“Non vogliamo arrivare alle ceneri, ma conservare il fuoco”: con questo spirito la Scuola di Ingegneria Aerospaziale della Federico II festeggia il suo centenario (1926-2026). Tre giornate di celebrazioni, dal 13 al 15 ottobre, tra ricerca, formazione ed innovazione. La prima, “Una storia lunga 100 anni”, è stata interamente dedicata al tema della memoria e si è aperta, nell’Aula Magna della sede di Piazzale Tecchio, con i saluti istituzionali.
La prima voce è stata quella del Magnifico Rettore, prof. Andrea Mazzucchi, che ha ricordato come il centenario non rappresenti soltanto una ricorrenza, ma celebri “un’attività scientifica, una produzione di ricerca, una capacità di trasmettere conoscenza: una storia che riguarda persone, studenti, ma soprattutto domande che hanno aperto strade nuove”. Il valore di una comunità intellettuale risiede anche nello scambio tra maestri e allievi, “in un passaggio di sapere che lascia spazio alla possibilità di spingersi oltre quanto è stato già raggiunto”. È in questa tensione verso l’ignoto che si inserisce il richiamo al ‘folle volo’ di Ulisse nella Commedia dantesca: seguire ‘virtute e canoscenza significa spingersi oltre i confini del conosciuto, senza perdere di vista le finalità e le conseguenze di ciò che si fa’.
Un tuffo nei ricordi personali. Il prof. Livio Cricelli, docente di Ingegneria economico-gestionale e Direttore pro-tempore del Dipartimento di Ingegneria Industriale, è tornato ai suoi anni da studente: “in quella che allora si chiamava ancora Scuola di Ingegneria Aeronautica”. Alla prima lezione di Aerodinamica, ha raccontato, il prof. Luigi Napolitano, tra i fondatori della Scuola, accolse un’aula gremita con un vero e proprio “teorema” sull’eccellenza: “Gli ingegneri sono i migliori del mondo, quelli aeronautici i migliori tra gli ingegneri e i napoletani i migliori tra gli aeronautici”. Un aneddoto che, nelle parole di Cricelli, “con la sua ironia restituisce l’orgoglio reale di appartenere ad una scuola capace di formare generazioni di professionisti”.
La memoria ha poi attraversato le persone che di questa storia sono state parte viva. Il prof. Gennaro Cardone, docente di Fluidodinamica, ha dedicato il proprio intervento al prof. Luigi De Luca, scomparso la scorsa settimana, ricordandone “la ricerca, la lunga attività didattica, i viaggi per le campagne sperimentali e la disponibilità verso colleghi e studenti”.
Al centro dell’intervento del prof. Michele Grassi, docente di Impianti e sistemi aerospaziali e Coordinatore del Corso di Studi in Ingegneria Aerospaziale, ci sono soprattutto gli studenti. “Il fulcro di questo racconto non siamo soltanto noi docenti, che per primi siamo stati allievi, ma soprattutto voi”, ha sottolineato, ribadendo come siano le loro esigenze a orientare l’aggiornamento dell’offerta formativa.
Un percorso definito “sempre più internazionale, grazie agli insegnamenti in inglese e agli accordi di doppio titolo, pensato per preparare i futuri professionisti e ricercatori del settore aerospaziale”. Il respiro si è poi allargato alla comunità scientifica nazionale con il prof. Sergio De Rosa, docente di Costruzioni e Strutture Aerospaziali e presidente dell’Associazione Italiana di Aeronautica e Astronautica (AIDAA), che ha ripercorso lo storico legame tra l’associazione e la Scuola federiciana. Il centenario, ha affermato, “è un’occasione non solo per celebrare i traguardi raggiunti, ma per interrogarsi sul futuro della ricerca aeronautica e astronautica”.
Parola poi ai relatori della giornata. In questo viaggio nel passato, il primo nome da citare non poteva che essere quello di Umberto Nobile: fondatore della Scuola, ingegnere, generale, esploratore polare e docente di Costruzioni aeronautiche alla Federico II. A raccontarne il lato più umano è stato Maurizio Erto, dottore di ricerca in Filologia classica, che con ‘L’uomo dietro il mito’ ha ripercorso la vita dell’ingegnere e, in particolare, i suoi rapporti con l’Unione Sovietica. Con ‘L’esploratore dei cieli polari’, Massimiliano Pinucci ha invece riportato l’attenzione sulle imprese e sull’attività progettuale di Nobile, che conta “dieci modelli, venti progetti e quaranta brevetti”: dal dirigibile Norge, che nel 1926 raggiunse il Polo Nord, alle altre aeronavi che hanno segnato la sua carriera. A chiudere il capitolo è stato Antonio Ventre, direttore del Museo Umberto Nobile di Lauro, impegnato a custodire la memoria e a restituire la “vicenda reale di un uomo straordinario, al di là delle controversie e delle interpretazioni che l’hanno accompagnata”.
Subito dopo, gli astanti hanno visitato la mostra allestita nella Biblioteca Storica del Dipartimento. La seconda parte della mattinata è poi proseguita dando spazio alle testimonianze di chi quella storia l’ha vissuta in prima persona, nel segno del legame tra maestri e allievi. L’ing. Giuseppe Russo è tornato al prof. Luigi Napolitano, pioniere della microgravità e direttore dell’Istituto di Aerodinamica della Federico II, ricordandone la visione dello spazio come “quarto ambiente dell’uomo”.
Il dott. Stefano Mavilio, assistente personale negli ultimi anni del prof. Luigi Pascale, tra i padri dell’ingegneria aeronautica a Napoli, ne ha ripercorso il cammino dall’accademia all’impresa e il legame con Nobile. Il racconto si è poi allargato alle scuole di ricerca: il prof. Giovanni Maria Carlomagno ha dato voce alla Fluidodinamica, il prof. Antonio Moccia ai Sistemi Aerospaziali, il prof. Vincenzo Giordano al Progetto Velivoli e il prof. Leonardo Lecce alle Strutture Aerospaziali. Quattro percorsi diversi, un’unica eredità da custodire.
Nelle giornate del 14 e 15 ottobre, dedicate rispettivamente al presente e al futuro della Scuola, l’attenzione si è concentrata infine sulle nuove generazioni, “curiose e competenti, pronte ad affrontare le nuove sfide”. A loro l’ing. Russo aveva già rivolto le parole di Napolitano, come bussola per orientare i propri obiettivi: “Non smettere mai di credere che i sogni si possano realizzare”.
Giovanna Forino
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Ateneapoli – n.17 – 2026 – Pagina 5







