Napoli, la città degli avvocati

Cos’è un simbolo? Cosa significa un Palazzo per una città? Quanto valore ha celebrare un emblema? A queste domande risponde il prof. Aurelio Cernigliaro, docente di Storia del Diritto medievale e moderno e Presidente del Corso di Laurea in Giurisprudenza, raccontando come l’edificio dove oggi ha sede centrale l’Ateneo Federico II rappresenti non solo il simbolo dell’Università, ma della rinascita culturale e giuridica di questa città.
Per chi non se lo rammentasse, prima del Corso Umberto, la Facoltà di Giurisprudenza aveva sede al Cortile del Salvatore e prima ancora al Museo Nazionale, ma solo con quel Palazzo del Rettifilo è diventata visibile la  marea culturale che agitava la città.
“Era una questione di carattere culturale, perché quel Palazzo degli Studi era, finalmente, il segno evidente del fatto che Napoli era stata per 800 anni la capitale di un Regno, e che l’imperatore Federico II l’aveva scelta nel XIII secolo come sede del suo Studio, per la centralità culturale che aveva da allora, tutte motivazioni che con l’Unità di Italia sono state azzerate e taciute”, sottolinea il prof. Cernigliaro. 
Se nella seconda metà dell’800 gli avvocati napoletani erano usi formarsi negli studi privati, studiando più a casa che all’università, e dando vita a quelle figure ricordate come ‘i paglietta’, più praticoni che studiosi, con la nascita dell’edificio di Corso Umberto, lo studio accademico ha ripreso la sua centralità.
“Napoli è sempre stata la città degli avvocati, e insieme alla dimensione pratica, verso la seconda metà dell’800, quando cioè si diffuse la cultura tedesca, ci si accorse che la nostra civilitas doveva avere una sua sede degna. Molti di quelli che hanno nobilitato il XIX secolo, da Pasquale Mancini a Giuseppe Pisanelli, erano napoletani e hanno fatto sì che Napoli avesse un primato assoluto nella cultura giuridica. Così fu Emanuele Gianturco – racconta ancora il prof. Cernigliaro – il primo a pensare che bisognava dare un segno visibile a questo centro culturale e che questo dovesse nascere al centro di quella che era l’arteria principale, che con il Risanamento apriva la città dalla Ferrovia al Municipio. Inizialmente il progetto prevedeva un ampio ingresso a colonne, per dare l’idea dello spirito filosofico che vi avrebbe regnato come in un tempio. Inoltre, tutti i comuni furono chiamati a contribuire alla costruzione, perché quel Palazzo doveva rappresentare il riscatto culturale dell’intero Mezzogiorno”.
Così, alla cerimonia di inaugurazione, il 24 marzo 1915, era presente l’élite culturale cittadina: anche se Gianturco era ormai morto, presenziarono però Enrico Pessina, Pasquale Fiore, Alberto Marghieri, per citarne alcuni.
“Il Palazzo fu così diviso tra Giurisprudenza e la nascente Facoltà di Lettere – spiega il docente – E da allora a Napoli iniziarono a confluire giovani da tutto il Sud Italia per studiare Diritto alla Federico II. Venne creato il Circolo giuridico napoletano, in cui si riunivano oltre ai docenti anche avvocati, notai e magistrati, proprio a sintetizzare la dimensione pratica e quella teorica; così come nacque la Biblioteca degli Istituti Giuridici, punto di riferimento per tutta la giurisprudenza partenopea. Insomma, l’Università diventò il simbolo della libertà intellettuale e della rinascita cittadina”.
E ricordarlo serve, quindi, per perpetrare la tradizione e dare orgoglio alla comunità.
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