“Ho faticato tanto, però ce l’ho fatta”

“Scelsi Scienze Biologiche perché volevo fare il biologo molecolare. All’epoca non c’era il Corso in Scienze Biotecnologiche, ma ho avuto comunque la possibilità di occuparmi di ricerche e applicazioni relative ai microorganismi”. Quella della professoressa Maria Luisa Tutino è la storia di chi ce l’ha fatta. Laureatasi nel 1992 alla Federico II, la docente, presso questo Ateneo, ha condotto la sua attività di ricerca prima come tirocinante nel Dipartimento di Chimica Organica e Biologica della Facoltà di Scienze, poi come dottoranda  al Dipartimento di Chimica Organica e Biologica fino ad arrivare, dopo qualche esperienza all’estero, all’incarico di professore associato di Chimica e Biotecnologie delle fermentazioni al Corso di Laurea di Scienze biotecnologiche molecolari e industriali e a quello di Biotecnologie del Farmaco. Ricorda bene il motivo che l’ha spinta a continuare la sua attività all’interno dell’università piuttosto che in altri settori: “nelle mie scelte mi sono fatta guidare dalla passione. Adesso sono professore associato. Amo insegnare ed è gratificante il rapporto con gli studenti. Un po’ mi manca dedicarmi alla ricerca a tempo pieno perché era quello che volevo fare. A volte, però, bisogna fare delle scelte. Non mi è andata male perché la didattica mi gratifica. Adesso ho la possibilità di sperimentare la crescita di giovani ricercatori e di proseguire con i miei studenti l’attività di ricerca, anche se in maniera diversa”. Non solo studenti: “al momento sono coinvolta nel settimo programma quadro (si tratta di uno strumento dell’Unione europea per il finanziamento della ricerca nel periodo 2007-2013). Inoltre, sto studiando le molecole biologicamente attive che siano efficaci al livello del sistema nervoso centrale. Mi occupo anche delle proteine ricombinanti. Molte malattie di origine genetica derivano dall’assenza di proteine. Con questi studi vorremmo risolvere il problema”.
Si tratta di un’attività che dà appagamento: “sono soddisfatta tutti i giorni di quello che faccio. La ricerca è stimolante e gratificante a prescindere da quale sia il risultato. L’attività che svolgiamo spesso è poco comprensibile ai più per limiti di comunicazione e di possibilità di confronto nel quotidiano. La fortuna mia e del mio team è che la nostra ricerca è finalizzata a fare qualcosa piuttosto che a raccontare un processo. Quindi, in molti casi, ci gratifica sia dal punto di vista culturale che da quello pratico”. È difficile pensare di raggiungere risultati importanti lavorando da soli: “non sarei nulla senza i miei studenti e i miei colleghi. Adesso ho la responsabilità di un gruppo di ricerca. Il merito è anche del mio Maestro, il professor Gennaro Marino, che ci ha dato i mezzi culturali ed economici per poter lavorare. L’avanzamento delle nostre ricerche è testimoniato dalle diverse pubblicazioni. Forse la cosa più interessante è che riusciamo a produrre biofarmaci da un batterio isolato nell’Antartide”.
Alla Magistrale gli studenti devono “sviluppare la
terza dimensione” 
Non solo Napoli. La formazione della biologa è avvenuta anche oltre confine. Nel 1998, infatti, grazie a un contratto di collaborazione, ha avuto la possibilità di lavorare in Belgio, presso il laboratorio del professor Charles Gerday: “all’estero mi sono trovata benissimo. Sono stata a Liegi e a Genk nell’ambito di alcune collaborazioni internazionali. Sono state esperienze impagabili. In quelle occasioni non ho avuto niente da invidiare ai miei colleghi stranieri. La preparazione che dà la nostra università è ottima. Ancora oggi noi spesso abbiamo difficoltà ad assegnare dottorati perché gli studenti più bravi lo vincono all’estero. Molti di loro hanno anche ottenuto borse di studio veramente prestigiose. Sono tutti cervelli che l’Italia forma ma che poi regala agli altri Paesi”. 
Abituare gli studenti al ragionamento è il principale obiettivo del corso tenuto dalla professoressa Tutino, quello in Biotecnologie microbiche industriali: “prima insegnavo anche alle Triennali. Adesso no, sto solo alla Magistrale. Quindi mi relaziono a studenti che hanno già una base, che vogliono approfondire alcune tematiche per acquisire qualcosa in più. La mia è una disciplina caratterizzante, fornisce i contenuti che contraddistinguono il biotecnologo. La finalità del corso è che gli studenti imparino a ragionare e a risolvere problemi in autonomia. Quello che dico ai ragazzi a inizio corso è che ho l’ambizione che loro siano in grado di adottare gli strumenti e le metodologie necessarie per risolvere un problema”. La Magistrale è indispensabile per fare il salto di qualità: “gli studenti devono costruire un edificio. La Triennale è il basamento. Alla Magistrale devono sviluppare la terza dimensione, facendo crescere l’edificio in altezza. Devono, cioè, essere capaci di coordinare tutte le informazioni che hanno ricevuto. Solo attraverso la crescita culturale con nuovi contenuti e con la capacità di coordinare quelli vecchi si può affrontare il problema biologico”. I questionari di valutazione compilati dagli studenti sorridono alla docente: “dai questionari di fine corso gli studenti sembrano sempre soddisfatti e non pare incontrino particolari difficoltà. Io li ringrazio sempre a fine corso. Ritengo che la maggiore difficoltà che incontra chi sta alla Magistrale sia quella di ricordare quello che ha imparato negli anni precedenti. Questo perché gli studenti devono studiare molte materie. I ritmi sono difficili da sostenere, quindi tendono più facilmente a dimenticare. Però ai miei ragazzi dico di non deprimersi. Qui da noi le capacità emergono e il valore paga. Sono convinta che un laureato in biotecnologie trovi lavoro sicuramente”. Nella voce della docente c’è un pizzico di rammarico quando ricorda che ai suoi tempi non era ancora possibile studiare biotecnologie: “non rinnego la mia impostazione. Nel mio team ci sono chimici, chimici industriali, biologi e biotecnologi. Ognuno porta il proprio punto di vista e questo dà alla ricerca maggiore completezza e possibilità di successo”.
Ma l’università non è solo studio. Qualche volta ci si può perfino divertire. È quello che accadde tempo fa quando la professoressa, allora ancora dall’altra parte dei banchi, partecipò a una festa del sistema universitario napoletano organizzata da Ateneapoli. Si trattava di “Miss Università, la più bella e sapiente degli Atenei italiani, selezione Atenei napoletani”: “fu una festa molto carina. Non bastava solo essere bella. Io avevo un libretto con tutti trenta. Un mio professore mi diceva che ero una specie in via d’estinzione. Fu una mia collega di allora a convincermi a partecipare al concorso. Naturalmente presi la cosa con molta ironia. Doveva essere una festa e cosi è stata. Poi sono venuti i calendari e altre iniziative simpatiche. È stata un’esperienza che, presa con lo spirito ironico di quell’epoca, sicuramente rifarei per vivere l’università anche da altre prospettive”. Il lato bello può anche divertirsi un po’, tanto c’è quello sapiente che è pronto a tornare a fare sul serio. 
Prossima destinazione, l’Olanda, dove la professoressa Tutino parteciperà a una conferenza europea sulla sindrome di Rett: “questo è uno dei mestieri più belli in assoluto. Sono privilegiata. Ho faticato tantissimo, guadagnando zero, però ce l’ho fatta. Sono fortunata”. 
Ciro Baldini
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