“Nel 2011 le Università rischiano il collasso”

‘110 e lode: alziamo la media dell’Università’ è l’iniziativa di cui è protagonista Pierluigi Bersani, segretario nazionale del Pd, che ha cominciato da Napoli il suo viaggio per l’Italia allo scopo di ascoltare la situazione negli Atenei, presentare le proposte del Pd e far comprendere che Università e Ricerca devono essere al primo posto nel sistema economico del nostro Paese. L’incontro, svoltosi presso la Stazione marittima lo scorso 10 maggio, ha visto la presenza di Rettori (i professori Lida Viganoni per L’Orientale, Francesco Rossi per la Sun, Raimondo Pasquino per Salerno e Filippo Bencardino per l’Università del Sannio), docenti, ricercatori, rappresentanze degli studenti. Molto discussa l’assenza del Rettore dell’Università Federico II, Guido Trombetti, ufficialmente impegnato al Politecnico di Torino. A metà della conferenza, è arrivato anche il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. La discussione, coordinata dalla senatrice Teresa Armato, dal deputato Eugenio Mazzarella (docente di Lettere al Federico II) e da Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della Segreteria nazionale, è stata articolata in tre sessioni e, per lo più, focalizzata sul disegno di legge Gelmini e sulle conseguenze che produrrà sulle Università campane. Si è partiti cercando di fare una radiografia della realtà accademica di Napoli e della Campania. Ci è riuscito bene il prof. Tullio Jappelli, docente di Macroeconomia del Federico II, che ha messo a confronto vari modelli europei. “L’investimento in istruzione favorisce la crescita della produttività – afferma Jappelli – in quanto quest’ultima è stimolata sia da processi di imitazione che da innovazioni tecnologiche. E sono la formazione e la ricerca a favorire le innovazioni di frontiera…”. L’istruzione spiega parte delle differenze del reddito pro-capite  e  contribuisce alla crescita economica, ma in Italia la situazione si è acuita a causa di altre problematiche. “Si registra una scarsa percentuale di iscritti e laureati, il tasso di successo degli studenti è legato fortemente alle condizioni economico-sociali delle famiglie da cui provengono, la durata degli studi è eccessiva”. Le criticità si possono schematizzare in tre punti: “E’ necessario garantire migliori opportunità di studio ai  meritevoli, portare il livello di istruzione ai valori europei, investire in ricerca e formazione avanzata”. E’ lo stesso Jappelli a far capire che si tratta di problemi comuni anche ad altri paesi europei, quali il Regno Unito, la Francia, la Germania. “Paesi che, però, hanno affrontato questi problemi, seppur con metodi diversi, ma con un obiettivo comune: soddisfare sia la  domanda di formazione di base sia la ricerca di punta, differenziando le istituzioni universitarie”. E l’Italia? “La riforma Gelmini continua a trattare il sistema universitario come un sistema unico: riduce il grado di autonomia ma non rafforza la concorrenza tra gli Atenei, si limita a ridurre la spesa col risultato che ci sarà una diminuzione di iscritti e un maggiore incentivo a frequentare le Università private”. Per non perdere definitivamente la corsa, “dobbiamo – ha concluso Jappelli – avvicinarci ai modelli europei (3+2+dottorato); differenziare incentivi, stipendi, carriere, e stabilire, attraverso un sistema chiuso, chi può offrire dottorati”. Risposte urgenti è ciò che reclama la prof.ssa Viganoni, Rettore dell’Università L’Orientale. “Il nostro sistema regionale ospita 49 Facoltà – ha affermato la Viganoni – che, a partire dal 2001 e fino al 2009, hanno fatto registrare una crescita di organico: i ricercatori sono aumentati in una percentuale pari al 35%, mentre gli ordinari del 10%. Ciò significa che il sistema ha fatto spazio ai giovani, i quali, senza dubbio, si sono formati bene ma, dopo, in gran parte, hanno scelto di andare fuori regione o all’estero. Allora, il problema fondamentale non sta nel sistema universitario, ma nell’economia che non fa la sua parte! Dal suo canto, il sistema accademico risulta molto stressato: negli ultimi dieci anni si sono succedute tante riforme a costo zero. E nel 2011 saremo al collasso!”. La parola, poi, al prof. Nicola Mazzocca, ex assessore all’Università, alla Ricerca scientifica e all’Innovazione tecnologica della Regione Campania e docente presso la Facoltà di Ingegneria della Federico II. “La nostra sfida deve essere quella di integrare il mondo dei saperi con la realtà economica – ha detto Mazzocca, il quale ha lanciato un’idea – si potrebbe creare un centro di sviluppo dell’imprenditoria giovanile proprio all’interno dell’Università. Non mi riferisco solo alle Facoltà scientifiche, ma anche a quelle umanistiche… Solo se leghiamo la ricerca alle attività produttive, queste ultime potranno andare verso lo sviluppo”. L’intervento di Luigi Nicolais, attuale deputato del Pd, è basato sulla necessità di una nuova governance per l’Università e sull’importanza di una cultura della valutazione. “L’Università ha bisogno di una riforma della governance, ma, allo stesso tempo, occorrono regole chiare che