Davide, 24 anni, laurea con lode in Biotecnologie Mediche a luglio, ora è dottore di ricerca a Zurigo

“Il mio obiettivo è sempre stato fare ricerca. Dopo il diploma, ho chiesto consigli per capire quale fosse la Facoltà più indicata per avviarmi in questa direzione e mi è stato indicato Biotecnologie perché era un Corso di Studi nuovo e che rappresentava il futuro. Ho vissuto dissidi forti con chi voleva che mi iscrivessi a Medicina, ma io non ho mai voluto trattare con i pazienti. Quindi non sono assolutamente pentito della scelta”. Quando l’aspirazione rima con la determinazione, succede anche che a 24 anni ci si ritrovi con una laurea in Biotecnologie mediche con il massimo dei voti. È la storia di Davide Mangani, il quale, nel luglio scorso, ha raggiunto la prima tappa verso il suo futuro, la corona d’alloro alla Federico II con una tesi in Oncologia molecolare. “Mi sono laureato nei cinque anni e, alla Magistrale, avevo la media del trenta. Solitamente per la tesi chiedono 250 ore di tirocinio e circa un anno per preparare l’elaborato, ma io credo di aver abbondantemente superato questo limite”, racconta. Alla Specialistica, sottolinea, “tutti gli esami sono pesanti perché i manuali sono corposi e il numero di crediti è alto. Io ho trovato difficoltà soprattutto con gli esami di Diagnostica. Gli altri sono stati più agevoli perché mi piaceva molto la materia. In generale, il Corso di Laurea Magistrale è stato davvero interessante e organizzato benissimo. Il professor Bonatti, Coordinatore del Corso, ci tiene molto ad ascoltare gli studenti. E poi all’università ci sono delle piccole oasi felici, come il laboratorio della professoressa Condorelli, la mia relatrice”. Da settembre Davide si trova a Zurigo, in Svizzera, dove ha vinto un dottorato di ricerca in Oncologia. Ma il suo feeling con l’estero è datato: “durante l’università ho avuto esperienze in America grazie al professor Antonio Giordano che mi ha permesso di andare negli Stati Uniti per una summer internship. Per tre anni di fila sono stato da luglio a settembre a Filadelfia, sacrificando estati e facendo a giugno tutti gli esami della sessione estiva. È stata un’esperienza importante, per questo credo che tutti gli studenti debbano almeno fare l’Erasmus”. Non è questo l’unico consiglio che dispensa a chi frequenta ancora l’università: “si deve amare quello che si fa. La motivazione è la cosa più importante, senza quella non si impara. A mio avviso bisogna darsi obiettivi molto alti, senza voler essere presuntuoso. Con un obiettivo basso si rischia di raggiungerlo presto, ma poi non c’è più la motivazione”. Gli anni accademici sono per lui una medaglia a due facce, fatta di ricordi belli e di altri meno entusiasmanti: “il periodo d’esami era caratterizzato da uno stress incredibile. Con il laboratorio era difficile studiare, quindi bisognava ottimizzare i tempi. Ricordo, invece, con molto piacere i corsi perché seguivo con gli amici e perché c’era quella spensieratezza universitaria che adesso mi manca”. Perché prima o poi viene il momento di fare una scelta difficile, quella del lavoro: “questa laurea apre diverse strade come la ricerca o la farmaceutica industriale. È una scelta di vita più che lavorativa. Bisogna decidere se cancellare la vita sociale stando in un laboratorio o se fare orari più tradizionali scegliendo una carriera aziendale che comunque dà molti sbocchi”. Davide ha scelto la ricerca e in Svizzera ci è andato con la consapevolezza di aver portato con sé quanto di buono l’Italia gli ha offerto: “l’università italiana, nonostante i limiti noti, mi ha dato una preparazione teorica molto solida. Da questo punto di vista non siamo secondi a nessuno. All’estero, però, ho capito cosa significa avere un’università organizzata al meglio dal punto di vista burocratico ed economico. Inoltre, ho trovato una forte connessione tra l’università e l’industria che è molto utile per muovere i fondi”. Nonostante tutto, è comunque difficile rinunciare a un pizzico di nostalgia: “mi mancano molto la famiglia e il tempo di Napoli. Qui sembra sempre mezzanotte”. Ma quando il futuro chiama, diventa necessario rispondere, anche a costo di durature rinunce: “dopo il dottorato vorrei continuare la carriera accademica proseguendo nella ricerca. Credo che resterò all’estero a lungo perché qui chi fa ricerca è rispettato. Agli occhi della gente non sei un topo di laboratorio, ma sei uno che fa qualcosa di utile per gli altri”. 
Ciro Baldini
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