzitutto quale bisogno concreto ha provato ad affrontare il BEP nelle aree coinvolte: “Sicuramente abbiamo spinto sulla valorizzazione dei prodotti alimentari tipici locali, di tutto il Nord Africa.
L’obiettivo è stato cercare di trasmettere a laureati, ricercatori all’inizio della carriera, personale accademico e giovani funzionari pubblici idee e conoscenze su come valorizzare e promuovere la qualità dei loro prodotti. L’olio d’oliva, per esempio, è uno di questi. C’è stata poi tutta una parte legata alla produzione agricola: abbiamo svolto lezioni sulla meccanizzazione, sull’uso di sistemi come i trattori elettrici; su nuovi metodi di agricoltura in campo. Tutto per provare a rendere la parte agricola più conveniente, più economica in termini di costi, e sostenibile, problema che spesso si riscontra in questi paesi”.
Le competenze che il team guidato dal docente ha provato a trasmettere ai giovani partecipanti provenienti da Marocco, Tunisia e Algeria possono tradursi in pratiche più sostenibili e in una migliore qualità del cibo: “aiutare un prodotto come l’olio d’oliva ad emergere grazie al riconoscimento di denominazione di origine (come le docg degli schemi europei, per intenderci), che sono assolutamente applicabili anche a prodotti africani”.
Nel pieno rispetto di uno degli scopi di Share Africa, al di là dei contenuti tecnici, il BEP ha voluto essere l’origine di nuove reti di collaborazione tra i partecipanti stessi: “per noi docenti è stato uno dei momenti più importanti, non a caso abbiamo messo su anche dei progetti di gruppo, verso la fine, in cui sono stati loro a scegliere una filiera agro-alimentare sulla base dei propri interessi e aree di studio. In tal modo si sono potuti conoscere meglio e, chissà, magari questo potrebbe aver aperto a nuovi legami per il futuro”.
Per quanto riguarda gli altri Atenei del partenariato, La Sapienza si è occupata di ‘Beni culturali e turismo sostenibile’, l’Università di Firenze di ‘Business Sostenibile per Nuove Sfide’, il Politecnico di Milano di ‘Pianificazione energetica strategica ed ecologia industriale per uno sviluppo locale sostenibile ed equo in un’era di incertezze geopolitiche’, infine Padova di ‘One Health, Salute Globale, Salute Planetaria’.
Claudio Tranchino
Scarica gratis il nuovo numero di Ateneapoli
Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina 6-7








