Miti e luoghi: racconti per immagini degli studenti

Una è stata ‘Voci senza frontiere, viaggio poetico e grafico nel mondo Amazigh’, l’altra ‘In viaggio per apprendere la nostre lingue’. Si tratta dei titoli delle due mostre fotografiche realizzate da laureate e laureati dell’Orientale a Palazzo Santa Maria Porta Coeli. Nella prima, a cura pure della prof.ssa Anna Maria Di Tolla, a corredo delle immagini sono state effettuate presentazioni e letture per esplorare il rapporto tra la lingua, il territorio e l’identità berbera. Nell’altra, lo spazio fotografico è stato dedicato ai viaggi di studentesse e studenti stessi nei luoghi in cui sono parlate le lingue insegnate nell’Ateneo, circa 40.

Soprattutto nel caso della prima mostra, le autrici hanno raccontato il senso delle immagini e i posti in cui sono state scattate, nonché dei miti eziologici tramandati oralmente. Tante le domande e buona partecipazione da parte delle scuole. Andreina Parise, laureata in Lingue e culture dell’Asia e dell’Africa, ha raccontato: “Ho scattato le foto in Marocco nel 2024, durante un soggiorno di studi. Rappresentano principalmente i tappeti decorativi delle comunità amazigh, che sono fatti a mano da donne artigiane senza l’utilizzo di macchine o ausili.

È un elemento molto importante perché le donne contribuiscono alla trasmissione del sapere attraverso questa produzione, nei tappeti ci sono dei simboli – richiamati nei motivi geometrici – ognuno dei quali rimanda a un significato importante: fertilità, protezione contro il malocchio, purezza, femminilità. Purtroppo, in questo momento sono oggetto anche del processo di turistificazione e stanno rischiando di perdere il loro significato originale”. L’altra autrice degli scatti è Giulia Caporilli: “Ho vissuto sei mesi in Tunisia per studiare dopo la laurea, ora sto per iniziare il secondo anno di Magistrale, le lingue scelte sono arabo e berbero. Una delle foto che ho portato ritrae una moschea che si trova in un villaggio a sud del Paese, quasi nel deserto.

È famosa perché ci sono delle tombe lunghe cinque metri all’esterno. La leggenda vuole che dei ragazzi vi si siano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni dei Romani e che si siano addormentati lì. Durante il sonno sarebbero cresciuti fino a raggiungere i cinque metri. Una volta ritrovati, ormai morti, sarebbero stati seppelliti all’esterno”. Chiude Francesca Vaccaro, laureata in letteratura amazigh, che ha intrattenuto gli studenti delle scuole raccontando un breve mito eziologico che parla dell’origine di due laghi che si trovano nell’Alto Atlante, nel Marocco centrale, e si chiamano letteralmente fidanzato e fidanzata.

“È una storia d’amore tormentata che parla di un ragazzo e una ragazza appartenenti a due tribù rivali, a causa di una fonte d’acqua contesa. Un giorno, i due si innamorano e iniziano a vedersi in segreto. A quel punto lui decide di confidarsi con sua madre, perché vuole sposare l’amata. I genitori reagiscono in maniera furiosa. Allora i due ragazzi fuggono e si rifugiano in un luogo segreto dove, sopraffatti dal dolore piangono così tanto che alla fine si formano due laghi ai piedi della montagna.

Ed è lì che si lasciano annegare. La cosa più interessante è che, da quel momento, le due famiglie, colpite della tragedia, decidono che i ragazzi delle due tribù potranno sposarsi liberamente, senza vincoli”. Da questo mito è nato il festival di fidanzamenti: “una tradizione vera e propria che si tiene in un piccolo villaggio marocchino, ogni anno, tra agosto e settembre”.

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Ateneapoli – n.16 – 2026 – Pagina 41

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