Arresto cardiaco, insufficienza respiratoria, shock settico, trauma cranico: oltre trenta scenari di emergenza affrontati come se davanti ci fosse stato un vero paziente. Simulazioni di casi reali per consolidare le tecniche dell’urgenza pediatrica: è la sfida dei Pediatric Simulation Games (Pals), competizione internazionale dedicata alla formazione sul campo.
Quella che si è tenuta a Latina dal 2 al 5 settembre è stata l’ottava edizione. Quaranta le squadre in gara, tutte composte da specializzandi provenienti da atenei italiani ed europei. Tra queste anche due formazioni campane: il team Power-NAP della Federico II ha raggiunto le semifinali e concluso la competizione al quarto posto; mentre SHOCKE – You can’t shock with us della Vanvitelli ha ottenuto il premio per la migliore gestione delle vie aeree.
Un’esperienza che ha richiesto mano ferma, gioco di squadra, divisione dei compiti, gestione dell’ansia, prontezza e trasmissione di conoscenze. Per esempio, Alessio Ciaccio, specializzando del quinto anno a capo della squadra federiciana, ha raccontato ad Ateneapoli proprio come si è sviluppata la leadership e come è cresciuto in fretta il team (costituito da otto membri più due coach) andando oltre le aspettative. “Nessuno di noi pensava potessimo arrivare così avanti, il livello della competizione è davvero alto e sta crescendo sempre di più (Ciaccio ha partecipato anche lo scorso anno, seppur in un ruolo diverso, ndr).
Il momento in cui abbiamo capito di avere tutte le carte in regola è stato quando la giuria ci ha promosso alle fasi finali, ma soprattutto quando ci siamo trovati di fronte a una emergenza in particolare”. Racconta quale: “abbiamo dovuto gestire una chetoacidosi diabetica, e ci siamo riusciti da vera squadra, senza innamorarci della diagnosi. Siamo stati molti affiatati”. E non era scontato considerando i diversi livelli di competenza dei vari componenti: due del quinto anno di specializzazione – proprio Alessio, l’altro è Fabio Centanni – tutti gli altri del secondo. La differenza è diventata un punto di forza: “l’inizio non è stato semplice, noi due più grandi abbiamo provato a trasmettere più conoscenze possibili agli altri, cercando di farli appassionare.
Successivamente loro si sono fidati tanto di me, come team leader, e io ho fatto altrettanto. Questo è stato il vero punto di forza”. Infine sul ruolo della simulazione nella formazione: “sta diventando sempre più centrale nell’emergenza pediatrica, si impara come muoversi, a prendere in mano la situazione senza imporsi sugli altri. Dà tanta sicurezza in più”. Fabio Centanni, l’altro veterano che vanta una precedente partecipazione, avvenuta due anni fa, ha spiegato come la squadra ha affrontato l’imprevisto e le difficoltà: “c’è stato un caso molto complicato che ci ha creato problemi: un lattante con trauma e un’emorragia addominale.
Si è creata una cattiva comunicazione ed è mancata lucidità, fatto che ci ha mandato un po’ in crisi. Dopo ci siamo messi tutti in discussione e siamo riusciti a trarne il meglio, compattandoci e affiatandoci di più”. Fabio sottolinea l’importanza, per un medico, di vivere simili competizioni: “personalmente, credo che farò il pediatra di famiglia, dunque sarò abbastanza lontano dalle emergenze; tuttavia, non si può mai sapere nella vita. Dopo essere stato ai Pediatric Games due anni fa, da allora mi sono capitate quattro, cinque situazioni in cui mi sono detto: menomale che ho partecipato.
Trasmette la mentalità dell’urgenza, facendo agire in base alle priorità e senza andare in panico, che ci si trovi in strada, a casa, in ospedale o in studio”. Per Francesca Scopano, del secondo anno, la partecipazione ai Pals ha significato anche scendere ‘sul campo’ per la prima volta: “non avendo mai avuto esperienze dirette nelle emergenze – non sono stata ancora nel pronto soccorso del Santobono – c’è stata una difficoltà nell’immaginare”. E spiega: “se si parla di bambini in codice rosso, non avendo ancora vissuto situazioni di questo tipo, dovevo sforzarmi di immaginare cosa significasse nel caso specifico.
Ma i più grandi ci sono stati di grande supporto. E aggiungo poi che alcuni colleghi, appena tornati alla Federico II, si sono trovati di fronte a un caso di urgenza nei reparti e si sono dimostrati molto più pronti e preparati rispetto ad altri”. Il bilancio quindi è positivo: “il bello della simulazione è che consente di immedesimarsi.
E poi credo davvero di aver imparato da tutti gli scenari affrontati, più dagli errori commessi che dalle cose svolte in modo corretto. La competizione ti trasmette la forma mentis per approcciare un bambino che sta male”. Anche Alessandro Fioretto conferma il resoconto della collega a proposito del passaggio dalla teoria alla pratica e dell’apprendimento dall’errore, aggiungendo dettagli su come si è preparata la squadra: “Abbiamo iniziato ad allenarci otto-nove mesi prima, data anche l’eterogeneità del gruppo. Pian piano, combinando studio personale e le simulazioni, abbiamo acquisito la consapevolezza di dover lavorare in team”. Facendo l’ipotesi di trovarsi adesso in una situazione di emergenza: “c’è sempre una distanza tra reale pratica clinica e simulazioni, ma mi sento più tranquillo nella capacità di inquadramento e nell’approccio”.
Percorso diverso, ma stessa intensità, per il team SHOCKE della Vanvitelli, composto da otto specializzande del terzo, quarto e quinto anno. Anche per loro, la gara di Latina è stata un’occasione per mettere alla prova preparazione, coordinamento e capacità di intervenire sotto pressione. “Per il premio i casi che ci sono stati sottoposti si sono prestati a far emergere una buona gestione delle vie aeree – ha detto Federica Di Gennaro, caposquadra al quinto anno – l’ordine con cui ci siamo organizzate ha fatto probabilmente la differenza e ha determinato un buona performance”.
Tanto l’allenamento nei mesi precedenti: “ci siamo viste almeno una volta a settimana e abbiamo avuto modo di amalgamarci bene, mentre durante la competizione è stato più difficile gestire l’ansia, la pressione e gli eventuali errori, ma ho sempre provato a trasmettere l’idea che in un team non è mai una sola persona a sbagliare. Si procede tutte assieme”. Francesca Romano, al terzo anno, racconta il miglioramento personale che crede di aver raggiunto: “nella capacità tecnica, moltissimo. Tutta la preparazione con questi simulatori ci ha dato tanta manualità. Ricordando bene i dosaggi, io mi sono occupata della parte dei farmaci e sento di aver fatto un bel po’ di progressi, anche se mancavo nelle mansioni infermieristiche. Gli allenatori mi hanno aiutato tanto”.
Chiude Federica Beneduce, anche lei del terzo anno, che riassume il valore dell’esperienza vissuta: “mi ha formato parecchio, permettendomi di raggiungere un livello più alto”. Un momento che ricorda in particolare: “ci ha fatto molto piacere il riconoscimento ottenuto da uno dei giudici alla fine di uno scenario sull’arresto cardiaco, che ha dato merito alla nostra prontezza. Ci ha inorgoglito”.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.15 – 2026 – Pagina 10








