“Lei ha una qualche ambizione? E allora vada via. Lasci l’Italia finché è in tempo. Qui rimane tutto uguale, immobile, in mano ai dinosauri”, così recitava il professore di Medicina in una famosa scena del film ‘La meglio gioventù’. La storia è ambientata nel 1966. Niente sembra essere cambiato se, a distanza di quasi 50 anni, fanno scalpore i dati rilasciati dal Miur, ricavati dalla banca dati docenti 2014, dai quali emerge una classe docente sempre più anziana. Su 13.263 docenti ordinari, solo 6 hanno meno di 40, e il trend dell’innalzamento dell’età media sembra inarrestabile ormai da 25 anni a questa parte toccando ormai quota 59 anni sempre per gli ordinari.
Ma chi sono queste sei eccezioni e sono poi davvero delle eccezioni? Palermo, Sassari, Messina, Bologna e Napoli sono le Università che ospitano questi giovanissimi docenti. Proprio la nostra città si può vantare di accoglierne due: sono i professori Iunio Iervolino, docente al Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura della Federico II, e Giovanni Perlingieri del Dipartimento di Studi Politici della Seconda Università.
Turn over bloccati e criteri di valutazione non sempre adeguati sono le sfide da vincere, anche se i due docenti dipingono un quadro, sì difficile, ma non così nero.
Ma chi sono queste sei eccezioni e sono poi davvero delle eccezioni? Palermo, Sassari, Messina, Bologna e Napoli sono le Università che ospitano questi giovanissimi docenti. Proprio la nostra città si può vantare di accoglierne due: sono i professori Iunio Iervolino, docente al Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura della Federico II, e Giovanni Perlingieri del Dipartimento di Studi Politici della Seconda Università.
Turn over bloccati e criteri di valutazione non sempre adeguati sono le sfide da vincere, anche se i due docenti dipingono un quadro, sì difficile, ma non così nero.
Un po’ di fortuna,sacrifici e merito
“Sicuramente un ruolo lo gioca la fortuna – precisa il prof. Iervolino, 39 anni, docente di Tecnica delle Costruzioni dal 2013 – unitamente ad un grande spirito di sacrificio”. Laureato nel 2000, a soli 23 anni, Iervolino ha trovato subito collocazione presso una società di consulenza che ha deciso di lasciare per tentare una strada più rischiosa, ma più appassionante, attraverso il dottorato in Rischio Sismico. “Ho voluto cogliere questa opportunità: anche se era al momento meno sicura, mi dava un altro tipo di gratificazione. Io sono una persona molto competitiva e ho messo tutto il mio impegno per ottenere il massimo dei risultati. Posso dire che mi è andata bene, e per questo devo riconoscere che mi ha aiutato trovarmi in un Dipartimento e in una Facoltà dove c’erano persone come il prof. Edoardo Cosenza e il prof. Gaetano Manfredi che hanno attuato politiche importanti per l’inserimento dei giovani. Gli investimenti sui giovani e su competenze diverse, portati avanti anche dall’attuale governance d’Ateneo guidata dal prof. Manfredi, hanno dato i loro frutti. Si può dire che con me il ‘sistema’ ha funzionato. Ma non sono l’unico. Nel mio Dipartimento ci sono tanti giovani, ricercatori ma anche associati o ordinari, che magari superano di poco la quarantina. Proprio in queste settimane ospitiamo dei giovani docenti associati iraniani. Lo stesso fatto che il Rettore abbia 52 anni testimonia che ha percorso una carriera veloce e che, tutto sommato, siamo un’Università giovane”.
Anche il prof. Perlingieri, docente di Diritto Privato, chiamato alla Sun dal 2005 come straordinario e poi come ordinario, sottolinea: “se si ha il merito, si riesce ad emergere, soprattutto se questo è accompagnato da un po’ di fortuna. Quello che posso dire di me è che ho sempre lavorato con impegno e scritto molto”.
