Di Salvo volontario in Benin

Il prof. Enrico Di Salvo, 57 anni compiuti a fine maggio, docente alla Facoltà di Medicina del Federico II e Direttore Scientifico dell’Ospedale Pascale, da qualche giorno è tornato dal suo appuntamento annuale con iniziative di volontariato in Africa. Quest’anno è stato nel Benin, “fra i popoli meno fortunati di noi, dove c’è bisogno di tutto. I paesi occidentali ed il mondo della ricerca scientifica hanno il dovere morale di dare una mano, di mandare aiuti, tecnici, strumentazione sanitaria, medicine”. Non è andato da solo il professore: “quest’anno eravamo in dieci, sei dei quali giovani. Tra loro uno specializzando al quarto anno di chirurgia, Umberto Bracale, Paola Sarnelli giovane neonatologa, Andrea Imparato, anestesista, Livio Gaetani dell’Aquila di Aragona, chirurgo maxillo facciale, Doroti Parlato, odontoiatra, Alessandra Attena che si è dedicata alla pediatria con metodo Patch Adams, tenendo alto il morale dei bambini e riscuotendo grande successo”. “Abbiamo operato tanto, dagli ammalati di tumori, malattia in sempre maggiore diffusione nei paesi poveri, a pazienti distrutti dall’intestino perforato, la ormai tristemente famosa ‘Ulcera di Buruli’ che è la lebbra di oggi e che fa migliaia di ammalati e porta gravi mutilazioni e amputazioni. Una malattia anche di grande rilevanza sociale che colpisce molto i giovani e che il loro povero sistema sanitario non cura”. “Ho visto ancora una immensa povertà, nonostante il Benin sia un paese ormai democratico da tempo, senza le guerre infinite tipiche dell’Africa”. Molti interventi operatori: “cancro e neonatologia sono state le priorità. Si muore e si nasce con grande facilità in quei paesi. Il cancro è in forte espansione ma non ci sono medicinali per curarlo, o almeno attenuare la sofferenza, dunque si interviene solo chirurgicamente. Sarà dunque nostro compito formare due profili di infermieri: per le chemioterapie e per i marcatori tumorali”. Di positivo: “mentre eravamo lì è arrivato un container con diverse tecnologie, ed abbiamo inaugurato la nuova neonatologia dell’ospedale”. Il maggiore rammarico: “accorgersi che la ricerca scientifica, le innovazioni negli studi e i nuovi farmaci non sono al servizio anche di quel miliardo e 800 milioni di poveri che vivono con un euro al giorno. Una delusione per chi ha dedicato tutta la vita alla medicina e alla cura dei malati”. Il nostro impegno diventa un continuo: “oscillare tra entusiasmo, quando riesci a risolvere qualche caso, rassegnazione e sconforto. Anche perché, mentre ne curi qualcuno, altre decine di ammalati vengono a chiedere assistenza”. Quale la soluzione possibile? “Formare medici ed infermieri, creare farmaci ad hoc e strutture sanitarie”.
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