Il ‘Nobel dei subacquei’ al prof. Donato Giovannelli

Il prof. Donato Giovannelli, microbiologo dell’Università Federico II ed esploratore scientifico degli ambienti estremi, ha ricevuto il Tridente d’Oro 2026, il più prestigioso riconoscimento internazionale dedicato alle attività subacquee, all’esplorazione e alle scienze del mare. C’è chi lo definisce il Nobel dei subacquei.

Il premio è stato conferito il 29 maggio a Trieste dall’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee nell’ambito della manifestazione Mare Nordest. Istituito nel 1960, il Tridente d’Oro è il massimo riconoscimento per coloro che si distinguono nell’esplorazione, nella ricerca, nella formazione e nella divulgazione legata al mondo sottomarino. Tra i suoi illustri premiati figurano personalità del calibro di Jacques-Yves Cousteau, Walt Disney, Folco Quilici, Jacques Piccard ed Enzo Maiorca, insieme a molti altri pionieri e studiosi di fama internazionale.

Tre anni fa il riconoscimento era andato ad un altro docente federiciano: Simonetta Fraschetti, Ordinario di Ecologia presso il Dipartimento di Biologia. Lo stesso del quale è parte Giovannelli.

Lui ha ricevuto il premio “per aver coniugato eccellenza accademica, spirito esplorativo e capacità divulgativa, contribuendo in modo significativo allo studio degli ambienti estremi e della coevoluzione tra vita e pianeta, attraverso attività di ricerca e di esplorazione scientifica degli ecosistemi profondi, promuovendo presso la comunità scientifica e il grande pubblico la conoscenza della microbiologia degli ambienti estremi e il ruolo dei microrganismi nell’evoluzione del pianeta”.

Giovannelli conduce spedizioni scientifiche in alcuni degli ambienti più estremi del pianeta, dalle sorgenti idrotermali profonde degli oceani alle regioni polari, dai sistemi vulcanici agli ecosistemi profondi del sottosuolo. Le sue ricerche si concentrano sul ruolo dei microrganismi nei processi che regolano il funzionamento del pianeta e sul modo in cui la vita e la Terra si sono influenzate reciprocamente nel corso della loro storia e su come si influenzino a vicenda ancora oggi.

Accanto all’attività di ricerca, ha sviluppato un intenso impegno nella comunicazione della scienza. Attraverso radio, documentari, conferenze pubbliche e il podcast Abissi, prodotto e distribuito da Radio RAI 3 – dedicato all’esplorazione delle sorgenti idrotermali profonde del Pacifico a bordo della nave oceanografica statunitense Atlantis e del sommergibile Alvin – ha contribuito a raccontare al grande pubblico le sfide, le scoperte e il fascino dell’esplorazione scientifica contemporanea.

Quando si è immerso per la prima volta?
“A Rodi Garganico da ragazzino. Scendevo in apnea con mio fratello. Si andava a polpi e ci si divertiva. La mia prima immersione con le bombole è stata relativamente tardiva. Risale al periodo nel quale ad Ancona studiavo Biologia nel Corso di Laurea Triennale. Fu con il Centro di Attività Subacquea, il CAS.

Era un sogno che si avverava. Durante il Corso di Laurea Triennale presi il mio primo brevetto e poi la seconda stella CMAS. Lì c’è una didattica molto seria e rigorosa ed il corso dura tra i sei e gli otto mesi. Non come quando si va a Sharm el Sheik e dopo tre giorni si prende il brevetto”.

Dove si è immerso nel corso della sua attività subacquea di ricerca?
“A Singapore, nelle Filippine, nel Mar Rosso, in Islanda”.
La più bella?
“Decisamente in Islanda, sebbene sia stata tecnicamente molto complessa. Era inverno, indossavamo mute stagne particolari e sotto avevamo tre strati di vestiti. Eravamo lì per campionare e scendemmo fino a 40 metri. Il paesaggio della costa era fiabesco, di una bellezza incredibile e difficile da raccontare”.

L’immersione peggiore?
“A Singapore ad inizio carriera. Eravamo in acqua con un’attrezzatura pesante, c’era una corrente davvero molto forte e la visibilità era scarsissima. Non fu piacevole, tutt’altro. Noi nel mare siamo ospiti, non è un ambiente a noi congeniale e naturalmente, se ci sono condizioni ostili come quella volta, ce lo ricordiamo ancor meglio”.

Il peggiore errore di un subacqueo?
“L’eccesso di confidenza. Puoi essere bravo e preparato quanto vuoi, ma ti muovi comunque in un ambiente che non è il tuo”.

Che animali ha incontrato nel corso delle sue immersioni?
“Moltissimi. Mi incuriosirono in Islanda i merluzzi lunghi 80 centimetri che venivano a farsi accarezzare, non avevano alcun timore del contatto con l’uomo. Sempre lì imparai a conoscere il pesce lupo, di colore blu e con una serie di denti capaci, in caso di morso, di staccarti un dito. La sua caratteristica è che è estremamente territoriale. Se sei nei suoi paraggi ti carica nel senso letterale del termine”.

Ci sono stati anche incontri con squali?
“Sì, piccoli squali sulla barriera corallina”.

Come ha saputo di aver vinto il Tridente d’Oro?
“Ho ricevuto una telefonata che mi avvisava. Non sapevo neanche che fossi stato candidato. La mia felicità è stata pari alla mia sorpresa. La candidatura può essere presentata solo da chi abbia già ricevuto il riconoscimento, poi avviene una discussione in accademia e c’è un solo vincitore.

Non è sufficiente che si sia subacquei, ma bisogna aver dato un contributo significativo alla ricerca e alla divulgazione scientifica e per questo sono particolarmente contento che mi abbiano premiato. Credo molto nel ruolo della divulgazione, è parte integrante del mio mestiere di studioso e di ricercatore”.
Recentemente ha suscitato emozione e dolore il dramma dei 5 subacquei italiani che sono morti in una grotta delle isole Maldive a circa 60 metri di profondità. Tra essi la prof.ssa Monica Montefalcone, biologa marina all’Università di Genova.

Anche lei alcuni anni fa aveva vinto il Tridente d’Oro. La conosceva?
“Conoscevo le sue ricerche e il suo gruppo. Ci siamo incrociati qualche volta in occasione di convegni ed incontri scientifici”.
Fabrizio Geremicca

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