permettano a tutti di essere valutati – sono le parole di Nicolais – in Italia, manca una cultura della valutazione che, invece, dovrebbe rappresentare un punto focale… Oggi, una politica industriale deve essere basata sulla conoscenza altrimenti non saremo mai in grado di districarci e competere in un mercato aggressivo quale quello attuale”. Allarme risorse economiche segnalato anche da Nicolais. “Se non ci sarà un cambiamento nel piano finanziario del nostro Paese, la metà delle Università chiuderà e non mi riferisco solo a quelle del Sud! Tante, come La Sapienza, hanno risorse per pagare gli stipendi solo fino a giugno…”. Il prof. Pasquale Ciriello, ex Rettore de L’Orientale, ha usato parole più dure. “Il disegno di legge della Gelmini è la prima vera riforma fortemente regressiva attuata da questo governo. Se non ci sarà alcuna reazione, subiremo un gran calo di studenti di qui al 2013”. Tante le riforme che hanno interessato l’Università nell’ultimo decennio. Troppe. “Quante volte si è deciso di  emanare leggi e noi ne abbiamo subito le conseguenze?- ha chiesto a Bersani il prof. Raimondo Pasquino, Rettore dell’Università di Salerno – E’ vero: i fondi non ci sono, ma, personalmente, penso che, quando si parla di Università, si debbano includere nel discorso anche la scuola e il mondo del lavoro, in modo da studiare tutto nel complesso, perché si tratta di tre settori che dovrebbero essere molto legati tra loro”. La parola è, poi, passata alla prof.ssa Emma Giammattei, Preside della Facoltà di Lettere del Suor Orsola Benincasa. “Personalmente, mi preoccupa molto la fuga degli studenti: in media solo il 2% dei fuori-sede preferisce le Università campane, mentre un 20% di campani decide di studiare fuori, scegliendo Facoltà di altre regioni d’Italia, dove, probabilmente, troverà anche più sbocchi occupazionali. Dunque, se le risorse mancano – e stanno diminuendo dal 2005 -, risorse che spesso abbiamo sperperato, dobbiamo, ora, discutere sul disegno di legge Gelmini ma, nello specifico, sulla valutazione. Dobbiamo passare dalla valutazione alla differenziazione”. Spazio anche ai ricercatori, quarantenni, che hanno chiarito i motivi delle loro proteste e dell’astensione dallo svolgimento dei corsi di insegnamento. “Nel passato, per far fronte alla mancanza di professori – ha spiegato Mario Varcamonti, ricercatore presso la Facoltà di Scienze del Federico II – i ricercatori sono diventati professori aggregati a costo zero. Oggi, non è più possibile. Per gli anni a venire, dal 2009 al 2012, è prevista una drastica riduzione del personale e per noi ricercatori diventerà drammatico il discorso relativo ad un’eventuale progressione di carriera…”. L’esperienza di Vincenza Esposito, del coordinamento dei ricercatori: “Dopo dieci anni di precariato e docenze varie – ha spiegato – adesso, se messa in una graduatoria, rischio di sparire. Vorrei capire perché i ricercatori non sono considerati un motore di sviluppo locale…”. Due le testimonianze a rappresentanza del corpo studenti: Vincenzo Sansone e Alberto Corona. “Il Governo investe solo lo 0,8% del Pil per l’Università – ha affermato Sansone, rappresentante dell’Università di Salerno – Lo studente non viene visto come una risorsa, piuttosto come un cliente… Ma se il futuro sono i giovani, iniziamo a investire da qui, dalla Campania, la regione più giovane d’Italia!”. Provocatorio l’intervento di Corona, dell’U.D.U., l’Unione degli Universitari: “Prima di qualsiasi discorso, – ha detto Corona – il segretario Bersani dovrebbe chiedere scusa per le riforme che hanno riguardato l’Università in questi anni, figlie anche del governo di centro-sinistra. Oggi, a mio avviso, bisogna voltare pagina e farlo in maniera drastica perché, per quindici anni, la Campania è stata la regione che ha investito meno nel diritto allo studio… A questo punto, ci preme capire se la formazione è al centro della politica del Pd”. In conclusione l’atteso intervento di Bersani. “Negli ultimi tre anni, ci sono stati 10 milioni di tagli tra scuola e Università. Con il disegno di legge Gelmini, è chiaro che ci saranno ulteriori tagli, ma non ne abbiamo capito l’entità… E’ certo, anche, che bisogna porre un minimo di rimedio alla situazione universitaria e, a mio avviso, occorre un pacchetto di riforme”. Dunque, non una sola riforma. “Perché è importante mantenere un filo logico. Il pacchetto include anche una riforma fiscale, in quanto tutto prevede un costo”. Un riferimento all’iniziativa: “Siamo partiti da Napoli perché dobbiamo dare un segnale della volontà di riscossa. Non possiamo parlare di Nord dal Sud, io preferirei parlare di Italia dal Sud. Dobbiamo fare del Mezzogiorno il luogo di proposte riformatrici che possano non dispiacere al Nord”. In conclusione, Bersani ha spiegato che il confronto con il governo sulla riforma dell’Università sarà possibile, ma solo a patto che l’esecutivo faccia un passo indietro sui tagli previsti per l’anno in corso. Dopo Napoli, il viaggio del Pd prosegue fino ad agosto, con tappe in altre dodici città.
Maddalena Esposito
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