Fare il medico non è una missione ma una professione di alto valore etico

“Nei due terzi del globo le patologie infettive sono quelle che causano un maggior indice di mortalità. In Italia la malaria, il colera non ci sono più, eppure uccidono 10 milioni di persone all’anno. Nel mondo occidentale abbiamo una visione distorta del fenomeno. Viviamo in un sistema industrialmente valido in cui vi è attenzione alla profilassi, alla tutela della salute, alle vaccinazioni. Da noi, salvo alcune eccezioni, le malattie infettive sono relativamente contenute”, spiega il prof. Felice Piccinino, Direttore del DAS, il Dipartimento Assistenziale per le Malattie infettive della Seconda Università, un’autorità nel suo campo. Un ricordo del momento in cui la scelta cadde su questa branca della medicina. “Scelsi occasionalmente ma volli fare una scelta di vita. Mio padre era un illustre radiologo ma a me non piaceva restare alle spalle delle macchine, lavorare in un terziario in cui il rapporto è medico-macchina-paziente e non medico-paziente, così scelsi un settore clinico. A quell’epoca dirigeva il settore delle Malattie infettive il professor De Ritis, un illustre internista, ed io venni da lui come ragazzo di bottega. Successivamente ho seguito il professor Giusti ed adesso sono diventato io il vecchio di bottega”.
Vorrà dire il maestro di bottega! Cosa prova ad essere riconosciuto come un maestro? Il commento più spontaneo ed immediato del professore è: “Figurati!” Poi ammette: “Certamente ho curato molto l’insegnamento e credo di perseguire una buona didattica sia sul piano formativo degli studenti, sia nell’ambito dei corsi che si tengono in campo nazionale, nei congressi, nelle tavole rotonde”.
Le scoperte 
scientifiche della scuola napoletana
Il professor Piccinino ci tiene a sottolineare che la Scuola da cui proviene può vantare strepitose scoperte scientifiche sul significato del danno epatico. “In questo Dipartimento si è capito che avere le transaminasi elevate significa che il fegato è compromesso – sostiene – Solo dopo questi studi sono venuti i vari test ma le transaminasi come idea della cellula che muore è una scoperta avvenuta in Italia e ad opera del professor De Ritis”.
L’Università ai tempi del professor De Ritis: “sono nato nel ’37, quando io ero studente i professori erano pochi ed il numero dei frequentanti era esiguo. Al mio corso c’erano solo 30, 40 persone che seguivano assiduamente. I laureati in medicina erano di meno, oggi l’offerta di medici è superiore all’esigenza nazionale ed infatti molti di loro non riescono a trovare un impiego. I migliori riescono a sfondare all’estero, per esempio in Inghilterra dove c’è carenza di medici e dove dunque c’è l’esigenza di accogliere quelli stranieri”.
Gli specializzandi 
volontari in Africa
Ci sono progetti in atto per far fare ai futuri medici esperienza all’estero sulle malattie infettive poco diffuse in Italia? “Molti specializzandi sono impegnati nell’ambito della cooperazione allo sviluppo o nel volontariato dove sono in atto una serie di iniziative a favore del terzo mondo ed in particolare dell’Africa, dove l’AIDS ha un’attività distruttiva in termini di contagio. Nella società africana nessuno è figlio di alcuno e tutti sono figli di tutti.  Pur non volendo individuare nella libertà sessuale che vige in questi paesi un atteggiamento negativo, il discorso in termini di contagio è evidente. Parlare di preservativo in ambito africano è come citare un’assurdità. Eppure intere etnie vengono decimate per colpa dell’AIDS”.
Il Professor Piccinino ricorda che ogni anno uno o due specializzandi si recano per tre, quattro mesi come volontari in Africa. “E’ una doppia attività, un do ut des. – rileva – Gli studenti apprendono la realtà tropicale che è completamente diversa dalla nostra. Lì non c’è nulla di quello a cui siamo abituati in termini di tecnologia. Non si possono eseguire TAC, né risonanze magnetiche, lì si lavora negli ospedali di zona”. Gli specializzandi prestano il loro contributo prezioso ma contemporaneamente imparano a diagnosticare le patologie tropicali estese in quella zona. “La parassitosi tropicale c’è anche da noi, l’AIDS pure – prosegue il prof. – Alcune di queste malattie esistono anche da noi, la differenza sta nella frequenza”.
Quest’anno ha tenuto un seminario sulla terapia dell’epatite B: ha consigliato ai suoi studenti la vaccinazione contro l’epatite? “Si registra un calo epidemiologico dell’epatite, tuttavia le vaccinazioni non presentano alcuna controindicazione e sono ampiamente consigliate soprattutto per coloro che si recano nei paesi tropicali. Il calo dell’epatite A è avvenuto per il miglioramento delle condizioni igieniche ed a Napoli, in particolare, è andata scomparendo negli anni del colera perché tutti prestavano una maggiore attenzione nell’assunzione di mitili e di acqua non depurata”.
Fare il professore richiede già molto impegno sia come ricerca, sia come didattica, ma un professore che è anche medico come fa a conciliare tutto ciò? “Per fare il medico ci vuole molta dedizione anche se credo che sia una ‘frescaccia’ dire che fare il medico sia una missione. E’ una professione legata a dei compiti istituzionali di alto valore etico. I medici non sono santi, sono professionisti vincolati ad un sistema di etica molto preciso”.
Ma sono professionisti un po’ particolari perché devono essere sempre disponibili! “Fare il professore universitario è molto più impegnativo che fare l’ospedaliero. L’attività didattica è molto faticosa”. E ad essa si aggiungono la ricerca scientifica, la formazione, la divulgazione delle conoscenze mediche sul territorio, oltre ovviamente l’attività ambulatoriale e quella professionale. Deve essere un mestiere esaltante! “Chi fa il medico smette solo quando muore. E’ difficile che un medico lasci la professione. Certo, ci sarà la pensione dell’Ospedale o dell’Università ma ciò non toglie che a 72 anni potrò continuare ad esercitare”.
Per il professore “non c’è uomo più fortunato di quello che ha scelto un’attività che gli piaccia. Il lavoro occupa l’80% della giornata per cui, se hai sbagliato mestiere, hai sbagliato di brutto!”.
Piccinino ama dedicare l’altro 20% della giornata al riposo, alle chiacchiere con i familiari, a vedere un bel film, o ad andare per mare con il suo gozzo, ma considera il lavoro nella sua interezza il nerbo della vita. “Quando mi sono iscritto all’Università – racconta – ero indeciso tra tre cose: medicina, architettura e archeologia. Sono diventato un buon medico, non capisco niente di architettura e mi interesso di archeologia”. E la didattica le piace? “Moltissimo! Preparo ancora con cura le lezioni aggiornandole di anno in anno e per quanto riguarda i congressi, stendo con impegno e con estrema gioia anche la relazione per l’invito più spicciolo di ambito regionale o zonale. Non ‘arronzo’. E non lo faccio per gratificare gli altri ma per rispetto verso me stesso”.
Manuela Pitterà
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