Ci sono ‘no’ che chiudono una porta e altri che ne spalancano mille: tutto dipende da come impariamo a incassarli. È questa l’attitudine che ci insegna a “pensare globale prima ancora di esserlo”, spingendoci a sporgere lo sguardo ben oltre i confini del nostro contesto di riferimento e a trasformare ogni rifiuto in un’informazione preziosa e ogni ostacolo nel trampolino per una nuova ripartenza. Sosteneva a tal riguardo George Bernard Shaw che “le persone che progrediscono nella vita sono quelle che vanno alla ricerca delle circostanze che vogliono e, se non le trovano, le creano”, a testimonianza di come la capacità di mettersi in gioco e la determinazione siano le vere leve per plasmare la nostra rotta professionale.
È in questa tenace ostinazione che trova linfa la ‘scintilla’: non un bagliore passeggero, ma un’energia costante che nasce dalla gavetta e si alimenta attraverso le relazioni e il coraggio di guardare oltre, fino a rivelarci la nostra autentica direzione.
È la storia di Giovanni Farese, Co-founder e CEO di Webidoo, tech company specializzata nell’applicazione dell’AI alle PMI: un percorso iniziato a 18 anni nei call center e che, partendo da Bonea, un piccolo centro del Beneventano, l’ha proiettato alla guida di una realtà internazionale operante in oltre 60 mercati e nella prestigiosa lista di Forbes tra i 100 top manager più innovativi d’Italia.
Una storia professionale che è l’esempio di come la determinazione e la visione strategica possano guidare una crescita costante nel mondo dell’innovazione. Quali sono stati i momenti determinanti e le tappe chiave di questo percorso professionale? “Il primo è aver lavorato in un call center a 18 anni, mentre studiavo: fare 100 telefonate per chiudere una vendita mi ha formato ad incassare i ‘no’ e trasformarli in opportunità, insegnamento applicabile a tutto, anche alla logica del fundraising: bussare a 100 porte per ottenere un’opportunità. Impararlo presto è stato fondamentale.
Il secondo è la laurea in Giurisprudenza, raggiunta con una carriera già avviata nel business process outsourcing: conciliare formazione e lavoro mi ha chiarito che volevo dedicarmi al business, mentre la laurea mi ha dato una forma mentis fondamentale per la mia professione e competenze necessarie per comprendere investimenti, contratti e business internazionale. Infine l’incontro con Daniel Rota ed Egidio Murru: un sodalizio senza il quale molto di ciò che è venuto dopo non sarebbe accaduto”.
Oggi Webidoo può contare su una presenza internazionale che va dall’headquarter di Chicago fino a presidi strategici in Europa, Medio Oriente e Sud-est Asiatico. Quali sono state le sfide più complesse e gli ostacoli più duri che ha dovuto superare per trasformare una startup emergente in un’azienda globale? “La prima è stata passare dalla creatività alla ripetibilità: in Italia diamo valore all’improvvisazione, mentre negli USA l’approccio è più orientato a pianificazione e risultati replicabili.
All’inizio la creatività può essere un vantaggio, ma quando si scala la ripetibilità diventa irrinunciabile. La crescita di Webidoo ci ha portati in meno di 3 anni in circa 60 paesi, assumendo persone in tutto il mondo. Non esiste uno stile di leadership unico: le differenze culturali richiedono apertura e umiltà. Infine, entrare nel mercato USA significa giocare in un campionato diverso, con ordini di grandezza totalmente differenti e un livello di esecuzione che cambia radicalmente”.
Partito da una laurea in Giurisprudenza, affermato poi come manager e, infine, il salto definitivo verso l’imprenditoria. Quando ha acquisito la consapevolezza che la sua vera vocazione non era la carriera giuridica, né la guida dei processi altrui da manager, ma quella di creare una realtà in grado di guidare la trasformazione digitale delle PMI? “La svolta imprenditoriale non è stata un’epifania, ma una presa di coscienza graduale nata osservando per anni le PMI: imprenditori con coraggio ed energia, ma spesso senza capitali, competenze interne o accesso alla tecnologia.
Mi ricordavano mia nonna, che più di tutti mi ha mostrato cosa significhi essere un piccolissimo imprenditore. Da qui due intuizioni: le PMI spendevano già cifre importanti in servizi digitali di scarso valore, quindi c’era spazio per offrire qualità; e, se io e i miei soci sapevamo costruire processi per altri, dovevamo farlo per noi stessi. Sapevamo anche che fare il manager non significa fare l’imprenditore, ma eravamo giovani e potevamo permetterci il rischio di sbagliare, con tempo ed energie per rimediare”.
Da una piccola realtà di provincia ai grattacieli di Chicago, il suo viaggio professionale dimostra che la distanza tra la periferia e i mercati globali si azzera quando alla visione si uniscono la fame di imparare, il pragmatismo della gavetta e la resilienza di fronte agli ostacoli. Se dovesse racchiudere il suo percorso in 2-3 lezioni chiave apprese lungo la strada, quali sono stati gli insegnamenti che hanno davvero fatto la differenza? “Ci sono lezioni che ho imparato, senza la presunzione che siano verità universali: posso dire cosa ha funzionato per me. La prima è fare sempre il primo passo nelle relazioni: molte persone straordinarie che hanno reso possibile il mio percorso non sarebbero state raggiungibili senza rapporti e network. La seconda è dedicare ogni giorno tempo alla “North Star” del progetto, anche quando tutto va a fuoco: restare concentrati sull’obiettivo è insostituibile.
La terza è pensare globale prima di esserlo, costruendo per tempo strumenti culturali che non si possono improvvisare. Infine, smettere di misurare i propri progressi sul successo visibile degli altri: ognuno ha il suo percorso e non conosciamo davvero gli sforzi e le difficoltà che stanno dietro a un successo; questo per me significa anche essere disposti a cambiare, ad evolvere senza smettere mai di imparare, perché il founder di una start-up che scala deve essere pronto a morire e rinascere più volte, in fasi diverse che richiedono competenze diverse”.
Guardando ai tanti giovani che oggi cercano con fatica la propria rotta, quale consiglio sente di dare a chi sta ancora aspettando la ‘scintilla’ giusta per fare il primo passo e trovare il coraggio di mettersi davvero in gioco? “I consigli che darei si legano alle lezioni che ho avuto la fortuna di poter imparare: non aspettare la certezza prima di muoverti; liberati il prima possibile dallo stigma del fallimento e dalla paura del giudizio; il primo passo crea l’opportunità successiva: dal punto di partenza non puoi pensare di vedere tutto il percorso”. Ancora “non confrontare il tuo inizio con il risultato visibile di qualcun altro: il successo spesso sembra improvviso solo perché non hai visto gli anni di ripetizioni, tentativi ed errori che ci sono sotto”. E poi: “Segui le tue passioni, il percorso sarà difficile e pieno di cadute, se fai ciò che ami troverai sempre la forza di andare avanti”.
Luca Genovese
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