‘Figlio d’arte’ (Pietro Perlingieri è insigne giurista italiano e il nonno Giovanni deputato e membro della Costituente), il giovane docente ha però iniziato la sua carriera a Salerno come ricercatore, e poi a Cagliari e a Padova dove nel 2004 ha vinto il concorso come ordinario. “Alla Sun ci sono tanti giovani bravi, colleghi con più o meno la mia età, e recentemente ci sono state altre chiamate, nonostante le difficoltà. La realtà universitaria italiana non è proprio come emerge in queste settimane dai titoli dei giornali, perché si stanno attuando tante politiche per l’inserimento dei giovani. Certo, io devo confessare che quando mi trovo davanti a dei bravi studenti cerco sempre di farli appassionare anche ad altre strade, alla professione privata, perché le difficoltà ci sono, le certezze sono poche e non si può puntare in una sola direzione”.
Anche il prof. Perlingieri, docente di Diritto Privato, chiamato alla Sun dal 2005 come straordinario e poi come ordinario, sottolinea: “se si ha il merito, si riesce ad emergere, soprattutto se questo è accompagnato da un po’ di fortuna. Quello che posso dire di me è che ho sempre lavorato con impegno e scritto molto”.
‘Figlio d’arte’ (Pietro Perlingieri è insigne giurista italiano e il nonno Giovanni deputato e membro della Costituente), il giovane docente ha però iniziato la sua carriera a Salerno come ricercatore, e poi a Cagliari e a Padova dove nel 2004 ha vinto il concorso come ordinario. “Alla Sun ci sono tanti giovani bravi, colleghi con più o meno la mia età, e recentemente ci sono state altre chiamate, nonostante le difficoltà. La realtà universitaria italiana non è proprio come emerge in queste settimane dai titoli dei giornali, perché si stanno attuando tante politiche per l’inserimento dei giovani. Certo, io devo confessare che quando mi trovo davanti a dei bravi studenti cerco sempre di farli appassionare anche ad altre strade, alla professione privata, perché le difficoltà ci sono, le certezze sono poche e non si può puntare in una sola direzione”.
Metodi di valutazione e risorse
Se chi ha valore e merito riesce a trovare un posticino dove inserirsi e far emergere le proprie capacità, è anche vero, però, che i tagli ai finanziamenti, i pochi punti organici e le difficoltà ad accedere ai fondi di bandi europei restringono sempre di più la cinghia, e molto spesso ci sono cattedre che dopo i pensionamenti restano scoperte.
“Molti giovani fanno ricerca, viaggiano, completano la loro formazione all’estero, ma per farli tornare è importante aumentare i fondi – centra il punto Iervolino – È vero che i Dipartimenti molto spesso hanno difficoltà a coprire le cattedre e molti giovani ricercatori trovano occupazione fuori, ma una piccola inversione di tendenza forse c’è se alcuni dopo il dottorato rientrano in sede portando con sé anche conoscenze nuove”.
“Prima, quando un docente andava in pensione, si faceva il concorso e si copriva l’insegnamento”, racconta Perlingieri, puntando l’indice verso i nuovi metodi di valutazione che hanno come unico risultato quello di intasare le graduatorie. “Quando ho sostenuto il concorso per associato c’era la valutazione dei titoli, la prova orale, che consisteva in una lezione vera e propria, e la discussione dei titoli. Oggi per l’abilitazione nazionale viene considerata solo la valutazione dei titoli, senza andare nel merito della qualità del materiale. Questo crea due ordini di problemi. Gli attuali coefficienti di valutazione creano delle distorsioni, perché non si può considerare solo il numero di pubblicazioni: si può scrivere poco ma su argomenti rilevanti o molto e male. Inoltre, si generano aspettative che non vengono soddisfatte: ci sono tanti giovani idonei, di Diritto Privato ce n’è un numero abnorme, ma che possono anche non venire mai chiamati se le università non hanno i soldi”.
Il problema risorse è sempre la chiave di tutto. “Le Università del Sud sono ancora più penalizzate – aggiunge Perlingieri – perché le risorse sono minori. Anche qui le valutazioni per le assegnazioni sono eseguite con criteri non corretti. Ogni volta che leggo una classifica mi rendo conto che vengono considerati criteri iniqui, come ad esempio il rapporto tra iscritti e numero di laureati. I criteri, quindi, devono essere oggettivi. Però attenzione, perché non possono essere considerati solo i numeri senza un’analisi reale della situazione”.
