Una lunga passeggiata dalla sede universitaria di Aversa al porto di Napoli passando per l’aeroporto di Capodichino ha visto protagonisti, l’8 e il 9 novembre, 25 studenti del Dipartimento di Ingegneria civile, design, edilizia, ambiente di Aversa. Stiamo parlando del progetto “Dalla città al mare (e viceversa) passando per il bosco” finanziato dal MIUR nell’ambito del programma “Messaggeri per la conoscenza”. I luoghi visitati durante l’escursione diventeranno i soggetti di una serie di lavori plastici e di design curati dagli studenti partecipanti sotto la guida del prof. Lucio Nardi ed esposti in una mostra il 28 novembre. Per gli artefici delle opere migliori, la possibilità di un soggiorno di due mesi totalmente spesati presso l’Università di Berlino. Positivo o negativo che sia l’esito, i partecipanti sembrano comunque voler far tesoro dell’esperienza vissuta: “è una opportunità importantissima per arricchire il proprio curriculum vitae, ma anche per accrescere il proprio bagaglio culturale di cittadini oltre che di studenti”, spiega Salvatore Natale, 23 anni, iscritto al Corso di Laurea in Design per l’innovazione. Il perché è presto detto: “una passeggiata di questo tipo ti permette di guardare a queste zone con occhi diversi, prestando particolare attenzione al degrado e all’abbandono in cui versano e riflettendo sul perché le cose non cambino. Progettare e creare partendo da queste basi potrebbe essere un passo importante per risolvere la questione”. La base per il progetto di Salvatore sarà, non a caso, un luogo molto significativo: “ho scelto come soggetto del mio plastico il porto, perché è un luogo molto simbolico. Dovrebbe rappresentare l’approdo e il biglietto da visita di una città, il primo punto d’incontro tra chi arriva e chi ospita, quindi meriterebbe una cura particolare. Il porto di Napoli vanta una storia millenaria, è un crocevia di traffici marittimi internazionali, eppure è circondato da cantieri aperti a piazza Municipio, container abbandonati ed estremo degrado. Sarebbe interessante avviare un progetto di rilancio e riqualifica di queste zone anche per una questione di immagine”. Un progetto interessante che potrebbe, nel migliore dei casi, portarlo a Berlino: “sarebbe la realizzazione di un sogno. Avrei voluto partecipare al progetto ERASMUS durante la Triennale ma non c’è stato modo e questa potrebbe essere una validissima alternativa. Mi renderebbe molto orgoglioso e, soprattutto, avrei la possibilità di un approccio di studio diverso, di misurarmi con docenti e studenti con una formazione differente dalla mia. Dulcis in fundo, stiamo parlando di una città che non ho ancora visitato ma che ha una storia e una cultura incredibile”. Non la pensa molto diversamente Roberta Andari, primo anno di Design per l’innovazione: “partecipare a quest’iniziativa rappresenta fondamentalmente una sfida. Era un progetto aperto principalmente agli ingegneri ma credevo che il punto di vista di un designer su una situazione di questo tipo potesse essere interessante e quindi mi sono lanciata a capofitto”. Come Salvatore, anche Roberta è rimasta molto colpita dall’esperienza vissuta: “siamo abituati ad attraversare la zona tra Capodichino e il porto in automobile. Invece, a piedi abbiamo avuto la possibilità di renderci conto di come questi posti siano lasciati a se stessi e usati solo per fini utilitaristici. È interessante aprire un dialogo su come possano essere valorizzati non solo per fini turistici, ma anche per le persone che in quelle zone ci abitano”. Non è solo l’escursione in sé comunque ad averla impressionata: “stiamo facendo una full immersion di workshop e lezioni dalle 9 di mattina alle 6 di pomeriggio. Avere la possibilità di lezioni integrate tra designer e ingegneri permette di farsi un’idea globale sul progetto, raccogliendo punti di vista diversi. Farò tesoro di tutto il percorso svolto prima di arrivare al progetto finale”. E il suo progetto sembra essere sui generis: “sto lavorando ad un’installazione audio-visiva e curiosamente ho scelto il mio soggetto nel punto di partenza della passeggiata, vale a dire l’università. Si tratta di una rampa di scale che appartenevano alla vecchia struttura e che intendo valorizzare e rilanciare anche come metafora di un percorso di vita, come scale che portino a qualcosa”. L’obiettivo principale rimane chiaramente Berlino: “sarebbe un sogno vedere come funzionano le cose in una delle nazioni economicamente più avanzate d’Europa. Anche da un punto di vista strettamente progettuale, ci sono molte più alternative e possibilità rispetto all’Italia, dove ormai è quasi tutto chiuso, senza sbocco”. Non resta che aspettare il 28 novembre. Tra qualche mese sotto la porta di Brandeburgo potrebbe esserci uno di loro.
Anna Verrillo
Anna Verrillo







