“Il quadro è ottimistico. Se crisi c’è, come accademici vediamo quella delle istituzioni, sentiamo il peso della burocrazia che ci rende difficile finanziare borse, assegni e contratti per i giovani ma è un fenomeno nazionale. Di fatto, le carenze occupazionali che vediamo in Italia non corrispondono ad analoghi fenomeni europei o internazionali”, afferma il prof. Antonino Mazzeo, docente di Calcolatori Elettronici, a proposito delle prospettive di un titolo di studio nel settore dell’Ingegneria dell’Informazione.
Primo suggerimento, quindi, predisporsi a viaggiare: “una volta lavoravamo con l’indotto campano e, in un’ottica autoreferenziale, potevamo tarare la formazione dei nostri studenti sul contesto locale o nazionale. Oggi ci dobbiamo interrogare sul profilo che vogliamo formare perché, di fronte alla cassa integrazione o alla chiusura degli stabilimenti, chi ha il coraggio può andare altrove e non accorgersi nemmeno che c’è la crisi. Per questo suggerisco agli studenti di pensare subito ad un’esperienza internazionale con Erasmus o ad uno stage per capire se ci si trova bene all’estero. Può essere dura vivere per alcuni anni in un posto dove si parla un’altra lingua e ci sono altre abitudini, se non sappiamo come possiamo adattarci”.
Le possibilità ci sono perché il settore ha sviluppato quella che il professore definisce una ‘buona osmosi’ con le imprese: “con il coinvolgimento delle migliori forze di ricerca, abbiamo creato dei posti da ricercatori a tempo determinato autofinanziati e le tante iniziative messe in campo nei settori dell’Elettronica, della Biomedica e dell’Energia ci consentono di avere dal mondo dell’industria e della ricerca internazionale dei riscontri positivi sulla nostra formazione e sul valore del titolo conseguito alla Federico II, che consente a tanti laureati e ricercatori di trovare collocazione all’estero”.
Tornano i problemi nazionali: “il settore dell’ITC va ad una certa velocità e, se occorrono sei mesi per sbrigare delle procedure, i migliori se ne vanno, verso altre opportunità ed altri stipendi. Del resto, i nostri laureati soffrono anche per un mercato del lavoro che li impiega nello sviluppo software di basso profilo, come i periti di una volta, quando noi li abbiamo allenati per compiti molto più difficili. Mi dispiace enormemente quando apprendo dai miei studenti che hanno accettato un lavoro che a loro non piace e li fa star male, per uno stipendio fisso”.
Altri inviti, imparare una lingua e lavorare in collaborazione: “non possiamo pensare di formare delle persone che non siano in grado di sostenere un colloquio in Europa o di lavorare nel mondo. Perciò bisogna conoscere almeno l’inglese che, nel nostro campo, è lo standard. E magari anche un’altra lingua, come il tedesco, che è molto apprezzato. Fin dal primo anno, seppur con una fatica enorme, visti i numeri, dividiamo i ragazzi in gruppi per lavorare su piccoli progetti. Alla Magistrale, con poche persone in aula, c’è la possibilità di realizzare delle cose che entusiasmano i ragazzi invogliandoli a lavorare anche di notte e durante i week-end”.
Infine, non limitarsi ai lucidi ed al materiale didattico utilizzato in aula ma studiare dai testi di riferimento: “per sviluppare spirito critico e completare le spiegazioni delle lezioni. In rete si trovano molti testi. Leggere, anche autonomamente, consente di arrivare all’esame senza correre il rischio di sviluppare un discorso sconnesso e poco organico”.
Primo suggerimento, quindi, predisporsi a viaggiare: “una volta lavoravamo con l’indotto campano e, in un’ottica autoreferenziale, potevamo tarare la formazione dei nostri studenti sul contesto locale o nazionale. Oggi ci dobbiamo interrogare sul profilo che vogliamo formare perché, di fronte alla cassa integrazione o alla chiusura degli stabilimenti, chi ha il coraggio può andare altrove e non accorgersi nemmeno che c’è la crisi. Per questo suggerisco agli studenti di pensare subito ad un’esperienza internazionale con Erasmus o ad uno stage per capire se ci si trova bene all’estero. Può essere dura vivere per alcuni anni in un posto dove si parla un’altra lingua e ci sono altre abitudini, se non sappiamo come possiamo adattarci”.
Le possibilità ci sono perché il settore ha sviluppato quella che il professore definisce una ‘buona osmosi’ con le imprese: “con il coinvolgimento delle migliori forze di ricerca, abbiamo creato dei posti da ricercatori a tempo determinato autofinanziati e le tante iniziative messe in campo nei settori dell’Elettronica, della Biomedica e dell’Energia ci consentono di avere dal mondo dell’industria e della ricerca internazionale dei riscontri positivi sulla nostra formazione e sul valore del titolo conseguito alla Federico II, che consente a tanti laureati e ricercatori di trovare collocazione all’estero”.
Tornano i problemi nazionali: “il settore dell’ITC va ad una certa velocità e, se occorrono sei mesi per sbrigare delle procedure, i migliori se ne vanno, verso altre opportunità ed altri stipendi. Del resto, i nostri laureati soffrono anche per un mercato del lavoro che li impiega nello sviluppo software di basso profilo, come i periti di una volta, quando noi li abbiamo allenati per compiti molto più difficili. Mi dispiace enormemente quando apprendo dai miei studenti che hanno accettato un lavoro che a loro non piace e li fa star male, per uno stipendio fisso”.
Altri inviti, imparare una lingua e lavorare in collaborazione: “non possiamo pensare di formare delle persone che non siano in grado di sostenere un colloquio in Europa o di lavorare nel mondo. Perciò bisogna conoscere almeno l’inglese che, nel nostro campo, è lo standard. E magari anche un’altra lingua, come il tedesco, che è molto apprezzato. Fin dal primo anno, seppur con una fatica enorme, visti i numeri, dividiamo i ragazzi in gruppi per lavorare su piccoli progetti. Alla Magistrale, con poche persone in aula, c’è la possibilità di realizzare delle cose che entusiasmano i ragazzi invogliandoli a lavorare anche di notte e durante i week-end”.
Infine, non limitarsi ai lucidi ed al materiale didattico utilizzato in aula ma studiare dai testi di riferimento: “per sviluppare spirito critico e completare le spiegazioni delle lezioni. In rete si trovano molti testi. Leggere, anche autonomamente, consente di arrivare all’esame senza correre il rischio di sviluppare un discorso sconnesso e poco organico”.







