Peppe Barra incanta gli studenti del Laboratorio Teatrale

Più di 250 studenti accorrono all’appuntamento con Peppe Barra l’11 maggio nella sede centrale della Federico II in occasione dell’ultima lezione prevista per il Laboratorio di Scrittura Teatrale coordinato dai professori Pasquale Sabbatino e Giuseppina Scognamiglio.
L’occasione dell’incontro, dal titolo Il dialetto napoletano sulla scena della “Mandragola”, è il recente lavoro compiuto da Peppa Barra per riadattare in chiave moderna l’opera di Machiavelli.
Sabbatino e Scognamiglio raccontano alla platea di aver trovato lo spettacolo in scena al Teatro Totò di Napoli al contempo divertente e dissacratorio e ci tengono a precisare di esserlo andati a vedere a pagamento perchè convinti che il lavoro artistico vada retribuito. “Io neanche lo sapevo che sarebbero venuti!”, replica l’attore con lieve imbarazzo.
La rilettura attualizzante di Peppe Barra è un esempio di come un classico cinquecentesco possa essere riscritto ed interpretato al giorno d’oggi. “Anche con La Nuova Compagnia di Canto Popolare non facevamo revival – spiega Barra – ma reinterpretavamo con la nostra sensibilità del momento. Ricreavamo, proprio come ho fatto con La Mandragola. Ho voluto regalare al pubblico una solarità a cui Machiavelli non aveva pensato”.
Ci vuole coraggio per manomettere la tradizione. Lo stesso coraggio che Barra mostrò agli inizi della sua carriera proponendo una musica popolare che non era certo conosciuta e ben accolta come quella della tradizione colta. “Per inserire questo testo in un diverso contesto sociale e culturale – afferma il prof. Sabbatino – Barra l’ha ambientato a Napoli e tradotto parzialmente in napoletano”.
“Gli spettatori non avrebbero capito il toscano antico. – sostiene l’attore – I giovani non sanno neppure il napoletano perchè in famiglia non lo si parla più. I genitori non dovrebbero vergognarsene, ma insegnarlo ai propri figli. La nostra lingua deve essere amata, per questo ho voluto tradurre il toscano”.
Se anche il pubblico napoletano può non comprendere alcuni termini, viene da chiedere come reagiscano gli spettatori settentrionali, come facciano a cogliere doppi sensi e battute.
“Noi napoletani abbiamo nel DNA il dono di farci intendere in tutto il mondo con la mimica e con i gesti. Quando nel 1997 andai a fare una serie di concerti nel Conservatorio di Pechino, chiesi consiglio ad Annamaria Palermo, la Direttrice dell’Istituto di cultura locale, su come farmi capire al mercato. Lei mi disse: “Parla napoletano!” Annamaria, che è docente di Letteratura cinese all’Orientale, mi ha poi spiegato che i fonemi napoletani sono simili a quelli cinesi per cui l’emissione della voce corrisponde alle intonazioni e dunque alle intenzioni del linguaggio cinese”.
La musicalità del dialetto trionfa ovviamente nel canto popolare che nasce come espressione dello stato d’animo del momento. 
Dal mondo popolare Peppe Barra ha imparato anche l’eleganza aristocratica del gesto. “Chi ha conosciuto mia madre sa che sul palco quando cantava non si sbatteva – fa notare l’attore – Le giovani attrici napoletane credono che per fare le popolane occorra mettere le mani sui fianchi ed agitarsi. Non è vero! Il mondo popolare rappresenta spesso il dolore con il silenzio, senza gridare e piangere”.
Il silenzio, le pause sono molto importanti. Gli attori bravi come Peppe Barra comunicano nelle pause perché sanno che “un silenzio può farci ridere, un movimento della testa può farci piangere”.
Per diventare un vero attore bisogna dunque impararare ad osservare ed ascoltare gli altri e soprattutto se stessi.
“Quando avevo 7, 8 anni – racconta Barra – mia mamma mi portava nei salotti letterari della metà degli anni ’50, e lì era solo l’osservazione a salvarmi dalla noia. Da quelle situazioni grottesche ho ricavato una piccola performance che ha avuto molto successo. All’epoca facevo cabaret accompagnato dalla chitarra di Sergio De Sanctis che era un professore di Antropologia criminale”.
L’attore regala agli studenti un piccolo saggio della sua straordinaria capacità di affabulazione facendo rivivere alcuni dei personaggi osservati da bambino tra continui applausi e grandi risate.
Maestro, la gestualità è dunque innata o si può insegnare?
“Ci vuole talento, ma si può imparare. C’è una gestualità che non ci appartiene, per esempio “schiva ‘o cinche!” Ma che è? Chi insegna deve farlo con rispetto per la napoletanità”.
Barra dichiara che per lui è un privilegio parlare con i ragazzi delle cose che gli appartengono. “I’ sulo chesto saccio fa’! – confessa – Perciò usatemi!”. 
L’attore sente il dovere di parlare con i giovani di teatro ma si lamenta del fatto che erano almeno 30 anni che non poteva parlare con loro in questo modo per colpa delle Istituzioni.
“I ragazzi di oggi sono fortunati – dichiara – perché hanno intorno professori che  parlano loro di teatro. Ai tempi miei manco questo ci stava. Io sono un privilegiato, non faccio testo.” 
Professor Sabbatino, non crede che l’Università dovrebbe incaricarsi di insegnare il dialetto?
“La Federico II si sta organizzando. Il prof. Nicola De Blasi ha avuto dei finanziamenti per redigere un glossario del napoletano pre-ottocentesco. L’inborghesimento della lingua sta facendo perdere l’abitudine al dialetto. Dovremmo pensare a una scuola di dialetto napoletano a metà tra il mondo teatrale ed il mondo universitario.”
“A Napoli non c’è una videoteca che permetta ai giovani di guardare il materiale etnico – interviene Barra – non c’è un museo di arte popolare. Io e Roberto De Simone stiamo combattendo da 20 anni perchè si costituisca almeno un museo. Abbiamo a casa tanti oggetti che potrebbero interessare chi si avvicina al mondo popolare. Avremmo voluto regalarli ma le Autorità non ci sono venute incontro”.
Più che divulgare la cultura popolare, però l’obiettivo del laboratorio di scrittura teatrale è stato quello di formare i giovani attori e le nuove leve della critica teatrale. “Ci siamo proposti due compiti non facili di cui però sentiamo fortemente l’emergenza – afferma il professor Sabbatino – mentre giovani autori emergono, si avverte l’assenza di una nuova generazione di critici”.
Manuela Pitterà
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