La top model Bianca Balti alla Vanvitelli, nasce l’alleanza con Mind your cancer: “la malattia non si ferma alle cure”

“Quando arriva una diagnosi di cancro, inevitabilmente la malattia prende moltissimo spazio”. È da qui che parte Bianca Balti per raccontare la missione di Mind your cancer, la fondazione da lei presieduta che il 25 settembre ha sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Università Vanvitelli. Al Rettorato di via Santa Maria di Costantinopoli prende così il via una collaborazione che mette insieme università, ricerca, comunicazione e mondo dell’oncologia, con particolare attenzione alla sensibilizzazione e al benessere delle persone coinvolte nei percorsi di cura.

La firma diventa soprattutto l’occasione per parlare di ciò che accade intorno alla terapia. “Le strutture sanitarie si occupano di quella che è la priorità, ovvero curare la malattia”, spiega Balti. È nello spazio che resta che vuole intervenire Mind your cancer: psicologia, comunità e informazione, ma soprattutto la possibilità di rendere più semplice l’accesso a risorse che spesso esistono già. “In un momento così complesso come la malattia non è sempre facile sapere che esistono, trovarle e capire come accedervi”.

Un’esigenza che la top model lega direttamente alla propria esperienza. “Quando mi sono ammalata ho proprio capito che la malattia non si ferma alla malattia stessa”. E anche una volta terminate le cure, il ritorno alla normalità può essere molto diverso da quello immaginato: “Nessuno mi aveva avvisato che la normalità non torna, perché non c’è più quello che c’era prima”. Una trasformazione che coinvolge non soltanto chi riceve la diagnosi, ma anche chi gli sta accanto.

È su questo terreno che entra in gioco la Vanvitelli. Ad illustrare il progetto è la prof.ssa Daniela Piscitelli, docente di Disegno industriale, che individua nel design della comunicazione un vero e proprio dispositivo di traduzione: prendere contenuti medico-scientifici altamente specialistici e renderli accessibili attraverso segni, immagini e sistemi visivi comprensibili anche a un pubblico non esperto.
La collaborazione coinvolge il Dipartimento di Architettura e disegno industriale, il gruppo di ricerca Design sostenibile per i luoghi di vita e il Knowledge and education lab, dedicato alla comunicazione medico-scientifica.

“Per Mind your cancer la comunicazione visiva non è solo il modo in cui raccontiamo ciò che facciamo: vuole essere lo strumento attraverso cui realizziamo la nostra missione”, sottolinea Balti. La proposta della Vanvitelli, racconta, è arrivata quando la Fondazione era appena nata: “Un giorno ho aperto la mail e ho trovato una lettera della prof.ssa Piscitelli che mi offriva questa collaborazione”. Una coincidenza particolare per la modella, che prima di intraprendere la propria carriera si era iscritta proprio a Design della comunicazione a Milano. “Ho compreso veramente l’importanza della proposta”, racconta, perché sarebbe “impossibile realizzare gli obiettivi della Fondazione senza avere una comunicazione visiva semplice e al servizio della medicina”.

Dal confronto con i docenti emergono intanto possibili nuove direzioni. La prof.ssa Eva Lieto, docente di Chirurgia generale, propone la creazione di uno sportello al quale il malato oncologico possa rivolgersi per orientarsi tra le diverse necessità del percorso di cura. “Nei Dipartimenti di Medicina abbiamo tutte le competenze per poterlo fare”, osserva. Il prof. Fortunato Ciardiello, oncologo, porta l’attenzione sul rapporto tra medico e paziente. In una medicina sempre più tecnologica, complessa e multidisciplinare, avverte, la persona malata rischia di sentirsi sola. Da qui la necessità di “riportare anche l’umanizzazione e il rapporto medico-paziente al centro dell’attenzione”. Ciardiello solleva anche un tema che riguarda direttamente la formazione universitaria: imparare a relazionarsi con il paziente, osserva, non fa tradizionalmente parte del curriculum e viene spesso appreso sul campo.

Ed è proprio agli studenti che guarda anche il Rettore Gianfranco Nicoletti. Occasioni come questa, sottolinea, consentono loro di comprendere “realmente la mission che lo studente di Medicina deve inseguire”, che non si esaurisce nella laurea o nella successiva specializzazione, ma “è un sentimento”. Forza, coraggio e coinvolgimento, ma anche sostegno psicologico e soprattutto vicinanza sono, per Nicoletti, valori che devono accompagnare chi sceglie questa professione.

Una prospettiva raccolta da Balti. A mostrarle quanto possa pesare la comunicazione è stata anche l’esperienza personale: dopo aver scoperto di risultare positiva alla mutazione BRCA1 (associata a un maggiore rischio di sviluppare il tumore al seno e all’ovaio), racconta di aver ricevuto telefonicamente l’esito e l’indicazione sulla rimozione preventiva di seno e ovaie. Per Balti le soluzioni sull’approccio migliore possono nascere proprio dall’ascolto e dal confronto tra pazienti e professionisti.

Sono poi gli studenti a spostare il confronto sulla vita quotidiana. Una laureanda in Fashion design racconta di aver dedicato la propria tesi alla lingerie per donne che hanno avuto un tumore al seno e chiede a Balti del rapporto con il corpo dopo la malattia. La top model racconta di aver riunito circa un centinaio di pazienti oncologiche che si incontrano la domenica su Zoom: “Il semplice parlarne, anche nelle nostre differenze, può aiutare”.

Il rapporto con le cicatrici, sottolinea, può diventare, ad esempio, un terreno di confronto e sostegno reciproco. A prendere la parola è anche Cristian, studente del quarto anno di Medicina, che le chiede quale messaggio voglia lasciare agli studenti e a chi si trova ad affrontare la malattia, in prima persona o come caregiver. La risposta di Balti ribalta per un momento i ruoli: “Il vero aiuto lo fate voi. Se non fosse per la ricerca, per chi mi ha curata, non sarei viva”. Inoltre li invita a prendere coscienza del ruolo che ricopriranno: saranno loro a “prendere per mano le persone nella malattia”.

È proprio nello scambio tra l’esperienza della paziente, le competenze dei medici e le domande degli studenti che prende forma il significato più concreto della collaborazione: affiancare alla cura oncologica una rete capace di informare, orientare, comunicare e accompagnare. Perché, come sintetizza Piscitelli, quando arriva una diagnosi le conseguenze non riguardano soltanto il singolo: “Chi si ammala, non si ammala da solo”.
Daniela Francesca De Luca

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Ateneapoli – n.16 – 2026 – Pagina 29

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