Dai microcontrollori alla stampa 3D, dai primi circuiti ai prototipi da portare davanti ai giudici. Gli studenti di Ingegneria della Parthenope sono stati tra i protagonisti – dal 26 agosto al 6 settembre – della 13ª edizione del NeaPolis Innovation Summer Campus, promosso da STMicroelectronics in collaborazione con cinque Atenei campani. Dieci giorni di lezioni, challenge e lavoro in squadra, fino alla realizzazione dei progetti finali. A raccontare l’esperienza sono Sara Auditano e Alessandro Esposito.
“Lo scorso semestre ho seguito il corso di Sistemi Elettronici Programmabili della prof.ssa Stefania Campopiano che ci ha suggerito di pensare a progetti che potessero risolvere problemi reali”, racconta Sara, studentessa al secondo anno di Magistrale in Ingegneria delle Tecnologie dell’Informazione per la Comunicazione e Salute. Con due colleghi aveva realizzato un dispositivo per rilevare automaticamente se una postazione in biblioteca fosse occupata o libera: “Sono stati mesi di programmazione, circuiti e notti in cui ho scoperto la modellazione 3D”. È lì che ha capito “che con i microcontrollori le possibilità sembrano quasi senza confini”.
Al Campus quella stessa curiosità ha incontrato la sua componente più creativa. “Sono sempre stata una persona creativa, forse un ingegnere un po’ fuori dalle righe”. Durante una delle prime challenge, dedicata ad un gioco in cui vinceva chi sarebbe riuscito a premere più velocemente un pulsante, ha deciso di andare oltre il semplice funzionamento del circuito: “Ho pensato che tutti i presenti al campus sapessero realizzare quel progetto tra codici e circuiti, ma che forse pochi, come me, amassero curare anche l’aspetto esteriore delle cose”.
Con una scatola di scarpe ha costruito una custodia in stile arcade game. Ha vinto: “Quel giorno sono stata molto contenta, perché finalmente sono stata premiata per la mia ‘diversità’”. Poi sono arrivati i team, volutamente composti da studenti con percorsi e provenienze differenti. “Questo significa lavorare in squadra: ascoltare gli altri, mettere insieme punti di vista diversi e accettare che non sempre venga scelta la propria idea”, racconta Sara. Il suo gruppo ha scelto di sviluppare una lampada intelligente capace di seguire il punto in cui una persona sta lavorando. “Non volevamo realizzare soltanto qualcosa che funzionasse, ma un vero prototipo che fosse anche bello da vedere e che desse l’idea di un prodotto già pronto per essere utilizzato”.
Penna e lampada, entrambe stampate in 3D, comunicavano via Bluetooth: “Il nostro sistema non utilizzava nessuna telecamera, ma riusciva a orientarsi semplicemente attraverso le informazioni inviate dalla penna”. Ma proprio quando sembrava tutto pronto, è arrivato l’imprevisto. “Il pomeriggio prima della presentazione, la nostra lampada funzionava, anche nella modalità automatica”.
Il giorno dopo, però, i motori hanno smesso di funzionare: “A quanto pare ai dispositivi piace spesso smettere di funzionare proprio un attimo prima che il microfono venga puntato verso di te”. Il gruppo non si è perso d’animo e ha mostrato un video registrato in precedenza, nel quale è stato possibile vedere la lampada in funzione e comprendere il risultato raggiunto. “Nella vita non possiamo dare niente per scontato e capiterà spesso di dover risolvere problemi all’ultimo minuto; in questo caso, però, tutto è andato per il meglio ugualmente”, riflette Sara.
Anche per Alessandro Esposito, terzo anno della Triennale in Ingegneria Informatica, Biomedica e delle Telecomunicazioni, la parte pratica è stata decisiva: “è stato raro trascorrere più di due ore senza testare un circuito, programmare la scheda NUCLEO64 o in generale operare qualcosa”. Ma proprio il continuo passaggio dalla teoria alla pratica gli ha permesso di fare un salto rispetto alle conoscenze che già possedeva: “Se prima sapevo come fare le cose, adesso ho capito perché si fanno in un certo modo”.
Tra le lezioni, quella sul debugging è stata una delle più apprezzate: “È una cosa che ho sempre voluto imparare meglio”. Alessandro era l’unico studente della Parthenope del gruppo: “Nessuno di noi si conosceva anticipatamente”, racconta, ma “fin dall’inizio c’è stata subito simpatia”. La squadra ha scelto di lavorare ad un gilet intelligente per tutelare gli operatori impegnati nelle attività di ricerca e soccorso, capace di rilevare parametri vitali e gas presenti nell’aria, inviare posizione GPS e messaggi e comunicare con un centro di comando portatile. Il progetto è cambiato più volte: “La nostra idea ha continuato a cambiare fino a due giorni prima della finale”, ma “abbiamo sempre trovato un accordo e lavorato come un solo corpo per raggiungere l’obiettivo finale”.
Il suo team, Rescue veST, è stato tra i cinque team premiati e ha ricevuto l’invito a presentare il progetto allo stand di STMicroelectronics alla Maker Faire Rome dal 23 al 25 ottobre. Il prototipo ha richiesto corse contro il tempo, sensori da recuperare e problemi da risolvere. “Il campus aveva finito i sensori per il battito cardiaco, così un’altra studentessa ci ha prestato il suo”.
Quando poi un errore di saldatura lo ha fatto smettere di funzionare, “uno dei Tutor del campus ha rinsaldato il pin problematico”. Anche altri gruppi e tutor sono intervenuti quando serviva. Per Alessandro, è proprio questo uno degli aspetti più significativi del Campus: “La cosa che rende questo campus differente dalle altre esperienze ‘classiche’ è stata l’umanità e la solidarietà sviluppata tra tutti”.
Anche tra squadre diverse “non sono mancati momenti di supporto e consiglio”. Un’impressione condivisa da Sara: “Ogni gruppo è stato disposto ad aiutare un altro, pur non conoscendolo. Che si trattasse di prestare una fresa, della colla o un multimetro, non ho mai sentito un ‘no’ dalle persone presenti al campus”. E aggiunge: “Non si è percepito quasi mai una vera competizione, piuttosto la voglia comune di vedere ogni progetto funzionare”. Una disponibilità che riconosce anche ai tutor, “sempre pronti ad aiutarti e a dare una parola di conforto”. Per Alessandro, nel gruppo 14 è nato addirittura un legame inatteso: “Non chiamerei mai ‘amico’ qualcuno conosciuto da così poco, eppure con loro non ho paura di farlo”.
La vittoria del progetto, che porterà la squadra a Roma, è dunque solo una parte del risultato: “Per quanto sia felice della vittoria, non ce l’avrei mai fatta senza il team e soprattutto senza il Tutor”. E se Alessandro definisce il Campus “una delle poche cose di cui sono totalmente soddisfatto”, Sara ne conserva soprattutto una sensazione, quella “di essere, per qualche giorno, dentro una piccola oasi felice, fatta di persone curiose, disponibili e pronte ad aiutarsi”.
Giovanna Forino
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Ateneapoli – n.16 – 2026 – Pagina 39







