L’Orientale “rischia di morire”

“I primi segnali di questa crisi si sono avuti già una quindicina d’anni fa, ma è negli ultimi dieci anni che hanno subito un’accelerata. Il cambio di denominazione da ‘Istituto Universitario Orientale’ ad ‘Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’’, ne è un chiaro esempio”. La denuncia arriva dal prof. Giovanni D’Erme il quale, prossimo al pensionamento dopo una lunga carriera come docente di Lingua e Letteratura Persiana durante la quale ha ricoperto incarichi di governo nell’Ateneo –è stato Preside della Facoltà di Lettere-, avvia una riflessione sulle condizioni in cui versa l’ex Collegio dei Cinesi. Le radici di una profonda snaturalizzazione di questa antica università, il più antico e importante centro di studi orientalistici e africanistici d’Europa, sono da ricercare in un più generale andamento della società contemporanea che tende ad appiattire le diversità in nome di una globalizzazione dagli effetti non sempre positivi. “Nel mondo contemporaneo si tende al piatto, all’omogenizzazione delle culture. Se si parla di differenze, si rischia di essere tacciati di razzismo, ma l’eterogeneità è un pregio dell’umanità stessa, è la varietà che ci ha spinti in avanti. Il mondo occidentale tende, invece, ad uniformarsi ed uno dei frutti di questa tendenza è lo sfascio dell’Università in Italia in nome di un presunto standard europeo. Il contatto tra le culture è un bene quando questo diventa un letto comune di confronto e di scambio, ma ciò non deve mai avvenire a spese della propria individualità perché altrimenti si rientra nel regno dell’indistinto e del confuso”, afferma il prof. D’Erme.
L’impoverimento 
del settore
orientalistico
L’analisi del professore posiziona la politica di impoverimento del settore orientalistico, in particolare presso la Facoltà di Lettere, in un quadro più ampio di omologazione fra i vari sistemi universitari europei e per questo diventa ancora più allarmante e difficile da fermare. “Adeguarsi all’Europa non significa altro che adeguarsi al sistema anglosassone: un modo più leggero e differente di studiare che può andar bene in Inghilterra dove c’è un sistema metodologico e culturale diverso dal nostro. Gli studenti universitari italiani fino ad ora avevano sempre fatto bella figura quando erano andati all’estero. Oggi non più”. Importare l’università anglosassone in Italia diventa un’impresa controproducente, allora, se non si tiene conto del sostrato culturale in cui siamo cresciuti e di cui siamo imbevuti. “Se si vive in un Paese dove c’è Pompei o Roma non si può studiare allo stesso modo di chi vive nei fiordi norvegesi, perché ci sono esperienze, anche di vita quotidiana o di cultura, che hanno una rilevanza diversa”.
Fare delle proprie diversità la propria forza allora sembra essere un punto importante in questo ragionamento, e ricorda in particolare il professore che “tanto la dirigenza dell’Ateneo quanto il Ministero a Roma non hanno saputo cogliere le forti opportunità che la presenza a Napoli di un’Istituzione come l’Orientale, offriva al Paese e alla città: in un clima di forte incremento degli scambi con mondi che fino ad adesso erano rimasti abbastanza separati e che oggi ci sono piombati addosso, come l’Asia in tutte le sue sfaccettature e i migranti d’Africa, l’Orientale poteva avere una forte importanza strategica e non solo per Napoli, perché qui c’è la più grande concentrazione di materie orientalistiche e africanistiche d’Italia”.
Le responsabilità sono da rintracciare, però, sottolinea il docente, anche in una errata politica di riforme che dal lontano ‘68 ha investito le scuole superiori. “La crisi dell’Orientale è anche da ricondurre ad una più generale crisi del sistema di educazione e nasce in particolare nella scuola secondaria dove non si riesce più ad impartire una formazione forte: in questi anni si è abbassato il livello di istruzione degli studenti”. E volendo usare una metafora è come se “davanti ad  un infermo che non riesce a salire le scale, invece di curarlo, si abbassano gli scalini”. Il professore contesta anche l’apertura indistinta di tutte le Facoltà a studenti di qualunque provenienza. “Questa è un’altra solenne sciocchezza- afferma – perché non è possibile ammettere chiunque a qualunque Facoltà. Ogni scuola superiore prepara per un tipo specifico di studi universitari. I ragazzi a quattordici anni devono scegliere: se non si fanno scelte non si matura e anche se queste comportano un rischio non si possono ignorare o rimandare perché prima o poi arriverà il momento di compierle. Bisogna studiare bene fin dalle superiori. Avendo io “fatto il ’68” debbo riconoscere che anche quel movimento va considerato in parte responsabile di tutta questa situazione”.