“Molti giovani fanno ricerca, viaggiano, completano la loro formazione all’estero, ma per farli tornare è importante aumentare i fondi – centra il punto Iervolino – È vero che i Dipartimenti molto spesso hanno difficoltà a coprire le cattedre e molti giovani ricercatori trovano occupazione fuori, ma una piccola inversione di tendenza forse c’è se alcuni dopo il dottorato rientrano in sede portando con sé anche conoscenze nuove”.
“Prima, quando un docente andava in pensione, si faceva il concorso e si copriva l’insegnamento”, racconta Perlingieri, puntando l’indice verso i nuovi metodi di valutazione che hanno come unico risultato quello di intasare le graduatorie. “Quando ho sostenuto il concorso per associato c’era la valutazione dei titoli, la prova orale, che consisteva in una lezione vera e propria, e la discussione dei titoli. Oggi per l’abilitazione nazionale viene considerata solo la valutazione dei titoli, senza andare nel merito della qualità del materiale. Questo crea due ordini di problemi. Gli attuali coefficienti di valutazione creano delle distorsioni, perché non si può considerare solo il numero di pubblicazioni: si può scrivere poco ma su argomenti rilevanti o molto e male. Inoltre, si generano aspettative che non vengono soddisfatte: ci sono tanti giovani idonei, di Diritto Privato ce n’è un numero abnorme, ma che possono anche non venire mai chiamati se le università non hanno i soldi”.
Il problema risorse è sempre la chiave di tutto. “Le Università del Sud sono ancora più penalizzate – aggiunge Perlingieri – perché le risorse sono minori. Anche qui le valutazioni per le assegnazioni sono eseguite con criteri non corretti. Ogni volta che leggo una classifica mi rendo conto che vengono considerati criteri iniqui, come ad esempio il rapporto tra iscritti e numero di laureati. I criteri, quindi, devono essere oggettivi. Però attenzione, perché non possono essere considerati solo i numeri senza un’analisi reale della situazione”.
Studenti più anziani del docente
Non estremizzare troppo la ‘questione età’ è un altro suggerimento di Perlingieri, il quale afferma: “La questione va relativizzata. Agli studenti non interessa l’età, ma il merito dei docenti. Quello del docente universitario è un lavoro che si può fare anche a 70 anni, anzi ci sono molti professori in pensione che danno enormi contributi alla ricerca. L’esperienza è forse un elemento a favore. Mi ricordo che nei primi anni di docenza, a Salerno, avevo delle difficoltà a rapportarmi con i miei studenti, perché a primo acchito avevano problemi a riconoscere il mio ruolo, poi col tempo mi hanno saputo accettare”.
Analoga situazione per Iervolino, il quale, ad inizio carriera, ha vissuto una situazione paradossale: gli studenti, in alcuni casi, erano più anziani del docente. “È così: ho iniziato a fare lezione a ragazzi più grandi di me, ma devo dire che gli studenti napoletani sono sempre stati rispettosi dei ruoli. Un caso a parte è quello dei dottorandi con i quali, essendo coetanei, riesco a lavorare meglio perché abbiamo punti di riferimento comuni e abbiamo un rapporto informale e stimolante”.
Se in questi casi la passione ha pagato, attenzione però a non decidere con troppa leggerezza di avviarsi alla carriera accademica perché, come sottolinea Perlingieri: “i docenti universitari italiani sono i meno pagati d’Europa. È una carriera lunga e difficile e non sempre ne vale la pena dal punto di vista economico”.
Analoga situazione per Iervolino, il quale, ad inizio carriera, ha vissuto una situazione paradossale: gli studenti, in alcuni casi, erano più anziani del docente. “È così: ho iniziato a fare lezione a ragazzi più grandi di me, ma devo dire che gli studenti napoletani sono sempre stati rispettosi dei ruoli. Un caso a parte è quello dei dottorandi con i quali, essendo coetanei, riesco a lavorare meglio perché abbiamo punti di riferimento comuni e abbiamo un rapporto informale e stimolante”.
Se in questi casi la passione ha pagato, attenzione però a non decidere con troppa leggerezza di avviarsi alla carriera accademica perché, come sottolinea Perlingieri: “i docenti universitari italiani sono i meno pagati d’Europa. È una carriera lunga e difficile e non sempre ne vale la pena dal punto di vista economico”.
Valentina Orellana