Rumeno, tamil, 
urdu: insegnamenti 
 scomparsi
L’omologazione della cultura negli accessi universitari ha, in realtà, portato spesso a dover offrire nei primi anni accademici quelle conoscenze che dovevano già  far parte del bagaglio culturale dello studente costringendo così l’università a un ruolo suppletivo dell’istruzione secondaria. Significa forse ciò che si debba per forza avere come modello solo quello dell’università generalista? “Evidentemente no, ma purtroppo è questo che sembra essere avvenuto nel nostro Ateneo. I dati parlano chiaro. E’ da ricordare che proprio in questi anni lingue come il rumeno, il tamil e l’urdu sono scomparse all’Orientale, proprio quando le comunità rumene e del subcontinente indiano si sono affermate tra le più forti nel nostro Paese”. 
La soppressione di questi insegnamenti rientra, secondo l’analisi statistica del prof. D’Erme, in un più generale impoverimento della Facoltà di Lettere. “Presso la Facoltà di Lettere ci sono 75 settori scientifico-disciplinari diversi – dimostra il docente con dati del ministero- contro i 30 di Lingue, i 34 di Scienze Politiche ed i 21 di Studi Arabo Islamici”.
Più studenti,
meno docenti
Dal 1998 al 2006 su un incremento generale nell’organico -da 288 a 297 unità- nel periodo considerato, Lettere ha perso docenti (da 152 a 136 unità) al contrario delle altre Facoltà (Lingue passa da 72 ad 80 docenti,  Scienze Politiche da 52 a 60, Studi Arabo Islamici da 12 a 21). Se si analizzano, invece, i dati relativi alle immatricolazioni nello stesso periodo, si nota come la Facoltà di Lingue si sia mantenuta stabile (da 852 a 893 iscritti al primo anno), Scienze Politiche sia diminuita di circa il 50% (da 721 a 374 iscritti al primo anno). Caso a sé Studi Arabo Islamici che ha numeri crescenti ma ancora statisticamente non significativi. Lettere dopo un calo avvenuto fra il 1998 ed il 2003, con l’attivazione di nuovi Corsi di laurea, ha subito un’impennata passando da 482 immatricolati del 1998 agli 848 del 2006. A questo punto sembra evidente che gli studenti che si iscrivono all’Orientale sono indirizzati verso quelle Facoltà e quei Corsi di laurea che non trovano in altre università, deduce D’Erme.
Le spese generali per il personale dell’Ateneo sono aumentate (“- questa è l’Università più indebitata d’Italia”-), ma “sono state dirottate verso determinati ambiti impoverendone altri. Il problema è che in questo modo si è andata ad intaccare la natura stessa dell’Orientale, che vive ed attira studenti da tutto il Paese, per la sua importanza negli studi orientalistici e africanistici. Se questa caratteristica si perde, favorendo invece discipline presenti già in altri atenei partenopei, allora rischiamo di morire. Il più antico centro di orientalistica d’Europa rischia di essere azzerato perché c’è una politica di sviluppo che tenta di fare dell’Orientale un ateneo ‘normale’ per saldarlo a politiche regionali e municipali”.
L’appello che D’Erme lancia allora è rivolto in particolare ai suoi colleghi: “bisogna convincersi della situazione critica in cui vive la nostra istituzione e del fatto che si sta per perdere un patrimonio di studi che in un’altra nazione sarebbe tenuto come un tesoro. Voglio ricordare, inoltre, che agli insegnamenti che sono già stati chiusi si aggiungeranno presto quelli dei docenti che stanno per andare in pensione e che non saranno sostituiti. Una cosa va notata e sottolineata: la Facoltà di Lettere, avendo beneficiato di minori ricambi e annoverando i docenti più anziani, sarà chiamata ancora una volta a pagare il conto del riequilibrio che ci sarà imposto dal Ministero”.
Valentina Orellana
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